sabato 5 luglio 2014

ENRICO CARUSO IN TOSCANA


Di Enrico Caruso sappiamo che è stato un uno dei più grandi tenori italiani.
Che è nato a Napoli nel 1873  - diciottesimo di ventuno figli! - e che è morto a Napoli nel 1921.
Però non sono moltissimi quelli che sanno che ha vissuto in Toscana, per molti anni.
Infatti, abitò per per un periodo a Cercina, vicino a Sesto Fiorentino. La villa dove aveva abitato era in un posizione talmente bella che in tempi recenti ci hanno fatto un Albergo e Relais, a lui intitolato.
Tuttavia, la villa era bella ma non era quello che lui sognava, anche perchè voleva dare alla sua amata, Ada Giachetti una casa degna di lei. Passeggiando nella zona, rimasero colpiti dalla bellezza del paesaggio e dalla posizione unica della villa, che infatti era detta Bellosguardo.

Si tratta di una villa cinquecentesca, fatta costruire dall'Abate Alessandro Pucci che, come si conveniva ad un gentiluomo del tempo, fece costruire questa dimora, sulle colline di Lastra a Signa per trascorrere piacevolmente il tempo, meditando, studiando e giocando: questo era il modo in cui doveva trascorrere le sue giornate un nobile tardo-rinascimentale.
Da questo colle, che domina la valle dell'Arno da un lato, con alle spalle il Montalbano e le sue splendide valli, si gode una vista magnifica: esattamente il posto in cui si potevano coltivare i raffinati piaceri di cui sopra.

Dopo l'improvvisa morte dell'Abate, la villa passò ad un fratello, e poi ad un altro ramo della famiglia Pucci; come molte dimore dell'epoca fu spogliata di tutti gli arredi, fino a passare in mano alla famiglia Ciampi, e poi nel 1906, alla fine della famosa passeggiata con Ada Giachetti, a Enrico Caruso.
Anche lui ne ha voluto fare un luogo di delizie e di riposo, un luogo in cui dedicarsi alla natura, allo svago e agli affetti familiari.
Per ampliare la villa e risistemare il parco, Enrico Caruso volle avvalersi solo di manodopera locale, occupando così circa trecento persone nei lavori edili e agricoli, in un momento in cui l'economia di Signa e Lastra a Signa erano in grave crisi a causa della forte diminuzione di richiesta di treccia di paglia - quella dei cappelli, per capirsi - che era la principale fonte di sostentamento economico della zona.

La popolazione apprezzò molto l'interessamento e la generosità del grande tenore, e lo ricambiò con un affetto ed una ammirazione incondizionata.
Quando il tenore cantava, i contadini della zona smettevano di lavorare per ascoltarlo, e tutti cantavano le sue arie dalla mattina alla sera, nè disdegnava di andare a bersi un buon bicchiere all'osteria Sanesi di Lastra a Signa - locale tutt'ora esistente - dove aveva fatto amicizia con gli uomini del posto.
Tutta questa bontà d'animo non l'aiutò nei sui affetti, perchè l'adorata Ada Giachetti, da cui ebbe due figli, lo lasciò nel 1908 scappando con l'autista: una brutta storia che andò a finire poi nell'aula di un tribunale.
Tuttavia, il tenore continuava a considerarla come la sua casa, e vi soggiornava appena era libero dagli impegni teatrali.
Nel 1918 sposò una ragazza americana, Doroty Benjamin, a cui il posto non piaceva, e non volle mai abitarci.
Dopo la sua morte la villa passò di mano in mano, e per ultimo fu acquistata da una società svizzera che vendette all'asta tutti gli arredi e poi se ne liberò. Fortunatamente il Comune di Lastra a Signa riuscì a ricomprarla nel 1995, e con molti sforzi è riuscita a restituirla alla comunità. 
Dal 2012 è sede dell'unico museo italiano dedicato al tenore Enrico Caruso; all'interno ci sono cimeli riguardanti il grande tenore, molte foto, oggetti e documenti d'epoca amorevolmente raccolti, statue e dipinti,

nonchè il percorso artistico dall'esordio alla prematura morte; con i pochi mobili superstiti si è ricostruita la camera da letto dell'artista.
Due parole sull'artista le vogliamo dire anche noi, che siamo appassionati d'opera.
Prima di tutto Enrico Caruso fu il primo grande artista a incidere dei dischi nel 1902, ed è altresì stato il primo cantante a vendere più di un milione di dischi, precisamente dell'aria "vesti la giubba" dai "Pagliacci" di Leoncavallo, incisa nel 1904. Infatti i suoi colleghi snobbavano questa nuova tecnologia, e si rifiutarono di avvalersene. Ed è per questo che quella di Caruso è l'unica voce di quei tempi che ci è giunta.  Una voce strana, rispetto ai tenori di oggi, con una coloritura scura che la rende quasi baritonale: ma era la voce giusta al momento giusto, proprio nel periodo in cui  l'opera ispirata al verismo esigeva voci ardenti e passionali, e non più le voci un po' leziose dei tenori di fine ottocento.
Ma dobbiamo prendere con le molle le sue interpretazioni, perchè a qui tempi la tecnologia di riproduzione era quella che era - oltretutto molte arie dovevano essere accorciate per permettere ai supporti di contenerle - e sicuramente l'ascolto dal vivo era un po' diverso.

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