Chi è che, nato tra Prato e Firenze, non ha avuto una nonna o una bisnonna che lavorava intrecciando la paglia? Era una cosa comunissima in questa zona, dove si produceva la materia prima per i famosi cappelli di paglia di Firenze. Anzi, all'estero erano conosciuti come "Leghorn", che era poi il nome inglese della città di Livorno, da cui tutti i cappelli partivano, alla volta del mondo intero.
Quest'arte, un tempo comunissima, adesso è completamente dimenticata: nessuno intreccia più la paglia a mano, anche perchè i cappelli di paglia non li indossa quasi più nessuno; anche la moda dei cappelli è finita, e se prima uscire di casa senza cappello era considerato disdicevole, sia per un uomo che per una signora, adesso portare il cappello è considerato invece una stravaganza.
Tuttavia quella che era "l'arte della paglia" è rimasta custodita in un piccolo, bellissimo museo: il "Museo Civico della Paglia" di Signa, fondato nel 1997. Qui viene dato ampio spazio alla figura di Domenico Sebastiano Michelacci, nato a Galeata nel 1669. Galeata attualmente è in provincia di Forlì e Cesena, ma quando il Michelacci nacque (e sino al 1923) faceva parte della Romagna Toscana. Giunse a Signa nel 1714 e sviluppò una tecnica innovativa di coltivazione di uno speciale tipo di grano detto "marzuolo", che permetteva la produzione di paglia di alta qualità, che permetteva la produzione di trecce finissime, destinata appunto alla produzione di cappelli. La paglia veniva selezionata e preparata in piccoli fastelli, che venivano consegnati alle lavoranti, che a casa loro producevano le trecce, con le quali si realizzavano poi i cappelli.
Una visita al museo ci permette si ammirare i vari tipi di intreccio, utilizzati per i vari tipi di cappelli e per ornamenti, oltre che per utilizzi di tipo più pratico.
La versatilità di questo tipo di paglia è veramente incredibile, se si pensa che può essere tinta e poi lavorata all'uncinetto come se fosse un qualsiasi tipo di duttile filato, e utilizzata per fare una serie di splendidi abiti, come vediamo esposti nel museo.
Un vero peccato che questa arte, come purtroppo molte altre che un tempo erano comuni, non abbia più nessuno che la stia coltivando e che la tramandi alle generazioni future.





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