sabato 19 luglio 2014

LA FABBRICA NOBEL A SIGNA

La Polveriera a Signa: l'abbiamo sentito dire fin da bambini. Era un luogo di cui sentivamo parlare i nostri genitori,  ma non sapevamo che era una fabbrica della Nobel: sì, proprio quella del premio Nobel, che del resto si inventò quel premio, distribuendo soldi ed onorificenze, proprio per scaricare la propria coscienza dal fatto di aver inventato la dinamite, che diventò così importante nelle guerre del XIX del XX secolo.
Abbiamo colto l'occasione annuale in cui gli antichi edifici della fabbrica - una sola volta l'anno - vengono aperti al pubblico. In occasione delle  Commemorazioni per  l'evento partigiano del 11 giugno 1944, in cui persero la vita quattro giovani partigiani della zona, il più famoso dei quali è Bogardo Buricchi, che guidò un piccolo drappello per sabotare un convoglio composto da quattro vagoni carichi di esplosivo, che partivano appunto dalla fabbrica Nobel, in quel momento sotto il controllo dei tedeschi.
E' una vicenda ben nota in zona:  in otto decidono di sabotare un convoglio di  vagoni carichi di tritolo nella vicinissima stazione di Carmignano, sotto la sorveglianza tedesca. In maniera fortunosa riescono a far esplodere il primo vagone, ed in rapida successione anche tutti gli altri. L'esplosione è così forte che viene sentita sino a Prato e a Firenze. Purtroppo però degli otto partigiani, cinque ne muoiono.
Il 12 giugno del 1996 fu inaugurato un cippo commemorativo a Poggio alla Malva, che riporta il criptico motto: " E ora impara te".
Ma torniamo ai fascinosi ruderi della fabbrica:
Le palazzine sono quasi tutte ancora in piedi, nonostante siano state definitivamente abbandonate nel 1958.

Questo perchè i metodi di costruzione erano assai accurati, ed erano stati usati i materiali migliori, e tecniche costruttive d'avanguardia, con un'architettura estranea alla zona.

I tetti dei capannoni, a differenza delle palazzine, sono tutti crollati, ma la motivazione logica era che erano costruiti in legno, proprio per evitare che improvvise esplosioni potessero causare il crollo dei tetti sulle persone che ci lavoravano dentro, e provocarne la morte (come se invece una trave di pino sulla testati facesse bene!)
E' interessante sapere perchè una fabbrica di tritolo venisse costruita in questa zona: infatti una fabbrica della Nobel esisteva anche ad Avigliana, vicino Torino.
Era però vicina ai confini - stiamo parlando degli anni '10 del XX secolo - era lontana dalle miniere di pirite, che invece erano necessarie per la produzione, e che in Toscana abbondavano. Inoltre il sito di Signa  era lontana dalle coste, da cui, chissà, pensavano arrivassero i pirati Saraceni...
Comunque sia, quando scelsero il sito di loro interesse - tutto nel comune di Signa per un'estensione di oltre 90 ettari,  ma vicinissimo alla stazione ferroviaria di Carmignano -  la costruzione dell'impianto, che iniziò nel 1912, stravolse la geografia della zona.
Infatti la strada provinciale che collegava Signa a Comeana, nel comune di Carmignano,  passava proprio dal sito prescelto. Fu quindi necessario modificare la viabilità della zona e spostarla più vicina al fiume Arno, per cui fu necessario costruire un nuovo ponte.
Allo scopo di rendere le costruzioni della fabbrica poco visibili ad eventuali incursioni da parte di aerei nemici, furono espiantati ettari di vigne e di oliveti, che disegnano tutt'ora la zona circostante, per piantare invece un fitto bosco che potesse invece celarlo efficacemente.
Il fitto bosco esiste tutto'ora, ed anzi, in oltre cinquant'anni in cui è cresciuto senza nessun controllo, vi assicuriamo che più che un bosco è diventato una vera giungla, creando una zona di inestimabile valore paesaggistico. Se i boschi molto fitti si chiamavano "ragnaie" non sappiamo nemmeno immaginare  il nome dei ragni che possono popolare questo bosco, fittissimo e popolato di alberi appositamente scelti - per i motivi di cui sopra - per creare un ambiente molto tenebroso.

Da quando, nel 1964 è stata interamente bonificata da residui di esplosivi,  molti sono stati i progetti per riqualificare l'area, tra cui anche quella di farne degli Studios Cinematografici: ipotesi ormai definitivamente dismessa... L'importante sarebbe non farne un'area di villette a schiera. Ora come ora il patrimonio di questa zona  è proprio il suo straordinario bosco.

