domenica 20 febbraio 2022

BIBBIENA, CITTA' DELLA FOTOGRAFIA

 Ormai ci conoscete: se vi diciamo di andare a visitare un posto, vuol dire che merita.
Bibbiena è nel cuore di uno dei luoghi più belli della Toscana: il Casentino.
Il Casentino è la valle dove scorre il primo tratto di un fiume di una certa importanza... l'Arno, ed è situato in modo che prende un po' di Mugello (Londa è in Casentino o è in Mugello?), un po' di Romagna (quella Toscana, di prima del 1928) è un po' di Umbria (non per nulla il parco si chiama "delle Foreste Umbro-Casentinesi").
E' un luogo dove la storia non manca: dal neolitico in poi, qui antiche popolazioni hanno sempre abitato: si sono avvicendati i liguri, gli etruschi, i romani, i carolingi, sino ad arrivare alla battaglia di Campaldino, che è una delle più famose del Medioevo, e che si è combattuta proprio qui.
Ma la cosa più bella del Casentino è certamente il suo ambiente naturale. Circondato com'è da alti monti, un po' isolato, è riuscito a conservare una natura quasi incontaminata...
Lo sapete, noi con il "politically correct" con abbiamo niente a che fare, ci piace dare delle opinioni e dire che si, si...sono proprio le nostre.
Ebbene facciamo pure "outing":
A noi il Casentino piace più della Val d'Orcia!
Ecco, l'abbiamo detto!
Ci faremo dei nemici, ma come si dice? Molti nemici, molto onore.
Dunque, nel territorio incantato che è il Casentino, Bibbiena è un po' il cuore, tant'è vero che viene considerato il capoluogo del Casentino. 
Qui c'erano - e qualcuna c'è ancora - le tessiture che facevano il famoso panno di casentino, quello i cui colori storici sono il verde e l'arancione.
Se non avete presente il panno casentino, date un'occhiata alla rana Kermit del Muppets Show. E' realizzata proprio in casentino verde!
Naturalmente Bibbiena è un piccolo e delizioso paese, tanto è vero che è considerato uno dei Borghi più belli d'Italia.
Ha nel suo centro un vecchio ( e purtroppo rovinatissimo) cinema in puro stile razionalista, il cinema Sole. 
 

 
Non spenderemo mai abbastanza parole su questo tipo di architettura, che purtroppo molte amministrazioni, con colpevole miopia, continuano ad associare al ventennio fascista, mentre invece si tratta di una delle maggiori correnti architettoniche europee del XX° secolo - se non la maggiore in senso assoluto -, e quindi a lasciar decadere sino alla totale rovina. 
Ma tant'è, ormai ci è venuto il mal di gola a forza di parlare di questa cosa.



Ma torniamo all'argomento principale, che è quello "Bibbiena città della fotografia".
Infatti l'amministrazione comunale di Bibbiena (che speriamo non ce ne voglia per la precedente critica, perchè è in ottima compagnia), in collaborazione con la F.I.A.F. (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) ha creato un'esposizione permanente fotografica a cielo aperto, per le via del borgo, con foto di grandi dimensioni.
 

 

Inoltre nella piccola cittadina ha sede dal 2005 il  CIFA (Centro Italiano della Fotografia di Autore), presso l'edificio dell' ex Carcere Mandamentale .
 

 
Da allora sono state realizzate innumerevoli mostre ad alto livello, di cui alcune nazionali, incontri, convegni, workshop, e seminari; senza dimenticare che all'interno della struttura sono archiviati oltre 50.000 positivi!

Insomma, uno sforzo notevole ed altamente apprezzabile per uscire dalla solita trappola della "sagra della pappa con il pomodoro" (il titolo è di pura fantasia, tanto per dare un esempio...) con cui di solito i piccoli comuni di solito cercano di attirare turismo all'interno del proprio territorio.


lunedì 24 gennaio 2022

LA VALLE DI ORCIA(NO PISANO)

In un altro post vi abbiamo detto che preferiamo il Casentino alla Val d'Orcia.
Tutto vero, lo confermiamo.
Non che la Val d'Orcia non ci piaccia, intendiamoci, saremmo matti... ma pensiamo ci sia consentito esprimere una preferenza.
Poi, per un caso fortuito, abbiamo percorso la strada che passa da Lorenzana e Orciano Pisano.
Si tratta del SP43, che coloro che, come noi, negli anni '70 si recavano in vacanza a Marina di Cecina o comunque sul litorale Etrusco, dovevano percorrere per evitare le lungaggini ed i pericoli della strada dell'Arnaccio.
Ah, è ovvio che la FI-PI-LI a quei tempi, se esisteva, esisteva solo sulla carta; non c'era nemmeno un pilone costruito!
La ricordavamo come una strada panoramica ma estremamente lunga... non si arrivava mai. Del resto a quei tempi eravamo ragazzini, e quando mai ai ragazzini interessa il paesaggio?
 

