venerdì 15 ottobre 2021

LA TORRE DEL GENOVESE ( a Sant'Alessio di Pistoia)

 Così detta perchè sembra (pare...si dice...forse...) sia stata fatta costruire da un ricco armatore genovese, che - fatti i soldi - si sia ritirato a vita privata su queste colline.


 

Ora: a noi queste colline piacciono molto, e da qui si vede un panorama che definire magnifico è dir poco.
Però se voleva ritirarsi a vita privata e costruire una torre che richiamava vagamente nel tipo di costruzione la Lanterna di Genova, perchè non se l'è costruita a casina sua, che così vedeva anche il mare?
Intendiamoci, se la Torre non ci fosse stata a noi sarebbe mancata l'occasione per scriverne, ma sinceramente quella del genovese ci pare proprio un'ipotesi non molto plausibile.
Certo è che la forma è inusuale - anche se ricorda da vicino la torre di Catilina (link) che non è molto distante da qui - e soprattutto sono poco comuni i colori.
Qui da noi in rosso ci facevano le case cantoniere, fino a qualche decennio fa.
Adesso, niente.
Soprattutto quella mescolanza di rosso e crema dà un aspetto "esotico" alla costruzione, che in effetti spicca tra gli olivi, come se ce l'avessero disegnata.
Lo stile architettonico è il cosiddetto "eclettico" cioè quella mescolanza di stili che andava tanto di moda alla fine dell'ottocento.
E proprio a quell'epoca risale la torre.
Ve lo diciamo: questo è tutto ciò che siamo riusciti a sapere, di nostro ci abbiamo messo solo l'opinione che il primo proprietario non dovesse essere necessariamente genovese.
Questo perchè poi ha cambiato mano diverse volte.
Adesso non sappiamo di chi sia, ma certamente non ne tiene molto conto, perchè abbiamo trovato che la porta in metallo era bloccata come semiaperta.
Ci siamo affacciati, e dentro abbiamo visto una stanza piuttosto squallida, con una vecchia credenza malmessa e un caminetto a mattoni incassato nel muro.
Certo non è uno spazio adatto ad essere abitato, perlomeno non da persone del nostro tempo, ma il luogo è così bello che se non altro merita una vostra visita.


lunedì 13 settembre 2021

LE MUMMIE DI ROCCAPELAGO

 Chiariamo subito: non vogliamo parlare degli abitanti di Roccapelago - frazione di Pievepelago (BO) - dicendo che sono delle persone che si muovono poco e che parlano ancora meno. 
Lungi da noi!
Vogliamo invece parlare dello straordinario ritrovamento che è stato fatto in una botola sotto la chiesa del piccolo borgo.
Una chiesa - lo diciamo subito - incredibilmente grande per un paese così piccolo.
Sciogliamo subito questo apparente mistero: La Chiesa parrocchiale della Conversione di San Paolo Apostolo (così è titolata) è costruita sulle  spoglie dell'antico castello di Obizzo da Montegarullo, che qui sorgeva.
E qui due parole su questo personaggio bisogna pur farle:
niente di diverso dalle solite scaramucce medioevali del tempo, a dire il vero.
Siamo  nell'autunno del 1393, e arrivano a Roccapelago (o come si chiamava allora...) le truppe di Lucca, alleate di Niccolò III°, signore di Ferrara, che lo aiutavano contro questo brutto ceffo (sotto tutti i punti di vista, come potete ammirare da un suo ritratto: carino, vero?)
 

 
che, dopo alcuni giorni di terribile assedio, cede la rocca ai lucchesi in cambio di 1700 fiorini d'oro.
Niente di strano, era una cosa che a quei tempi si usava.
Ma dopo tre anni, Obizzo riconquista la Rocca in pieno inverno, cioè in una stagione in cui non si guerreggia e non si assediava, un fatto estremamente fuori dai canoni!
 Ed infatti i lucchesi sono costretti ad aspettare l'estate successiva per reagire, e arrabbiati com'erano, si vendicano nei confronti di tutti quelli che trovano sul loro cammino, devastando ed uccidendo. Ma proprio quando stanno per assaltare la Rocca, sono costretti a ritornare a Lucca, minacciata dai pisani.
Così la Rocca rimane ad Obizzo, sino al 1406, quando viene ripresa dai D'Este, e Obizzo viene imprigionato a Ferrara insieme ai suoi figli.
Ma da lì riesce a fuggire, e le cronache ce lo danno nel 1411 a comandare le truppe fiorentine in difesa dell'antipapa Giovanni XXII°.
Proprio un bel soggetto.