Comunque sia, la fabbrica ebbe il suo momento d'oro durante la prima Guerra Mondiale, quando impiegava quasi 30.000 addetti!! tra le due guerre perse un po' di importanza strategica e fu venduta alla Montecatini, che la utilizzò, vista l'abbondanza di vegetazione , per la sperimentazione di insetticidi e concimi chimici.
Tuttavia negli anni '30 riprese vigore e produsse la maggior parte degli esplosivi a base di nitroglicerina che veniva prodotta nel nostro paese. Furono costruiti anche altri edifici e un ponte ferroviario che permetteva di trasportare i vagoni carichi sino alla vicina stazione di Carmignano.
Nel 1944 cadde in mano ai tedeschi, che la utilizzavano per rifornire di esplosivi le loro truppe, sino al momento del sabotaggio,  di cui vi abbiamo narrato.

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sabato 12 luglio 2014

IL PLASTICO FERROVIARIO DELLA DIRETTISSIMA FIRENZE - BOLOGNA


Si sà,  la ferrovia piace a tutti.
E con i modellini delle ferrovie hanno giocato tutti, anche le bambine - non quelle di adesso, ovviamente - e molti i hanno avuto un modellino di vagone ferroviario in casa.

A Prato, sotto i locali del Dopolavoro ferroviario, in un locale che in origine era un deposito di carbone (e si vede dagli archi a tutto sesto e dal soffitto un po' basso) è stato ricostruito un tratto della ferrovia direttissima Firenze - Bologna.
Per dire la verità si tratta di 5 tronconi -  tutti in perfetta scala 1:87  - tra la stazione di Vernio e quella di Vaiano, riuniti in un'unico plastico di scenari non contigui, pari a 65 metri di doppio binario, distribuito su una superficie di circa 80mq, con una forma a 8 ripiegato su se' stesso.

L'idea di costruire il plastico, venne all'inizio degli anni '80, quando si era vicini al 50° anniversario dell'inaugurazione della Ferrovia Direttissima,  che risaliva al 22 aprile del 1934, ad un piccolo gruppo di volenterosi e ben motivati fermodellisti.
Le ricerche sul soggetto da riprodurre si articolarono sia su rilievi cartografici che su rilievi in loco, favoriti anche dalla collaborazione della PolFer, che permise di eseguire i rilievi sui luoghi, sulle opere e sui fabbricati.
Geograficamente il plastico ha come estremi l'imbocco nord della galleria Gabbolana e l'imbocco sud della Grande Galleria dell'Appennino.
Pur senza avere competenza specifica, abbiamo apprezzato la perfezione della riproduzione in scala, la conservazione dei raggi di curvatura originali dei vari tratti -  e perfino la loro pendenza è in scala - ottenendo di raggiungere la visione in miniatura della vera ferrovia attraversante il nostro tratto di Appennino.

Tuttavia quello che ci ha stupito - e confessiamo, anche un po' commosso - è stata la perfezione assoluta della riproduzione del paesaggio circostante: le rocce, i ciuffi di ginestre, i sentieri serpeggianti sotto i ponti ferroviari, i ponti con le sgocciolature dell'acqua, il paesaggio circostante riprodotto in grandi quadri perfettamente integrati con il plastico, e che ne aumentano la tridimensionalità:
Sfidiamo chiunque a capire se questa è una foto dal plastico o al tratto originale della ferrovia!!

Lungo il tracciato ed alle stazioni sono ubicati, fedelmente alla realtà, i segnali luminosi a una o più luci, di categoria o di avviso, a vela tonda o quadra, su palina o portale: tutte perfettamente funzionanti secondo la loro destinazione.

Si è voluto ricreare la verità della stazione ferroviaria, anche nella cosiddetta "stanzina" un locale dove si compongono i convogli, esattamente come si fa nelle vere stazioni, dove ci sono sempre dei binari morti destinati a questo scopo.