 
Ecco, invece l'abbiamo percorsa durante questa calda estate ed abbiamo ricevuto il classico flash nel cervello.
Sarà stato il sole?
E' possibile, era quasi mezzogiorno, ma il paesaggio ero lo stesso della Val'Orcia!
 

 
Dolci vallate cosparse di piccoli appezzamenti, in tutte le tonalità dal bruno del terreno al giallo di qualcosa (non chiedeteci cosa) appena tagliato, al verde in varie tonalità, rotoballe o balle rettangolari del qualcosa di cui sopra...
 

 
Piccoli paesini divorati dal sole, cappelline votive sparse qua e là sul cocuzzolo di qualche collinetta, filari di alberi.
E solo noi fermi al lato della strada a fare fotografie, con la sensazione di deja-vu.
Un signore con una vecchia Panda targata Pisa si è fermato e ci ha detto "bello vero? sapeste quanti stranieri abitano qua...".
Ecco, come al solito gli stranieri conoscono già questo luogo meraviglioso. Andiamo a vedere il nome sul cancello della villa vicina a dove abbiamo parcheggiato la macchina: Hermann.
Beati loro... pensiamo.

sabato 1 gennaio 2022

LA PROVENZA DELLA TOSCANA: SANTA LUCE

La Provenza perchè?
Perchè siamo abituati a pensare alla Provenza come un luogo dove si coltiva la lavanda.
Ma la lavanda si coltiva anche in Italia.

 
Esiste una coltivazione importante in Emilia Romagna di cui abbiamo già parlato in un nostro vecchio post, ma esiste anche in Toscana, in provincia di Pisa, in un luogo con un nome incredibilmente poetico: Santa Luce
Qui a Santa Luce esitono varie coltivazioni di lavanda, che possono essere visitate durante il periodo della fioritura che va da fine maggio a metà luglio, per fare dei percorsi aromaterapici, camminando tra i filari della lavanda fiorita che emanano un profumo straordinario.
Abbiamo scoperto che esistono due principali varietà di lavanda: la lavanda propriamente detta, dal colore intenso e dall'intenso profumo, che però non ha molta resa al momento di estrarre l'essenza.
Esiste poi una varietà molto meno coreografica, dall'aspetto molto più dimesso, dal colore meno intenso, e che non ha lo stesso stordente olezzo. 
E' il lavandino - si, sì chiama proprio così - che però ha una resa molto maggiore al momento di estrarne l'essenza.
Quindi diciamo che le coltivazioni di lavanda, che sono lungo la strada e che sono bellissime da vedere e da odorare, sono meno remunerative per i coltivatori, di quelle esteticamente più modeste di lavandino, che - non a caso - sono in zone meno esposte all'occhio del visitatore.
 
 
E comunque la zona è bellissima anche senza la lavanda, credeteci. Ci potete andare anche in un altro periodo e farete un bel giro lo stesso.
Santa Luce è un piccolo borgo dalla tipologia medioevale ancora intatta, stretto intorno al suo castello. Ovviamente Luce è una alterazione di Lucia, ma così il nome è veramente bellissimo, anche perchè qui la luce sembra davvero sgorgare dalle pietre e dalle case.
Certo, noi ci siamo venuti in estate, bisognerebbe vedere cosa succede in inverno!
 

venerdì 15 ottobre 2021

LA TORRE DEL GENOVESE ( a Sant'Alessio di Pistoia)

 Così detta perchè sembra (pare...si dice...forse...) sia stata fatta costruire da un ricco armatore genovese, che - fatti i soldi - si sia ritirato a vita privata su queste colline.


