domenica 5 luglio 2026

La "Strata" e le antiche vie della Piana Pratese: un tuffo nell'anno mille

 Alla Fine del X secolo, nella piana pratese, gli insediamenti più a sud erano Jolo e Colonica, posizionati lungo le direttrici nord-sud che collegavano il castello di Tizzana a quello di Campi.  Per quanto riguarda gli assi est-ovest, le vie principali erano la pedemontana di Montemurlo, la strada che da Ponzano passava per Sant'Ippolito in Piazzanese sino a Pistoia, e la cosiddetta "via Cava" che collegava le pievi di Tobbiana, San Giusto e Lecore. Questa maglia viaria, ricalcava sostanzialmente gli antichi assi viari del Decumano e del Cardo, e le successive modifiche medioevali ne hanno sempre rispettato la griglia ortogonale.  


La strada che partiva da Ponzano - precisamente dal quadrivio dei Catracci - aveva un ruolo centrale. Qui la via di Santa Gonda, che scendeva dall'antico Ponte Petrino (allora non sul Bisenzio, ma sul Rio Sant'Anna), incontrava la biforcazione che portava da una lato a Capalle e a Campi, costeggiando il Bisenzio e dall'altro al castello di Colonica.



Questo tracciato era considerato una vera e propria "Strata", cioè la strada principale. Si trattava di una diramazione della Cassia Clodia, ed era vitale in un epoca in cui la Pieve di Santo Stefano in Borgo al Cornio, non aveva ancora acquisito importanza rispetto alle altre sei pievi della piana. Era invece la Pieve di Sant'Ippolito in Piazzanese ad essere eminente, tanto da essere chiamata "sito Strata"



Quella che poi verrà chiamata "via Pistoiese" oltre Narnali, verrà completata solo nel 1200. Per tutto il X e XI secolo, quindi, la "Strata" era densamente percorsa da chi andava da Firenze a Pistoia e da tutti gli abitanti della piana.

Oggi molti toponimi sono rimasti intatti: via di Ponzano si trova ancora nei pressi di via Santa Gonda, a sua volta vicina al Ponte Petrino. L'incontro tra via S. Gonda e via di Ponzano avviene grazie ad un breve tratto di via delle Fonti, da dove ha inizio la "Strata" vera e propria" : via "Adriano Zarini" all'altezza della chiesa della Madonna dell'Ulivo. Qui sorge il caratteristico tabernacolo in mattoni che, nei primi anni del '900 dava il nome alla località: "Croce di (A)Bramo". Di fronte esiste ancora una vecchia casa colonica (oggi ristrutturata) che sicuramente vanta molti secoli di storia.


Proseguendo lungo via Zarini, si incontra l'incrocio con "via dei Catracci ": questo è il primo nodo stradale.  Il secondo nodo stradale è rappresentato dall'incrocio di questa antica "Strata" con la via che porta al Montalbano, passando per l'antica Pieve di Lecore. Il terzo nodo, si trova nella strada che dal Borgo al Cornio, passando per le Pievi di San Paolo e Tobbiana, porta al castello di Jolo. il quarto nodo, è l'attraversamento degli sbarramenti naturali formati dai torrenti Bardena e Calice, punti strategici di questa antica via di comunicazione.

Con l'istituzione del libero Comune, l'importanza di questa via decadde, perchè l'attraversamento del Castrum di Prato divenne obbligatorio per andare da Firenze a Pistoia. Per questo, nella seconda metà del 1200, venne completata la via Pistoiese tra Narnali e Mazzone, fino all'innesto con l'antica "Strata". Si venne così a formare un triangolo di strade simile a quello di Ponzano, ridisegnando la viabilità dell'epoca. 



Via Cava esisteva già sicuramente prima dell'anno mille, come collegamento di fondovalle tra le Pievi di Tobbiana, San Giusto in Piazzanese e Lecore. A causa degli sbarramenti naturali dei torrenti Bardena e Calice, però, si fermava al confine con il territorio fiorentino. Al contrario la via, ancora oggi conosciuta come "via del Ferro", era molto trafficata, perchè perchè conduceva ad una pieve di grande importanza, come quella di Colonica.