In questa stanza, posta in adiacenza al vasto locale del plastico, fanno capo gli svincoli di entrata e di uscita, sia per il binario pari (FI-BO) che per quello dispari (BO-FI). Come nelle vere stazioni, la regolarità delle manovre è sorvegliata da apposite telecamere a circuito chiuso.
Tanta meticolosità ed attenzione ha richiesto tanto tempo, tanto impegno ed una passione sconfinata: i lavori sono cominciati nel 1986 ed il plastico è stato inaugurato il 24 novembre del 2001!
Fortunatamente, il lavoro si è potuto realizzare perchè le condizioni erano diverse da quelli di oggi: le istituzioni hanno collaborato - e sovvenzionato: sicuramente si è trattato di un'operazione assai costosa - e supportato in vari modi l'impresa.
Ci duole molto dire che una cosa del genere, ad oggi , sarebbe stata quasi  impossibile da realizzare...
Possiamo però visitarlo ed ammirarlo.
Si trova a Prato, in Piazza Stazione, 21 ed è aperto il sabato dalle 16.00 alle 18,30 e la domenica dalle 9,30 alle 12.00
Per scrivere queste poche note ci siamo avvalsi, oltre alla gentilezza dei fermodellisti che abbiamo incontrato nel locale del Plastico, ci siamo avvalsi dell'opuscolo a cura del DLF di Firenze - Circolo di Prato - Gruppo Fermodellistico "Il plastico ferroviario della linea ferroviaria Direttissima"
tutte le notizie tecniche per gli appassionati modellismo ferroviario le trovate qui:
http://web.tiscali.it/a_bandinelli/DLF_01.htm






giovedì 10 luglio 2014

LA BRIGLIA ED IL LANIFICIO FORTI

Ancora una città fabbrica e ancora la Valdibisenzio.
Ed un Pratese illustre.
Beniamino Forti per dire la verità era nativo di Montelpulciano, ma all'epoca dell'unità d'Italia si trasferì a Prato, attirato dall'espansione economica della zona. Iniziò come merciaio, poi - come succedeva all'epoca, ma purtroppo oggi non accade più - da una cosa ne fece un'altra e iniziò la produzione di panni di lana, prima in società con un certo Mercatanti, poi da solo, realizzando tessuti sia per abbigliamento maschile che femminile.
Aprì tra il 1879 ed il 1882  uno stabilimento , sfruttando un edificio pre-esistente, sul quale c'è da fare un discorso più ampio.
Questa zona si chiama La Briglia, ed ha la sua storia nel nome: infatti qui era una delle numerose Briglie, cioè quelle dighe che rallentano il trasporto del materiale di fondo da parte di un fiume, in questo caso il Bisenzio.
A Valle della Briglia esisteva già una cartiera, detta "Cartaia Vecchia" (ed infatti esiste ancora una località che si chiama La Cartaia).
Nel 1735 ne fu aperta un'altra, molto grande per l'epoca, proprio alla Briglia, probabilmente da Clemente Ricci, adattando una precedente costruzione nata come mulino ad acqua, ed era tra le più importanti d'Italia . Nel 1750 ci lavoravano 80 persone. Verso il 1818 sappiamo che si chiamava " Leopodo Gigli e Compagni", e che la carta prodotta doveva essere di ottima qualità.
Poi, nel 1844 ci fu la trasformazione in raffineria di rame. Appare estremamente probabile che i proprietari dello stabilimento, avessero spostato la lavorazione da Montecatini Val di Cecina perchè erano nei guai con la gente del luogo, specie gli agricoltori, perchè i residui della lavorazione inquinavano pesantemente acqua e aria. La Val di Bisenzio sembrava molto lontana dalla Val di Cecina, ma già durante i lavori di trasformazione da Cartiera a Raffineria, le popolazioni circostanti cominciarono a protestare, dando origine ad una clamorosa protesta a carattere ecologico. Oltre a danneggiare campi, allevamenti, inquinare acqua e aria, la fitta nebbia solforosa che veniva a crearsi durante la lavorazione, impediva persino il transito sulla Strada Statale che portava a Bologna, asse viario di vitale importanza per la Vallata e per Prato.
Forse fu proprio questa la ragione per cui la Raffineria, la cui proprietà era a maggioranza Inglese,  ebbe vita breve e travagliata: le lavorazioni cominciarono ad essere dismesse verso l'inizio degli anni '60.
Quindi una zona vocata industrialmente: mulino, cartiera, raffineria di rame ed infine lanificio.
Beniamino Forti era uno che credeva nell'innovazione, tanto è vero che fu tra i promotori di quella Scuola Professionale, diventato poi il celeberrimo Istituto Tecnico Industriale "Tullio Buzzi", insieme ad un altro insigne pratese, quel Giovan Battista Mazzoni del quale abbiamo visto la statua in Piazza del Duomo e che introdusse l'uso dei macchinari tessili a Prato ( dopo essere stato mandato a studiare all'estero con una borsa di studio del buon Granduca Ferdinando, va detto).
Ma torniamo a Beniamino Forti, che insediò la sua fabbrica seguendo le linee guida dell'epoca:  forse paternalistiche ma di certo assai efficaci. Quindi intorno alla fabbrica ampliò e fece costruire alloggi per gli operai, una chiesa, botteghe e negozi, un ambulatorio medico, una centrale elettrica,un asilo e una scuola per i figli degli operai,  nonchè un teatro ed una università popolare.
C'erano alloggi anche per i dirigenti e per gli impiegati, sotto l'imponente torre dell'orologio. La  breve strada con cui si raggiungevano le abitazione degli impiegati, era stata soprannominata "via de Lei", appunto per il riguardo che era conveniente avere negli incontri con i dipendenti di grado superiore.
Le altre strade della frazione hanno nomi evocativi: via del Carbonizzo, via degli Annodini, tutti nomi legati alle attività produttive.
Nel momento di massima espansione, il lanificio occupava ben 1500 addetti.
I suoi successori furono  tra i fondatori dell'Unione Industriale di Prato, ed il figlio Alfredo, fu il primo Cavaliere del Lavoro della città di Prato.
Purtroppo, essendo di religione ebraica, furono privati dei loro beni a partire dalla promulgazione delle leggi razziali nel 1938.
A seguire, la Seconda Guerra Mondiale non risparmiò certo la piccola città-fabbrica: bombardamenti, dispersione della forza-lavoro a causa della guerra, danni alle infrastrutture.
Negli anni '50 e '60, i capannoni furono utilizzati per varie attività produttive, mentre la vita de La Briglia continuava come frazione del comune di Vaiano.
Dalla fine degli anni '70, con l'inizio della de-industrializzazione, i capannoni furono via via abbandonati, sino ad arrivare al pericoloso stato di degrado attuale,