 

Ora: a noi queste colline piacciono molto, e da qui si vede un panorama che definire magnifico è dir poco.
Però se voleva ritirarsi a vita privata e costruire una torre che richiamava vagamente nel tipo di costruzione la Lanterna di Genova, perchè non se l'è costruita a casina sua, che così vedeva anche il mare?
Intendiamoci, se la Torre non ci fosse stata a noi sarebbe mancata l'occasione per scriverne, ma sinceramente quella del genovese ci pare proprio un'ipotesi non molto plausibile.
Certo è che la forma è inusuale - anche se ricorda da vicino la torre di Catilina (link) che non è molto distante da qui - e soprattutto sono poco comuni i colori.
Qui da noi in rosso ci facevano le case cantoniere, fino a qualche decennio fa.
Adesso, niente.
Soprattutto quella mescolanza di rosso e crema dà un aspetto "esotico" alla costruzione, che in effetti spicca tra gli olivi, come se ce l'avessero disegnata.
Lo stile architettonico è il cosiddetto "eclettico" cioè quella mescolanza di stili che andava tanto di moda alla fine dell'ottocento.
E proprio a quell'epoca risale la torre.
Ve lo diciamo: questo è tutto ciò che siamo riusciti a sapere, di nostro ci abbiamo messo solo l'opinione che il primo proprietario non dovesse essere necessariamente genovese.
Questo perchè poi ha cambiato mano diverse volte.
Adesso non sappiamo di chi sia, ma certamente non ne tiene molto conto, perchè abbiamo trovato che la porta in metallo era bloccata come semiaperta.
Ci siamo affacciati, e dentro abbiamo visto una stanza piuttosto squallida, con una vecchia credenza malmessa e un caminetto a mattoni incassato nel muro.
Certo non è uno spazio adatto ad essere abitato, perlomeno non da persone del nostro tempo, ma il luogo è così bello che se non altro merita una vostra visita.


lunedì 13 settembre 2021

LE MUMMIE DI ROCCAPELAGO

 Chiariamo subito: non vogliamo parlare degli abitanti di Roccapelago - frazione di Pievepelago (BO) - dicendo che sono delle persone che si muovono poco e che parlano ancora meno. 
Lungi da noi!
Vogliamo invece parlare dello straordinario ritrovamento che è stato fatto in una botola sotto la chiesa del piccolo borgo.
Una chiesa - lo diciamo subito - incredibilmente grande per un paese così piccolo.
Sciogliamo subito questo apparente mistero: La Chiesa parrocchiale della Conversione di San Paolo Apostolo (così è titolata) è costruita sulle  spoglie dell'antico castello di Obizzo da Montegarullo, che qui sorgeva.
E qui due parole su questo personaggio bisogna pur farle:
niente di diverso dalle solite scaramucce medioevali del tempo, a dire il vero.
Siamo  nell'autunno del 1393, e arrivano a Roccapelago (o come si chiamava allora...) le truppe di Lucca, alleate di Niccolò III°, signore di Ferrara, che lo aiutavano contro questo brutto ceffo (sotto tutti i punti di vista, come potete ammirare da un suo ritratto: carino, vero?)
 

 
che, dopo alcuni giorni di terribile assedio, cede la rocca ai lucchesi in cambio di 1700 fiorini d'oro.
Niente di strano, era una cosa che a quei tempi si usava.
Ma dopo tre anni, Obizzo riconquista la Rocca in pieno inverno, cioè in una stagione in cui non si guerreggia e non si assediava, un fatto estremamente fuori dai canoni!
 Ed infatti i lucchesi sono costretti ad aspettare l'estate successiva per reagire, e arrabbiati com'erano, si vendicano nei confronti di tutti quelli che trovano sul loro cammino, devastando ed uccidendo. Ma proprio quando stanno per assaltare la Rocca, sono costretti a ritornare a Lucca, minacciata dai pisani.
Così la Rocca rimane ad Obizzo, sino al 1406, quando viene ripresa dai D'Este, e Obizzo viene imprigionato a Ferrara insieme ai suoi figli.
Ma da lì riesce a fuggire, e le cronache ce lo danno nel 1411 a comandare le truppe fiorentine in difesa dell'antipapa Giovanni XXII°.
Proprio un bel soggetto.

Ma torniamo alle nostre mummie.
Quando è stata restaurata la chiesa nel 2008, sono stati trovati sotto il pavimento alcuni locali dell'antica roccaforte, che conservavano dei reperti a dir poco inaspettati. Erano centinaia di corpi, molti dei quali avevano subito un processo di mummificazione naturale.
 

