In occasione delle gionate del FAI di autunno, abbiamo avuto l'occasione di visitare un a-tipico lanificio della città di Prato.
A-tipico, perchè pur conservando molti dei tratti tipici dell'artigianalità pratese (trasmissione genealogica, radicamento nel territorio, artiginalità ed inventiva costanti), ha creato un particolare ambiente nel quale il rapporto con il cliente finale si è invertito: non è più il lanificio che presenta il proprio prodotto alle fiere campionarie, ma al contrario invita i clienti a venire a consultare il suo campionario all'interno della sua (magnifica) sede.
Infatti la sede storica, in via Carradori, nei pressi di Piazza Macelli, si appoggia alle antiche mura della città. Questo ha permesso di creare un delizioso giardino di limoni all'interno del lanificio stesso, dedicando il cortile al fondatore, Umberto Lucchesi.
La struttura si appoggia appunto alle mura, ed ingloba una antica porta, che è stata restaurata e valorizzata, così come le antiche strutture della fabbrica risalenti alla fine dell'ottocento, come le colonne di ghisa (che sostenevano la soprastante tessitura) o le rotaie metalliche (presumibilmente della macchina di filatura "self-acting").
Naturalmente adesso l'ambiente è molto diverso: ci sono grandi banchi in muratura dove possono essere visionate le campionature (ci sono enormi stanze piene di cartoni dove si trovano i tessuti prodotti negli anni, divisi secondo le stagioni); una grande biblioteca dove poter consultare libri antichi e fotografici in cerca di ispirazione per tessuti futuri, e soprattutto un prezioso archivio che custodisce la storia di ogni cliente del lanificio, con il cronologico di ogni ordine (ed il suo campione, naturalmente).
Non manca una parte dedicata a museo, dove si possono ammirare vari macchinari che sono serviti per la produzione tessile pratese, dove non poteva mancare il mitico "Nebiolo" il grande telaio che ha fatto la fortuna di Prato.
Naturalmente si tratta di un "impannatore" vale a dire di un lanificio che non ha produzione al suo interno, ma che fa fare la produzione a dei "terzisti", vale a dire a delle aziende esterne che lavorano in conto terzi, anche se la maggior parte della produzione è comunque rimasta a Prato (il resto viene fatto a Biella e a Como).
Questa visita ci ha dato la misura dell' "eredità del lavoro", che purtroppo a Prato è andata un po' perduta: in questo lanificio ci sono quattro generazioni e se ne sta preparando una quinta. La qualità dei prodotti si è evoluta continuamente, e l'innovazione sta ancora puntando avanti, ma conservando il patrimonio che il passato ci ha messo a disposizione. Una lezione che molti pratesi avrebbero dovuto tenere maggiormente di conto.





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