Ma torniamo alle nostre mummie.
Quando è stata restaurata la chiesa nel 2008, sono stati trovati sotto il pavimento alcuni locali dell'antica roccaforte, che conservavano dei reperti a dir poco inaspettati. Erano centinaia di corpi, molti dei quali avevano subito un processo di mummificazione naturale.
 

 
La cosa più straordinaria è che non si trattava di una particolare categoria di persone che aveva richiesto e pagato a caro prezzo la mummificazione, come succedeva nell'antico Egitto; qui si trattava invece dei normali abitanti del villaggio, persone comuni, con una vita comune.
 

 
Ancora più incredibile: si erano conservati anche parti dei vestiti delle persone, che si solito si deteriorano con estrema facilità.
In questo modo si è potuto ricostruire con una certa facilità gli abiti delle persone del popolo di questa zona, i materiali con cui venivano tessuti, alcuni piccoli ricami decorativi che le donne usavano per i loro abiti migliori, addirittura si è potuto ricostruire la foggia delle cuffiette che queste donne indossavano al momento dell'inumazione.
Ognuno di loro era accuratamente vestito, a dimostrazione che si trattava di una comunità certo non prospera, ma sicuramente sobria e dignitosa.
Una catalogazione delle mummie ha rilevato che l'età media era elevata per il periodo, e le attività lavorative su questi terreni impervi influivano pesantemente sulle condizioni fisiche degli individui: gli studiosi hanno riscontrato lesioni articolari, affezioni reumatiche, scoliosi, patologie dell'anca...tutte cose peggiorate dal clima, che in inverno doveva essere particolarmente duro.
Ora queste straordinarie mummie sono visibili nel piccolo ma interessantissimo museo, fatto molto bene, dove sono esposte anche le riscostruzioni degli abiti 
 
 
e le piccole cose ritrovate nelle tombe, cucite nei sudari insieme ai defunti: rosari, crocefissi in legno e metallo, ma anche un dado da gioco, e piccoli gioielli, mai realizzati  in materiali preziosi.
 

 

 
Ancora più bello: la stessa tomba può essere ammirata, con un notevole effetto visivo, anche dal pavimento della chiesa parrocchiale, dove una parte del pavimento in pietra è stato sostituito con delle lastre di vetro.



















domenica 13 giugno 2021

IL LAGHETTO DI VILLA FIORITA (A PRATO)

 Se non sapevate che in località Villa Fiorita a Prato c'era un laghetto, sappiate che eravate in buona compagnia.
Per dire: fino a quando non ci siamo andati non ne avevamo idea neppure noi.
E quando siamo arrivati dove dovevamo andare, per dove dovevamo andare.... non volevamo andarci.
Dunque, vediamo di spiegarci meglio.
Abbiamo saputo dell'esistenza di questo  laghetto, tramite Google maps, e abbiamo deciso di andare a vedere dov'era.
Abbiamo lasciato la macchina in via di Cantagallo, che è la strada principale di villa Fiorita, e poi, prima di arrivare alla Clinica che dà il nome alla località, abbiamo preso una strada laterale.
Immediatamente il "feeling" è cambiato. Non eravamo più su una strada trafficata, ma su una via che sembrava lontana da tutto, tra case basse e carine che davano l'aspetto di un paese, più che di una frazione di una città.
Ad un certo punto, abbiamo individuato la strada che doveva portarci al laghetto: chiusa da un imponente cancello verde. Evidentemente una strada privata che noi non potevamo percorrere.
Accanto però c'era uno stradello che correva accanto a delle case, con delle auto parcheggiate, proprio il tipo di situazione che ti fa pensare. " di qui si va in casa di qualcuno..." 
Mentre pensavamo al da farsi, abbiamo visto un signore che percorreva il viale chiuso dal cancello con un bel cagnone accanto; per un attimo è sparito e poi è riapparso nello stradello con le macchine parcheggiate.
Ergo: di lì si poteva entrare, perchè il signore che trafficava davanti all'ingresso di casa sua non lo ha degnato di uno sguardo.
Decidiamo di procedere anche noi per quella via, ed infatti lo stradello, debitamente orlato di una bassa siepe, ad un punto presentava un'apertura sufficiente a far passare una persona, che poteva proseguire nel viale chiuso dal cancello.
 
 
Il viale passa accanto a dei palazzi di un certo tono e poi diventa un sentiero.
Quando lo abbiamo percorso noi era un po' melmoso - era piovuto parecchio ultimamente - ma con un po' di attenzione si percorre senza problemi.
E ci siamo trovati davanti questo.
 

