domenica 23 giugno 2019

IL GIARDINO DELLE ESPERIDI DI PESCIA

Quando si parla di giardini, il nome di Pescia viene naturale.
Però Pescia è famosa - anche più di Sanremo, a dire il vero - per i fiori recisi.
Qui invece parliamo di un Giardino delle Esperidi.
Anzi, per usare il  suo termine, di un "Hesperidarium"

Chiariamo prima chi erano le Esperidi:
Esse (direbbe Fantozzi) sono delle Ninfe, di cui non si sa esattamente di chi sono figlie, perchè secondo le versioni sono figlie di Oceano e di Teti, oppure di Zeus e Temi o anche della Notte e di Erebo.
Poverette, non si sa neppure di preciso quante sono, perchè per alcuni sono sette, per altri cinque e per altri tre.
Però i nomi si conoscono di quattro (!) Egle, Aretusa, Esperetusa e Eritea.
Quel che è certo è che erano le custodi di un giardino, dove cresceva un melo dai frutti d'oro.
A queste mele d'oro era collegata una delle fatiche di Ercole..non ci chiedete di più, non abbiamo fatto studi classici.
Quel che è certo è che col tempo si è creato il collegamento:
"frutti d'oro=agrumi", per cui è diventato normale parlare di giardino delle esperidi per designare un agrumeto.
Nel periodo Rinascimentale, coltivare agrumi era un diletto dei grandi signori.
 Se ci pensate un attimo, le ville dei Medici, hanno tutte una serra per gli agrumi.
Adesso le arance e i mandarini preferiamo comprarli al supermercato, ma entrando in questo giardino coperto, a Pescia, si ha la sensazione di trovarsi nuovamente in una serra rinascimentale, tanta è la ricchezza e l'opulenza delle piante che vi si trovano.
E la loro varietà è straordinaria.
Ci ha affascinato il limone melarosa, ma anche il pomelo, che a Genova chiamano sciadocco per via del nome del capitano inglese che per primo lo importò, un certo Shadock.
E ci ha lasciato una gran curiosità l'arancio otaheite, un ibrido tra limone, arancio dolce e mandarino! Chissà che sapore potrà mai avere...
E come non ammirare questa incredibile "tettoia" di limoni

oppure questo "arco di trionfo" di arance?

E come non stupirsi alle dimensioni spropositate di questo cedro?

Oppure a questo "grappolo" di pompelmi?

Camminare per questi vialetti è strabiliante.
Ma quello non riusciremo mai in nessun modo a raccontarvi, è il profumo.
Il profumo straordinario di migliaia e migliaia di fiori di arancio e limone (e varietà similari) grandi, piccoli, candidi, screziati di viola. 
Anche già appassiti profumavano ancora!
Il profumo era una quarta dimensione, un'entità, era talmente denso che si poteva toccare.
Meraviglioso.
Non abbiamo altre parole.
Tutto quello che vi possiamo dire è: andateci.
E' chiuso solo in piena estate, poi la domenica lo trovate sempre aperto.
E pensate a noi che ve lo abbiamo consigliato.

Mappa

domenica 26 maggio 2019

LA GROTTA MAONA

Chissà. forse è vero che negli anni '60 c'era la voglia di visitare i luoghi che avevami vicini a casa, forse perchè i nostri genitori avevano da poco comprato la prima macchina, i voli low-cost erano di là da venire e di andare a Sharm-el-sheik non se ne parlava nemmeno (anche perchè nemmeno si sapeva che esistesse un posto che si chiamava così) e quando si voleva un posto veramente esotico, tuttalpiù si andava all'autogrill a Roncobilaccio.
Quel che era bello è che tutti andavano nello stesso posto, per cui abbiamo ricordi di code chilometriche - per dire - tra Montecatini Terme e Montecatini Alto (dove, tra l'altro, non si trovava mai posto dove parcheggiare: si arrivava in cima e ci si rimetteva pazientemente in coda per ritornare giù.
E così, ad una curva,  si vedeva per la seconda volta il grande cartello giallo con su scritto "GROTTA MAONA"

Nei nostri ricordi di bambini, Maona e Mammona si confondevano un po', e ci immaginavamo una grande gatta mammona che viveva in una grotta, e che acchiappava toponi enormi.
Ci sono voluti cinquant'anni perchè ci decidessimo ad andare a dare un'occhiata, e dopotutto non abbiamo fatto male ad aspettare così tanto, perchè abbiamo scoperto che la grotta è stata chiusa per oltre venti anni, ed è stata riaperta al pubblico solo nel marzo del 2018.
La grotta è la prima - e più importante - attrazione di un costituendo parco naturale, nel quale si inserisce anche un bel ristorante (cosa sempre molto interessante).
All'esterno, c'è un bel bosco, da dove si può arrivare con facilità sia ad una parete attrezzata per le arrampicate (dei principianti... a noi pareva un muro!)

e poi, proseguendo per un percorso ben segnalato, si arriva ad un deposito di polvere da sparo, tutto scavato nella roccia, che è stato recentemente scoperto e riqualificato dal CAI di Montecatini.

E' prevista anche la riqualificazione di una antica cava di pietra da costruzione, che è in zona, e che presenza delle caratteristiche assai interessanti.
Ma questo è il futuro.
Veniamo alla nostra grotta.