 
La cosa più straordinaria è che non si trattava di una particolare categoria di persone che aveva richiesto e pagato a caro prezzo la mummificazione, come succedeva nell'antico Egitto; qui si trattava invece dei normali abitanti del villaggio, persone comuni, con una vita comune.
 

 
Ancora più incredibile: si erano conservati anche parti dei vestiti delle persone, che si solito si deteriorano con estrema facilità.
In questo modo si è potuto ricostruire con una certa facilità gli abiti delle persone del popolo di questa zona, i materiali con cui venivano tessuti, alcuni piccoli ricami decorativi che le donne usavano per i loro abiti migliori, addirittura si è potuto ricostruire la foggia delle cuffiette che queste donne indossavano al momento dell'inumazione.
Ognuno di loro era accuratamente vestito, a dimostrazione che si trattava di una comunità certo non prospera, ma sicuramente sobria e dignitosa.
Una catalogazione delle mummie ha rilevato che l'età media era elevata per il periodo, e le attività lavorative su questi terreni impervi influivano pesantemente sulle condizioni fisiche degli individui: gli studiosi hanno riscontrato lesioni articolari, affezioni reumatiche, scoliosi, patologie dell'anca...tutte cose peggiorate dal clima, che in inverno doveva essere particolarmente duro.
Ora queste straordinarie mummie sono visibili nel piccolo ma interessantissimo museo, fatto molto bene, dove sono esposte anche le riscostruzioni degli abiti 
 
 
e le piccole cose ritrovate nelle tombe, cucite nei sudari insieme ai defunti: rosari, crocefissi in legno e metallo, ma anche un dado da gioco, e piccoli gioielli, mai realizzati  in materiali preziosi.
 

 

 
Ancora più bello: la stessa tomba può essere ammirata, con un notevole effetto visivo, anche dal pavimento della chiesa parrocchiale, dove una parte del pavimento in pietra è stato sostituito con delle lastre di vetro.



















domenica 13 giugno 2021

IL LAGHETTO DI VILLA FIORITA (A PRATO)

 Se non sapevate che in località Villa Fiorita a Prato c'era un laghetto, sappiate che eravate in buona compagnia.
Per dire: fino a quando non ci siamo andati non ne avevamo idea neppure noi.
E quando siamo arrivati dove dovevamo andare, per dove dovevamo andare.... non volevamo andarci.
Dunque, vediamo di spiegarci meglio.
Abbiamo saputo dell'esistenza di questo  laghetto, tramite Google maps, e abbiamo deciso di andare a vedere dov'era.
Abbiamo lasciato la macchina in via di Cantagallo, che è la strada principale di villa Fiorita, e poi, prima di arrivare alla Clinica che dà il nome alla località, abbiamo preso una strada laterale.
Immediatamente il "feeling" è cambiato. Non eravamo più su una strada trafficata, ma su una via che sembrava lontana da tutto, tra case basse e carine che davano l'aspetto di un paese, più che di una frazione di una città.
Ad un certo punto, abbiamo individuato la strada che doveva portarci al laghetto: chiusa da un imponente cancello verde. Evidentemente una strada privata che noi non potevamo percorrere.
Accanto però c'era uno stradello che correva accanto a delle case, con delle auto parcheggiate, proprio il tipo di situazione che ti fa pensare. " di qui si va in casa di qualcuno..." 
Mentre pensavamo al da farsi, abbiamo visto un signore che percorreva il viale chiuso dal cancello con un bel cagnone accanto; per un attimo è sparito e poi è riapparso nello stradello con le macchine parcheggiate.
Ergo: di lì si poteva entrare, perchè il signore che trafficava davanti all'ingresso di casa sua non lo ha degnato di uno sguardo.
Decidiamo di procedere anche noi per quella via, ed infatti lo stradello, debitamente orlato di una bassa siepe, ad un punto presentava un'apertura sufficiente a far passare una persona, che poteva proseguire nel viale chiuso dal cancello.
 
 
Il viale passa accanto a dei palazzi di un certo tono e poi diventa un sentiero.
Quando lo abbiamo percorso noi era un po' melmoso - era piovuto parecchio ultimamente - ma con un po' di attenzione si percorre senza problemi.
E ci siamo trovati davanti questo.
 