Non si trova quasi niente su questo laghetto, sappiamo solo che si è formato quasi da solo, per una piccola frana che ha chiuso le acque di un rio 
 
 
(non chiedeteci quale, non lo sappiamo) e che era di proprietà della Villa delle Sacca, la residenza estiva del Convitto Cicognini, ormai da diecine e diecine d'anni in completa rovina ed abbandono con tutti i suoi annessi e connessi, compreso questo suo laghetto.
Questo sembrerebbe confermato dalla presenza di un cancello, decorato da una immagine sacra di una Madonnina in ceramica invetriata.
Non aspettatevi un Della Robbia, pero'...
 
 
Sappiamo inoltre che è molto frequentato dai pescatori, specie in estate, e lo dimostrano le sponde, che sembrano essere preparate allo scopo.
Ma la cosa più stupefacente di questo posto è che non sei chissà dove, sei a Prato!
Non dico che sei in centro, ma ci arrivi in cinque minuti.
Eppure ti sembra di essere in mezzo a un bosco (e ci sei...) nella natura (e ci sei...) lontana dalla civiltà (sbagliato: a trecento metri c'è via Cantagallo, la clinica Villa Fiorita, la Tangenziale...insomma la civiltà).
E' una di quelle cosa che ci piace tanto segnalare: un errore nella programmazione di Matrix, che ti permette di prendere una boccata d'aria fresca, risalire in macchina e poi tornare in ufficio!

domenica 7 febbraio 2021

CHIESE SCONSACRATE DI PRATO

 Non molto tempo fa abbiamo fatto un post sui Santuari Mariani di Prato (link). 
Quello di oggi sarà la sua némesi, perchè parleremo invece delle chiese sconsacrate di Prato.
Può sembrare strano, ma è una coincidenza: per "par-condicio" sono cinque, esattamente quanto i Santuari Mariani.


Il primo è L'oratorio di Sant'Ambrogio situato in Piazza Mercatale.
Fu fondato nel XII° secolo da Ambrogio di Benricordato, poi nel tempo cadde in un profondo degrado. Il sig. Gini, quando scese da Cavagliano per curare meglio i suoi affari e sorvegliare la costruzione del suo attiguo palazzo, lo fece restaurare a sue spese nel 1710 secondo le mode del tempo, quindi in stile Barocco.
Ed è tutt'ora una delle rarissime chiese barocche della zona.
Attualmente, però, è adibito a deposito di quadri e statue  per il Museo di Palazzo Pretorio.
Non siamo riusciti a reperire uno straccio di notizia sull'anno in cui l'Oratorio è stato sconsacrato, nè tantomeno sul motivo...
 

Il secondo è L'oratorio della Compagnia del Pellegrino che è sì in via del Pellegrino (...un indizio da non sottovalutare) ma l'esterno tutto ricorda tranne una chiesa. 
E' nei pressi del Collegio Cicognini, anche perchè ospita un affresco della Crocifissione di Cristo - dipinto da Bonaccorso di Cino nel 1350 - che era ospitato nella Badia di Santa Maria a Grignano.
Questa chiesa sorgeva più o meno dove adesso sorge il Collegio Cicognini, e fu demolita tra il 1692 e il 1710 quando fu costruito il collegio stesso.
Pensate, la chiesa abbattuta era una Badia Vallombrosana risalente al 1100, ma a quei tempi la sensibilità verso le costruzioni medioevali non era certo paragonabile alla nostra: per loro era semplicemente una vecchia costruzione e la abbatterono senza il minimo rimpianto.
Ebbero almeno il buon animo di togliere l'affresco, che era molto venerato dal popolo, e di trasferirlo, dopo varie peripezie, in questo oratorio,fondato da un eterogeneo gruppo di pellegrini che alla fine del '500 si era recato a Loreto, e da lì erano tornati con l'idea di dar vita ad una compagnia che fosse al servizio dei più bisognosi.
Per duecento anni è stata la sede dell'Arciconfraternita della Misericordia, che adesso è in via Convenevole.
I vari affreschi che vi si trovano sono invisibili al pubblico, ed in stato di grave degrado, a quel che siamo riusciti a sapere.
L'oratorio è stato sconsacrato nel 1780.
I Locali al piano superiore appartengono al collegio Cicognini.
 