 dove abbandono e sporcizia non riescono ancora a nascondere l'archeologia industriale dell'antico insediamento produttivo, in special modo la caratteristica ciminiera quadrangolare

- unica per dimensioni e tipologia nell'intero panorama pratese - e la torre dell'orologio che scandiva la vita della fabbrica e degli abitanti delle case.

L'edificio adibito ad uffici è stato riadattato a case di abitazione.

La chiesa, dalla severa architettura neogotica con volte a crociera, ha un caratteristico campanile moderno, la cui forma si individua a prima vista da qualsiasi punto della Val di Bisenzio.
Questa chiesa, intitolata a San Miniato, ha una storia particolare: costruita dalla società mista anglo-italiana durante il disgraziato periodo della Raffineria di rame, è proprio al centro del complesso industriale. Siccome era diventata la chiesa parrocchiale della Briglia, per la sua particolare posizione  fu riscattata dai Forti e adibita a magazzino durante il periodo del Lanificio. Fu costruita un'altra chiesa inaugurata nel 1931, che però fu gravemente danneggiata da una frana prima e dalla seconda guerra mondiale poi, tanto che dovette essere demolita nel 1953. Nel 1954 la Curia acquistò il vecchio oratorio del 1836, dalla proprietà che vendeva a lotti gli edifici, e restaurò la chiesetta, contando quasi esclusivamente sui proventi della vendita del metallo che costituiva il soppalco che divideva in due la navata.

In questa ricerca siamo stati aiutati da un testo: "La Fabbrica Forti in Val di Bisenzio" di Giulia Benelli.

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sabato 5 luglio 2014

ENRICO CARUSO IN TOSCANA


Di Enrico Caruso sappiamo che è stato un uno dei più grandi tenori italiani.
Che è nato a Napoli nel 1873  - diciottesimo di ventuno figli! - e che è morto a Napoli nel 1921.
Però non sono moltissimi quelli che sanno che ha vissuto in Toscana, per molti anni.
Infatti, abitò per per un periodo a Cercina, vicino a Sesto Fiorentino. La villa dove aveva abitato era in un posizione talmente bella che in tempi recenti ci hanno fatto un Albergo e Relais, a lui intitolato.
Tuttavia, la villa era bella ma non era quello che lui sognava, anche perchè voleva dare alla sua amata, Ada Giachetti una casa degna di lei. Passeggiando nella zona, rimasero colpiti dalla bellezza del paesaggio e dalla posizione unica della villa, che infatti era detta Bellosguardo.