Non si trova quasi niente su questo laghetto, sappiamo solo che si è formato quasi da solo, per una piccola frana che ha chiuso le acque di un rio 
 
 
(non chiedeteci quale, non lo sappiamo) e che era di proprietà della Villa delle Sacca, la residenza estiva del Convitto Cicognini, ormai da diecine e diecine d'anni in completa rovina ed abbandono con tutti i suoi annessi e connessi, compreso questo suo laghetto.
Questo sembrerebbe confermato dalla presenza di un cancello, decorato da una immagine sacra di una Madonnina in ceramica invetriata.
Non aspettatevi un Della Robbia, pero'...
 
 
Sappiamo inoltre che è molto frequentato dai pescatori, specie in estate, e lo dimostrano le sponde, che sembrano essere preparate allo scopo.
Ma la cosa più stupefacente di questo posto è che non sei chissà dove, sei a Prato!
Non dico che sei in centro, ma ci arrivi in cinque minuti.
Eppure ti sembra di essere in mezzo a un bosco (e ci sei...) nella natura (e ci sei...) lontana dalla civiltà (sbagliato: a trecento metri c'è via Cantagallo, la clinica Villa Fiorita, la Tangenziale...insomma la civiltà).
E' una di quelle cosa che ci piace tanto segnalare: un errore nella programmazione di Matrix, che ti permette di prendere una boccata d'aria fresca, risalire in macchina e poi tornare in ufficio!

domenica 7 febbraio 2021

CHIESE SCONSACRATE DI PRATO

 Non molto tempo fa abbiamo fatto un post sui Santuari Mariani di Prato (link). 
Quello di oggi sarà la sua némesi, perchè parleremo invece delle chiese sconsacrate di Prato.
Può sembrare strano, ma è una coincidenza: per "par-condicio" sono cinque, esattamente quanto i Santuari Mariani.


Il primo è L'oratorio di Sant'Ambrogio situato in Piazza Mercatale.
Fu fondato nel XII° secolo da Ambrogio di Benricordato, poi nel tempo cadde in un profondo degrado. Il sig. Gini, quando scese da Cavagliano per curare meglio i suoi affari e sorvegliare la costruzione del suo attiguo palazzo, lo fece restaurare a sue spese nel 1710 secondo le mode del tempo, quindi in stile Barocco.
Ed è tutt'ora una delle rarissime chiese barocche della zona.
Attualmente, però, è adibito a deposito di quadri e statue  per il Museo di Palazzo Pretorio.
Non siamo riusciti a reperire uno straccio di notizia sull'anno in cui l'Oratorio è stato sconsacrato, nè tantomeno sul motivo...
 

Il secondo è L'oratorio della Compagnia del Pellegrino che è sì in via del Pellegrino (...un indizio da non sottovalutare) ma l'esterno tutto ricorda tranne una chiesa. 
E' nei pressi del Collegio Cicognini, anche perchè ospita un affresco della Crocifissione di Cristo - dipinto da Bonaccorso di Cino nel 1350 - che era ospitato nella Badia di Santa Maria a Grignano.
Questa chiesa sorgeva più o meno dove adesso sorge il Collegio Cicognini, e fu demolita tra il 1692 e il 1710 quando fu costruito il collegio stesso.
Pensate, la chiesa abbattuta era una Badia Vallombrosana risalente al 1100, ma a quei tempi la sensibilità verso le costruzioni medioevali non era certo paragonabile alla nostra: per loro era semplicemente una vecchia costruzione e la abbatterono senza il minimo rimpianto.
Ebbero almeno il buon animo di togliere l'affresco, che era molto venerato dal popolo, e di trasferirlo, dopo varie peripezie, in questo oratorio,fondato da un eterogeneo gruppo di pellegrini che alla fine del '500 si era recato a Loreto, e da lì erano tornati con l'idea di dar vita ad una compagnia che fosse al servizio dei più bisognosi.
Per duecento anni è stata la sede dell'Arciconfraternita della Misericordia, che adesso è in via Convenevole.
I vari affreschi che vi si trovano sono invisibili al pubblico, ed in stato di grave degrado, a quel che siamo riusciti a sapere.
L'oratorio è stato sconsacrato nel 1780.
I Locali al piano superiore appartengono al collegio Cicognini.
 