Il Terzo è L'oratorio della Compagnia di Santa Trinita in via Santa Trinita ed è occupato da molti anni da un notissimo negozio.
Qui le notizie sono scarsissime. Sappiamo solo che faceva parte di un complesso monastico comprendente chiesa e monastero, che è stato soppresso nel 1506, e che in seguito è stato adibito ad abitazioni private.
Con il tempo ha subito talmente tante modifiche da divenire irriconoscibile, e si fa fatica anche a riconoscere le sembianze della chiesa, nel locale che da decenni ormai siamo abituati a considerare solo un negozio del centro.
In quando ai locali monastici ed al chiostro annesso, sono diventati illeggibili.
 
Della quarta, La Chiesa di Santa Maria in Castello, per dire la verità avevamo già parlato (link) ma ci piace approfondire un po' l'argomento.
Era la più importante chiesa del Castrum Prati, vicina - come lo è adesso - al Castello dell'Imperatore - prima che questo centro abitato si fondesse con l'attiguo Borgo al Cornio, dando vita all'attuale Prato.
Sappiamo che in essa era conservata una pala d'altare dipinta da Fra' Bartolomeo, che adesso è conservata al Museo di Capodimonte di Napoli, e che fu soppressa nel 1783 a seguito delle riforme Leopoldine.
In seguito è diventata abitazione privata, anche se, con intelligenza, è stata conservata la leggibilità degli spioventi e, anche se alla seconda occhiata, si capisce con facilità che si tratta di una ex-chiesa.
 

Tuttavia la storia più carina è quella relativa alla quinta, La Chiesa di San Jacopo nell'omonima via.
Qui bisogna partire da un po' più lontano, precisamente dalla località di San Giusto in Piazzanese. Il pievano di quest'antica chiese, risalente al prima dell'anno 1000, intorno al 1140 manteneva sè stesso e la chiesa con le decime che i suoi parrocchiani gli pagavano.
Accadde che una fetta considerevole dei suoi parrocchiani "emigrò" (si, lo sappiamo, ci saranno cinque chilometri, ma a quei tempi erano tanti) verso Prato e quindi iniziarono a versare le loro decime alla Chiesa di Santo Stefano - quella che poi diventerà il Duomo.
L'astuto pievano, che possedeva un appezzamento di terreno vicino al Castello dell'Imperatore, ha allora un'idea geniale. Costruì una "filiale" della Chiesa di San Giusto in Piazzanese a due passi dalla propositura di Santo Stefano.
La chiamò "San Jacopo": così i suoi parrocchiani che abitano a Prato, potranno assistere alla messa presso questa chiesa e continuare a pagare le decime alla sua pieve, invece che al preposto di Santo Stefano.
Ovviamente al preposto di Santo Stefano questa cosa non andò tanto a genio...
Iniziò allora un'annosa questione tra i due parroci e il Vescovo di Pistoia, competente per territorio.
Il poveruomo venne braccato per anni, dando ragione un po' all'uno un po' all'altro, finchè alla fine fu deciso che le decime spettavano al preposto di Santo Stefano, senza ulteriori ripensamenti.
La chiesa fu soppressa nel 1783, sempre per le famose riforme leopoldine, e venduta a privati che nell'800 la trasformarono in abitazione.
All'esterno, la facciata in pietra alberese è ancora perfettamente leggibile.

Credevate che avevamo finito?
No, ne abbiamo un'altra.
Per dire la verità anche di questo avevamo già parlato (link)

Si tratta della chiesa di S. Giovanni Gerosolimitano, maggiormente conosciuto come Spedale del Santo Sepolcro.
E' proprio dietro il Castello dell'imperatore, e per oltre cinquant'anni ha ospitato un carburatorista.
Poi le macchine sono diventate ad iniezione, e l'onesto artigiano ha dovuto chiudere la sua attività.
A quel punto ci si è interessati di questo spazio e fortunatamente è stato restaurato, riportato alla luce i mattoni rossi, le finestrelle e le originali decorazioni del cotto: una testa umana, due gigli, dei cerchi concatenati e delle punte di freccia.
Sicuramente faceva parte di un ambiente più grande, in grado di accogliere i pellegrini, ma di cui non è rimasta alcuna traccia.
Altre notizie sul motivo e la data della sconsacrazione non ne abbiamo trovate.