Si tratta di una villa cinquecentesca, fatta costruire dall'Abate Alessandro Pucci che, come si conveniva ad un gentiluomo del tempo, fece costruire questa dimora, sulle colline di Lastra a Signa per trascorrere piacevolmente il tempo, meditando, studiando e giocando: questo era il modo in cui doveva trascorrere le sue giornate un nobile tardo-rinascimentale.
Da questo colle, che domina la valle dell'Arno da un lato, con alle spalle il Montalbano e le sue splendide valli, si gode una vista magnifica: esattamente il posto in cui si potevano coltivare i raffinati piaceri di cui sopra.

Dopo l'improvvisa morte dell'Abate, la villa passò ad un fratello, e poi ad un altro ramo della famiglia Pucci; come molte dimore dell'epoca fu spogliata di tutti gli arredi, fino a passare in mano alla famiglia Ciampi, e poi nel 1906, alla fine della famosa passeggiata con Ada Giachetti, a Enrico Caruso.
Anche lui ne ha voluto fare un luogo di delizie e di riposo, un luogo in cui dedicarsi alla natura, allo svago e agli affetti familiari.
Per ampliare la villa e risistemare il parco, Enrico Caruso volle avvalersi solo di manodopera locale, occupando così circa trecento persone nei lavori edili e agricoli, in un momento in cui l'economia di Signa e Lastra a Signa erano in grave crisi a causa della forte diminuzione di richiesta di treccia di paglia - quella dei cappelli, per capirsi - che era la principale fonte di sostentamento economico della zona.

La popolazione apprezzò molto l'interessamento e la generosità del grande tenore, e lo ricambiò con un affetto ed una ammirazione incondizionata.
Quando il tenore cantava, i contadini della zona smettevano di lavorare per ascoltarlo, e tutti cantavano le sue arie dalla mattina alla sera, nè disdegnava di andare a bersi un buon bicchiere all'osteria Sanesi di Lastra a Signa - locale tutt'ora esistente - dove aveva fatto amicizia con gli uomini del posto.
Tutta questa bontà d'animo non l'aiutò nei sui affetti, perchè l'adorata Ada Giachetti, da cui ebbe due figli, lo lasciò nel 1908 scappando con l'autista: una brutta storia che andò a finire poi nell'aula di un tribunale.
Tuttavia, il tenore continuava a considerarla come la sua casa, e vi soggiornava appena era libero dagli impegni teatrali.
Nel 1918 sposò una ragazza americana, Doroty Benjamin, a cui il posto non piaceva, e non volle mai abitarci.
Dopo la sua morte la villa passò di mano in mano, e per ultimo fu acquistata da una società svizzera che vendette all'asta tutti gli arredi e poi se ne liberò. Fortunatamente il Comune di Lastra a Signa riuscì a ricomprarla nel 1995, e con molti sforzi è riuscita a restituirla alla comunità. 
Dal 2012 è sede dell'unico museo italiano dedicato al tenore Enrico Caruso; all'interno ci sono cimeli riguardanti il grande tenore, molte foto, oggetti e documenti d'epoca amorevolmente raccolti, statue e dipinti,

nonchè il percorso artistico dall'esordio alla prematura morte; con i pochi mobili superstiti si è ricostruita la camera da letto dell'artista.
Due parole sull'artista le vogliamo dire anche noi, che siamo appassionati d'opera.
Prima di tutto Enrico Caruso fu il primo grande artista a incidere dei dischi nel 1902, ed è altresì stato il primo cantante a vendere più di un milione di dischi, precisamente dell'aria "vesti la giubba" dai "Pagliacci" di Leoncavallo, incisa nel 1904. Infatti i suoi colleghi snobbavano questa nuova tecnologia, e si rifiutarono di avvalersene. Ed è per questo che quella di Caruso è l'unica voce di quei tempi che ci è giunta.  Una voce strana, rispetto ai tenori di oggi, con una coloritura scura che la rende quasi baritonale: ma era la voce giusta al momento giusto, proprio nel periodo in cui  l'opera ispirata al verismo esigeva voci ardenti e passionali, e non più le voci un po' leziose dei tenori di fine ottocento.
Ma dobbiamo prendere con le molle le sue interpretazioni, perchè a qui tempi la tecnologia di riproduzione era quella che era - oltretutto molte arie dovevano essere accorciate per permettere ai supporti di contenerle - e sicuramente l'ascolto dal vivo era un po' diverso.

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