La strada per il Montalbano perse la sua rilevanza quando, tra il XIV ed il XVI secolo, fu tracciata la Strada Maestra Pratese  (oggi via Roma). Quando questi territori cominciarono ad acquisire importanza, la strada venne collegata oltre la Porta Santa Trinita, per garantire una comunicazione diretta. La stessa cosa accadde fuori dalla Porta Pistoiese, dove la nuova viabilità si collegava alla "Strata" nei pressi di Sant'Ippolito, oppure al "Capo di Ponte" sulle attuali vie Fra' Bartolomeo e Ferrucci, che portano al Ponte Petrino. Infine, fuori da Porta al Serraglio, nel più laborioso ed industrializzato di tutti i sobborghi - nato a cavallo della via che conduce alla Val di Bisenzio e del Gorone che prende le acqua del Cavalciotto a Santa Lucia - la viabilità si evolverà seguendo le esigenze di un territorio in piena espansione.



notizie da "Gore e Mulini della Piana Pratese - Territorio e Architettura" di Giuliano Guarducci e Roberto Melani



domenica 12 aprile 2026

GAMBERAME

Cominciamo dal toponimo: ci sono diverse ipotesi per questo nome così strano: alcune fonti riportano che un uomo che batteva il rame giorno e notte,  e che di questo materiale volle che gli vollero fatte le gambe, amputate dopo un grave infortunio; ma è molto più probabile che si tratti del fatto che in questo punto il fiume era particolarmente pescoso di gamberi. 



Tuttavia l'ipotesi dell'uomo con le gambe di rame non è così campata in aria come sembra, perché in questo luogo sorgeva una ramiera che forgiava rame vecchio, a partire dal 1818 sino alla fine del XIX° secolo, ma i documenti ne confermavano l'esistenza già da molto tempo prima.

L'abitato di Gamberame ha tuttavia origini molto antiche: già in epoca medioevale è documentata l'esistenza di un " podere a Gamberame di proprietà del giudice Geri, tenuto a fitto perpetuo da Piero di Jacopo di Macia e da Gianni detto Bambo, suo figlio, in cambio di 36 staia di grano e 6 coppie di piccioni ogni anno". Qui, vicino alle piene rovinose del fiume Bisenzio, sorse un mulino (di cui si intravede ancora il margone), e che poi divenne la ramiera.



Nella stessa zona era un guado, non sempre praticabile a causa delle piene del fiume (tanto disastrose, che nel '500 il rettore della chiesa di Faltugnano fu portato a Prato dalla piena insieme al suo somaro); fu fatto un ponte , di cui possiamo ancora intravedere la pigna del basamento. Fu progettato nel 1602, distrutto e ricostruito più volte, fino a quando si è provveduto a costruirne uno in cemento, alla fine degli anni '60 del XX° secolo



Nel 1928 fu impiantata una fabbrica di ghiaccio, grazie alla fonte  che sgorgava a pochi metri di distanza dalla costruzione, la cui acqua veniva ghiacciata in stanghe di un metro e di 15/20 cm di spessore. Il ghiaccio era comunemente acquistato dalle famiglie (certamente i frigoriferi a quel tempo non esistevano ancora, perlomeno non da noi in Italia) e le ghiacciaie erano cassoni di legno foderate di zinco dove il ghiaccio si conservava avvolto in panni perchè si conservasse di più. Grandi consumatori di ghiaccio erano anche i macellai ed i bar, per cui i clienti non mancavano.


 Questa fabbrica era unica nel suo genere  nella valle, esistendone un'altra solo a Prato; ed era rinomata per la qualità del suo ghiaccio. Poi con l'inizio degli anni '50 del XX° secolo, la sua utilità finì e chiuse. 



Nel piccolo abitato di Gamberame, sulla sponda del Bisenzio esiste anche un antico lavatoio, restaurato e tenuto in buone condizioni dagli abitanti del posto, orgogliosi del loro grazioso paesino che, se pur piccolo, ha tanta storia alle spalle.