domenica 24 gennaio 2021

LA GROTTA DELL'EREMITA MAURIZIO A GAMBASSI

 Cominciamo subito con il dire che non si tratta di grotte.
Poi Maurizio - che di cognome faceva Becherini - non era nemmeno un eremita nel senso classico del termine, perchè non era un monaco, ma un laico.
Era un sarto ed un barbiere, aveva tre figli, e alla morte della moglie gli era presa male: andò a vivere con i monaci di San Vivaldo e tornava a casa dai figli solo di tanto in tanto.
Vogliamo sperare che questi figli fossero abbastanza grandi da cavarsela da soli, altrimenti poteva contare solo sull'acquiescenza delle leggi che vigevano nel 1918:
fosse successo adesso, come minimo gli toglievano la patria podestà, mandavano i figli in affido, e per lui si poteva parlare anche di un po' di galera.
Tra i nostri parenti più prossimi c'era un nonno al quale era capitato una cosa del genere: moglie e figlio travolti e uccisi da una carrozza negli anni '10 del secolo scorso. Ma lui mica si è dato all'eremitaggio... si è limitato a risposarsi.
E meno male, altrimenti uno di noi non sarebbe qui a raccontare queste cose, così tanto i suoi figli eran nostri parenti prossimi!
E poi si dice: come vanno le cose della vita...
Ma andiamo avanti con il nostro Maurizio Becherini.
Arrivato ad un certo punto anche la vita di preghiera  in comunità con i frati di San Vivaldo gli sembrò poca cosa. 
Sentiva il bisogno di vivere in solitudine per avere un rapporto più intimo con Dio.
Allora si ritirò vicino al greto del torrente Casciani, dove costruì un suo personale luogo di riflessione e preghiera, incidendo nella pietra piccole immagini sacre, 
 
 
oppure costruendole con semplici materiali, che poteva racimolare facendo qualche lavoretto nei paraggi.
 
 
Utilizzava materiali di recupero per le sue statue, che disseminava ovunque. 
Adesso purtroppo molte sono andate distrutte, forse proprio a causa del fatto che erano fatte con materiali scadenti.
 
 
E poi non bisogna dimenticare che Maurizio è morto nel 1932, e quindi oltre ai quasi 90 anni che sono trascorsi, c'è stata anche la Seconda Guerra Mondiale, che sicuramente ha fatto i suoi danni anche qui.

La sua fede ingenua e profonda attirava chi, come lui credeva con tutto il cuore e aveva bisogno della purezza della Natura per apprezzare maggiormente il Creato e pregare il Creatore.
Si era formato  quindi un piccolo pellegrinaggio che veniva ad ammirare le sue statue sacre.
La Chiesa ufficiale non si era mai occupata di lui, e lo lasciava vivere tranquillo.
Finchè, una volta, Maurizio non si oppose ad un veto che era stato posto nei confronti di una guaritrice che viveva a Castelfiorentino, e con la quale era in amicizia; una certa Armanda, alla quale era stato proibito l'accesso ai sacramenti.
Lui si oppose in maniera molto netta a questa che lui considerava un'ingiustizia: si slanciò contro il sacerdote durante una Messa Solenne, e la Curia, che aveva emesso la sentenza contro la guaritrice, la rinnovò anche nei confronti di Maurizio.
Non solo, lo accusò di esaltazione mentale, superbia, menzogna.
Tuttavia, quando il 26 settembre del 1932 Maurizio l'eremita muore nella sua forra per malattia, gli viene fatto un funerale religioso, e viene sepolto in terra consacrata.
Adesso per arrivare al letto del fiume esiste un percorso, piuttosto ripido e - se fatto su terreno bagnato anche piuttosto scivoloso - ma tutto corredato da un provvidenziale corrimano in corda, che oltre a segnalare la strada serve per aggrapparsi in caso di necessità.
 
 
Arrivati sul greto, in corrispondenza a quello che rimane delle statue, un minaccioso pietrone incombe sulle nostre teste.
 
 
Molto pittoresco, ma è meglio guardarlo da lontano!











lunedì 9 novembre 2020

L'ANTICA FORESTA DELL'ACQUERINO

La Foresta dell'Acquerino sembra già di per sè un luogo misterioso.
Come tutte le foreste, del resto.
Siamo tutti un po' legati alle immagini dell'allegra brigata di Robin Hood che viveva nella foresta e riusciva a sfuggire al perfido sceriffo di Nottingham, proprio grazie ai nascondigli ed alle grotte di quel grande e fitto bosco.