Il Terzo è L'oratorio della Compagnia di Santa Trinita in via Santa Trinita ed è occupato da molti anni da un notissimo negozio.
Qui le notizie sono scarsissime. Sappiamo solo che faceva parte di un complesso monastico comprendente chiesa e monastero, che è stato soppresso nel 1506, e che in seguito è stato adibito ad abitazioni private.
Con il tempo ha subito talmente tante modifiche da divenire irriconoscibile, e si fa fatica anche a riconoscere le sembianze della chiesa, nel locale che da decenni ormai siamo abituati a considerare solo un negozio del centro.
In quando ai locali monastici ed al chiostro annesso, sono diventati illeggibili.
 
Della quarta, La Chiesa di Santa Maria in Castello, per dire la verità avevamo già parlato (link) ma ci piace approfondire un po' l'argomento.
Era la più importante chiesa del Castrum Prati, vicina - come lo è adesso - al Castello dell'Imperatore - prima che questo centro abitato si fondesse con l'attiguo Borgo al Cornio, dando vita all'attuale Prato.
Sappiamo che in essa era conservata una pala d'altare dipinta da Fra' Bartolomeo, che adesso è conservata al Museo di Capodimonte di Napoli, e che fu soppressa nel 1783 a seguito delle riforme Leopoldine.
In seguito è diventata abitazione privata, anche se, con intelligenza, è stata conservata la leggibilità degli spioventi e, anche se alla seconda occhiata, si capisce con facilità che si tratta di una ex-chiesa.
 

Tuttavia la storia più carina è quella relativa alla quinta, La Chiesa di San Jacopo nell'omonima via.
Qui bisogna partire da un po' più lontano, precisamente dalla località di San Giusto in Piazzanese. Il pievano di quest'antica chiese, risalente al prima dell'anno 1000, intorno al 1140 manteneva sè stesso e la chiesa con le decime che i suoi parrocchiani gli pagavano.
Accadde che una fetta considerevole dei suoi parrocchiani "emigrò" (si, lo sappiamo, ci saranno cinque chilometri, ma a quei tempi erano tanti) verso Prato e quindi iniziarono a versare le loro decime alla Chiesa di Santo Stefano - quella che poi diventerà il Duomo.
L'astuto pievano, che possedeva un appezzamento di terreno vicino al Castello dell'Imperatore, ha allora un'idea geniale. Costruì una "filiale" della Chiesa di San Giusto in Piazzanese a due passi dalla propositura di Santo Stefano.
La chiamò "San Jacopo": così i suoi parrocchiani che abitano a Prato, potranno assistere alla messa presso questa chiesa e continuare a pagare le decime alla sua pieve, invece che al preposto di Santo Stefano.
Ovviamente al preposto di Santo Stefano questa cosa non andò tanto a genio...
Iniziò allora un'annosa questione tra i due parroci e il Vescovo di Pistoia, competente per territorio.
Il poveruomo venne braccato per anni, dando ragione un po' all'uno un po' all'altro, finchè alla fine fu deciso che le decime spettavano al preposto di Santo Stefano, senza ulteriori ripensamenti.
La chiesa fu soppressa nel 1783, sempre per le famose riforme leopoldine, e venduta a privati che nell'800 la trasformarono in abitazione.
All'esterno, la facciata in pietra alberese è ancora perfettamente leggibile.

Credevate che avevamo finito?
No, ne abbiamo un'altra.
Per dire la verità anche di questo avevamo già parlato (link)

Si tratta della chiesa di S. Giovanni Gerosolimitano, maggiormente conosciuto come Spedale del Santo Sepolcro.
E' proprio dietro il Castello dell'imperatore, e per oltre cinquant'anni ha ospitato un carburatorista.
Poi le macchine sono diventate ad iniezione, e l'onesto artigiano ha dovuto chiudere la sua attività.
A quel punto ci si è interessati di questo spazio e fortunatamente è stato restaurato, riportato alla luce i mattoni rossi, le finestrelle e le originali decorazioni del cotto: una testa umana, due gigli, dei cerchi concatenati e delle punte di freccia.
Sicuramente faceva parte di un ambiente più grande, in grado di accogliere i pellegrini, ma di cui non è rimasta alcuna traccia.
Altre notizie sul motivo e la data della sconsacrazione non ne abbiamo trovate.