Tanto per cominciare, nell'alto Medioevo, proprio da questa foresta  passava un ramo della via Francesca, quella cioè che dalla Francia portava ai grandi pellegrinaggi - cioè gli unici luoghi dove allora valesse la pena andare - vale a dire Santiago di Compostela, Roma e Gerusalemme.
Si trattava di una delle infinite varianti di questa strada, e che quasi sicuramente ricalcava una antica strada romana, o addirittura etrusca. 
Per unire Bologna a Pistoia, percorreva la valle del Reno e la valle della Limentra di Sambuca, seguendo un itininerario che doveva coincidere con quello dell'attuale strada della faggeta all'interno della foresta dell'Acquerino,  e portava all'antica Badia di Taona.
 
 
Questa era una potente Abbazia, molto ricca e fornita di abbondanti beni, che forniva ospitalità ai pellegrini che transitavano sull'importante via di comunicazione della via Francigena.
Stiamo parlando ancora dell'Altro Medioevo, perchè il monaco Tao, che pare essere il fondatore dell'abbazia, la fondò tra la fine dell'VIII° e l'inizio del XI° secolo, dopo aver fondato Sant'Antimo nel Senese e San Tommaso a Pistoia.
Naturalmente i primi documenti che parlano di questa Abbazia risalgono all'anno 1004, e parlano di un monastero dedicato al Santissimo Salvatore,  già molto ricco e potente.
Era prassi comune che i Signori del luogo - o addirittura l'Imperatore -  dotassero di molti beni  i monasteri situati sulle grandi vie di comunicazione, che potevano esercitare un servizio di controllo sui pellegrini, per conto del loro benefattore.
Va detto che i monaci assistevano gratuitamente tutti i pellegrini che transitavano per la via francigena, e che sicuramente, specie in inverno - che qui arriva presto ed è lungo e severo - la loro opera era veramente una benedizione.

Poi avvenne che fu preferita la variante di fondovalle, certo più agevole e dove il maltempo aveva minor influenza: dal passo della Collina il tracciato scendeva verso la località detta Spedaletto, poi sempre più giù sino al Castello di Sambuca, dove si riuniva al tracciato originale.
Fu così che la Badia di Taona perse via via sempre più importanza, finchè nel XIV° secolo la comunità dei monaci, molto ridotta di numero, si trasferì nel monastero Vallombrosano di San Michele in Forcole.
Nel frattempo l'Abbazia si ridusse a un rudere, ormai in balìa delle guerre che si combattevano in zona, e che avevano scacciato anche i contadini che avevano coltivato gli ubertosi terreni che avevano reso ricco il monastero.
La Grande Abbazia, beneficata anche da Matilde di Canossa, nel XVI° secolo fu data in commenda (cioè i benefici della rendita delle terre furono ceduti a...) alla famiglia dei Pazzi di Firenze.
Scomparsi i frati, fuggiti i contadini, finito il viavai dei pellegrini, su queste montagne non sono rimasti che i faggi, e l'antica Abbazia è diventata un rudere.
Adesso è proprietà privata, e con le antiche pietre hanno ricostruito una casetta con lo stemma dei Pazzi.
 
Nella foresta esistono anche dei misteriosi sassi incisi, sui quali gli antichi abitanti usavano "prendere appunti" quando si ritrovavano tra di loro.
Cosa?
Non prendeteci proprio alla lettera, ma potrebbe essere una (libera) interpretazione. 
A parte gli scherzi, i Sassi Scritti delle Limentre (così si chiamano) sono stati studiati e catalogati da persone che certamente ne sanno molto più di noi.
Ce ne sono diversi: Il Sasso del Consiglio, il Sasso alla Pasqua e la Tana della Volpe (o Buca del Diavolo).
Noi abbiamo visto quello più facilmente raggiungibile, il Sasso del Consiglio che è vicinissimo alla strada asfaltata.
Sono tre grandi massi di arenaria tutti fittamente incisi, dove si presume che gli antichi abitanti, o forse i capi dei vari villaggi, si trovassero qui per prendere delle decisioni e poi incidessero nella pietra il risultato delle loro riunioni.
 
 
Anche e soprattutto per futura memoria, in modo che non ci fossero equivoci e ripensamenti, potremmo dire noi con la nostra mente di moderni.
 
 
Verderli da' una certa impressione, e sicuramente l'impressione sarebbe aumentata in inverno, perchè in questo luogo - presumibilmente da delle fratture nelle rocce - fuoriescono dei vapori tiepidi, che il freddo fa condensare rendendoli visibili.
Quindi immaginate la scena: lo scuro masso inciso di segni arcani e coperto di muschio, il suolo coperto di foglie morte dal quale escono magici vapori , gli alti faggi dalle nude braccia scheletriche protese verso il cielo plumbeo, magari al tramonto...
Se qualcuno vi battesse sulla spalla per chiedervi l'ora, l'extrasistole è garantita!

Fortunatamente è estate, il sole brilla e gli uccellini cinguettano.
Se avete anche solo una crossover, fate la strada della faggeta. E' una meraviglia.

 
























domenica 20 settembre 2020

SULLA MONTAGNA PISTOIESE

La Montagna Pistoiese è sempre un gran bel posto da visitare, in tutte le stagioni dell'anno.
In primavera è una vera sinfonia di sfumature di verde, ci si meraviglia che ce ne possano essere così tante. 
In estate è un fresco rifugio dalla calura della città di pianura.
In autunno la sinfonia delle sfumature vira sull'oro, sul rosso e sul bruno. 
In inverno è il posto più bello dove andare per chi ama la neve (quando c'è) o il freddo (e quello di sicuro non manca).
Ok, adesso che l'introduzione poetica è stata fatta, possiamo senz'altro procedere con quello che volevamo dire.
Abbiamo fatto una bella passeggiata per segnalarvi alcune curiosità (mica potevamo cominciare così, vi pare?)

A Prunetta, intanto, potrete trovare una Colonia Marina situata a 1.000 metri sul livello del mare. 
Questo esemplare unico - e quando diciamo unico parliamo sicuramente della sua bruttezza -  si trova sopra il grazioso paesino, nota località climatica e di villeggiatura, frazione di San Marcello e Piteglio.
Il progetto, infatti,  era nato come una colonia marina per i figli dei lavoratori delle Poste.  Ma si era già alla fine degli anni '60 del secolo scorso, e già ci si rendeva conto che l'istituzione delle Colonie stava perdendo colpi: infatti tutte quelle che c'erano sulla riviera Romagnola oppure sulla costa del Calambrone tra Pisa e Livorno o erano già chiuse o stavano chiudendo.
Allora i nostri fenomeni (chiunque fossero, ma di sicuro c'erano) che hanno fatto? Invece di perdere tutti i soldi che potevano guadagnare dalla realizzazione di una colonia marina che tutti avrebbero guardato con sommo sospetto, pensarono di realizzarla in montagna, dove avrebbero avuto meno occhi addosso.
Detto fatto, trovarono un grazioso paesino sulla montagna Pistoiese - Prunetta, appunto - e decisero di stravolgerla per l'eternità costruendo sui suoi bei boschi questo orrendo ecomostro.

Per dire la verità, l'ecomostro ha anche funzionato dal 1975, anno della sua inaugurazione, sino al 1997 quando fu decisa la sua definitiva chiusura.
E per dirla tutta, ha anche dato lavoro ad un sacco di persone in zona,  nei 22 anni dei sua attività.

Ma passandoci davanti adesso, e vedendo lo sfacelo che è adesso questo posto, dubitiamo di trovare qualcuno che possa affermare che ne è valsa la pena.

Già che siamo nel comune di Piteglio (e San Marcello) ci fermiamo nel capoluogo, che vale la pena di visitare perchè si tratta di un borgo davvero molto caratteristico, con le sue piazze che si chiamano Aie, e la sua Pieve di Santa Maria Assunta, famosa per il campanile che ha gli angoli orientati verso i quattro punti cardinali, 

ma soprattutto per la Cappella della Madonna del Latte.
In questa Cappella  viene costodita un'ampolla che la tradizione vuole contenga alcune gocce del latte della Madonna. 
Questa reliquia, riconducibile al  viaggio di un messo dei Conti Guidi nel  XIII° e che esiste anche a Montevarchi - ed essendo Piteglio e Montevarchi nel XIII° secolo, entrambi sotto la signoria dei conti Guidi, ciò rende la storia estremamente credibile - è stata venerata per secoli nella zona e non solo.
Purtroppo dal 1984 è stata sottratta al culto, per decisione dell'allora vescovo di Pistoia. Pare infatti che il materiale di cui è composta (materiale di origine minerale e vegetale) non sia compatibile con il culto di cui è stata oggetto per secoli.
Infatti, prima di venire custodita presso questa chiesa in Piteglio, la Sacra Reliquia era visibile in quella che adesso viene chiamata Pieve Vecchia,

 anch'essa dedicata all'Assunta, e che è poco fuori dall'abitato, una piccola chiesa dall'aspetto dimesso a cui il piccolo pulpito in pietra al quale si sale da pochi gradini, e che è stato aggiunto in epoca assai più recente, non aggiunge niente alla semplicità della costruzione.
Sul lato esterno una pietra incisa con strani segni: ma il rebus è presto risolto: 


si tratta dell'anno in cui le filatrici di Piteglio si privarono di una parte dei loro guadagni per poter adornare la piccola chiesa di un minuscolo campanile a vela.

Proseguendo per pochi chilometri, in Val di Lima, troviamo l'indicazione per le torri di Popiglio.
Per vederle è necessario fare poche centinaia di metri a piedi in un piacevole bosco: ci si trova davanti quasi all'improvviso una torre di avvistamento, circondata dall'ampio basamento di quella che doveva essere una fortezza. 
Scopriamo poi il suo nome: Rocca Securana. 
Forse proprio da questa antica Rocca, che sorge sulle vestiglia di un accampamento romano del II° secolo dopo Cristo,  è poi derivato l'abitato di Popiglio. Sicuramente la rocca e le Torri erano un baluardo, essendo proprio al confine con lo stato lucchese, e lo sono state per molto tempo, prima per Pistoia, e poi per Firenze.
La prima Torre - dicevamo - è ancora imponente, seppure debba essere almeno la metà di quello che era all'origine, e  circondata dalle fondazioni dell'antica Rocca.

L'altra è più in basso e  bisogna fare una bella "scivolata" per andare a verderla, e, anche se è pur essa molto diroccata, è pur sempre più alta della sua compagna. 

Quest'ultima sorge però solitaria, e probabilmente serviva da collegamento con il paese, che è poco sotto.

Se poi siete appassionati di Astronomia, in località Pian de' Termini, sempre nel comune di San Marcello Piteglio, c'è un bellissimo osservatorio che si chiama "Osservatorio Astronomico della Montagna Pistoiese" con due cupole e due telescopi.

E' situato in un posto dove l'inquinamento luminoso notturno non disturba l'osservazione, tanto che in questo luogo si sono fatte diverse importanti scoperte.
Davanti all'osservatorio c'è il "Parco delle stelle" un prato dove gli appassionati possono osservare il cielo, e dove sono collocate alcune opere artistiche a tema stelle e pianeti dell'artista Silvio Viola.

Il luogo è anche punto di partenza per escursioni di tekking e di mountan-bike.

Visto che siamo comunque sempre nella zona di San Marcello Piteglio, lungo la strada che porta a Spignana, in località Macereti, c'è un altro luogo interessante da visitare. 
Una grotta non naturale dove è vissuta l'eroina di un romanzo.

Dunque: Macereti vuol dire: luogo dove si depositano le macerie.
Questo perchè lì vicino c'erano delle cave di pietra serena.
La grotta che vi segnaliamo è proprio lungo la strada, basta scendere dalla macchina, prendere una stradellino che scende sottostrada per tipo... dieci metri, e la troviamo subito (quindi adatta anche a chi ci va con l'infradito).
Ora, è palese che non è una grotta naturale, è tutta squadrata, anche se ci sarebbe piaciuto vedere chi ce l'ha portata!
Comunque dentro c'è una stanza di circa 20 mq con tutto il suo pavimento. Pare che fino a un po' di tempo fa ci fosse anche una porta di legno.
Massimo D'azeglio - ecco il motivo per cui c'è tutto questo interesse intorno a questo mini-appartamento - ci ha fatto vivere e morire Lisa de' Lapi, la figlia di  Niccolò de' Lapi, il protagonista dell'omonimo romanzo ambientato nella Firenze dei Medici. 

Non abbiamo letto il romanzo - dove fra l'altro c'era anche uno che si chiamava Fanfulla Da Lodi.. che di faceva a Firenze? - ma per riferirsi solo alla vicenda di Lisa, sappiamo solo  c'erano contrapposte due fazioni (come sempre a Firenze in quel periodo) e Lisa era promessa ad uno del suo partito.
Ma, di lei si invaghisce uno della fazione opposta, Troilo Ardighelli, che la sposa, ma solo per finta. Quando lei lo scopre è pure incinta - ma dico io, come si fa a fidarsi di uno che si chiama Troilo? Benedetta ragazza - ed il padre la scaccia di casa. Lei allora vaga per le montagne e va a rifugiarsi (esatto...) nella grotta di Spignana.
Cinquanta anni dopo, alcuni cacciatori trovano l'eremita in odore di santità, con lunghi capelli bianchi e vestita di sacco, sì, ma in punto di morte piange ancora per l'amato Troilo.
Una domanda sorge spontanea: ma non era incinta? e il figlio dell'amato che fine ha fatto? Non se ne parla.

Ecco le nostre curiosità.
Vi risparmiamo la chiusura poetica.