Si tratta di una grotta Carsica, con temperatura costate di 15°,  che è stata scoperta, in maniera del tutto casuale - come è successo in altre grotte da queste parti (come per esempio la  grotta giusti) - nel 1860 dagli operai della cava della pietra di costruzione di cui abbiamo già parlato.
La grotta ha particolarità di avere due pozzi, per cui la visita presume di scendere da uno e di risalire dall'altro.
Nelle due stanze della grotta ci sono ancora stalattiti - quelle che scendono dal soffitto, per capirsi) viventi, cioè che sono ancora in formazione tramite il trasudamento dell'acqua.
Infatti è severamente vietato toccarle, perchè la temperatura del nostro corpo potrebbe interrompere il loro ciclo vitale.
Nelle due stanze, dicevamo, ci sono varie "statue" formate dall'acqua nel corso dei secoli, e che assumono varie e strane forme, secondo l'angolazione da cui vengono viste.
Nella prima, in una cavità è evidentissimo e straordinariamente sorprendente, un presepe: ma si tratta di un'illusione, perchè non sono stalagmiti - quelle che salgono dal pavimento, per capirsi - create dalla natura. Sono stati i partigiani, che negli anni della guerra, hanno utilizzato questa grotta come rifugio dai tedeschi, e che hanno utilizzato le stalattiti rotte dalla loro stessa permanenza, per creare un piccolo presepe in una cavità naturale.

Nella seconda, più ampia e libera, abbiamo conosciuto uno dei tanti ospiti della grotta, una varietà di pipistrelli nani che, abituati alle persone ed alle luci, non si è smosso di un millimetro nonostante la nostra ingombrante presenza.

In questa stanza, dotata di una acustica particolare, si tengono periodicamente  sessioni di meditazione accompagnate dal suono di campane tibetane.
Durante le salite e le discese si possono ammirare delle splendide cascate di stalattiti, alcune tutt'ora viventi!

All'uscita, una teca con dei reperti dell'antico castello di Maona, ormai completamente scomparso, testimonia la presenza di questa antica famiglia, che possedeva tutta la zona, e da cui deriva, in qualche misteriosa maniera, il nome di Montecatini...

Mappa

domenica 19 maggio 2019

IL MONTE FERRATO...INASPETTATO

Capita a volte che sei lì che ti fai un giro su Google Heart, e capita che per caso vedi un canyon che sembra preso da un paesaggio australiano.
Capita anche che allargando la vista vedi, sulla sommità di queste rocce a strapiombo, una scultura abbozzata.
E allora la tua curiosità si ingolosice, sino a scoprire che tutto questo è a due passi da casa, a Figline di Prato.
Delusione? 
No, tutt'altro, per noi che perseguiamo la politica del turismo a chilometri zero.
E che vorremmo tanto che chi abita da queste parti conoscesse i suoi dintorni, prima di andare a passare le ferie ad Abu Dhabi, o a Doha (tanto per dire i due nomi più esotici che ci sono venuti in mente).
Ma torniamo alla nostra scultura abbozzata ed al nostro canyon.
Poco sopra l'abitato di Figline di Prato, passando tra belle villette e palazzine a due piani, arriviamo ad un punto in cui la strada inizia a salire ripidamente, e smette di essere asfaltata.
In pochi passi ci porta sino ad una vecchia cava abbandonata, ed è questo il canyon che abbiamo visto.
Certo, i colori non sono quelli dell'Ayers Rock - per ovvi motivi di composizione geologica e perchè siamo andati a visitarlo in pieno inverno, quasi al tramonto - ma fa la sua splendida figura.

Figline di Prato, come del resto Figline in Valdarno, deve il suo nome ad una corruzione del termine latino "figalinae", cioè "ceramiche".
Infatti, Figline di Prato era nota sin dal Medioevo per le sue fornaci in cui si producevano specialmente laterizi.
Nel contempo, si sviluppò l'attività estrattiva, delle cave del Monteferrato, alle cui pendici il piccolo borgo sorge tutt'ora.
Da queste cava si estraeva il famoso serpentino verde di Prato, utilizzato nel medioevo per la costruzione e decorazione di edifici pubblici, e che ha dato vita con la sua alternanza all'alberese (pietra bianca che pure si estraeva anche dal Monteferrato) al Romanico Toscano di cui tante testimonianze sono rimaste nelle città toscane specie nel XII° e XIII° secolo.
Ma si estraeva anche il granitone, una pietra durissima, che serviva a fabbricare le macine dei mulini.
Ecco che cosa era la scultura appena abbozzata che abbiamo visto da Google heart! Una macina di mulino abbozzata nella pietra e lasciata lì per qualche motivo: magari che l'aveva ordinata non ha potuto pagarla, o magari nel frattempo il mulino al quale era destinata ha chiuso...

Ci sono venute in mente le sculture abbozzate delle teste dell'Isola di Pasqua.
Si, va bene, lo sappiamo...è un paragone sacrilego, ma era quasi inevitabile.
Siamo rimasti basiti davanti a questa ruota abbozzata, e quando siamo scesi nel canyon - che vi assicuriamo, fa la sua bella figura -


ci siamo divertiti molto a leggere le etichette in terracotta con i nomi delle varie vie di roccia, apposti da chissà quale associazione che si preoccupa di insegnare alle persone a scalare queste rocce assolutamente verticali.
In effetti, come palestra di roccia sono veramente l'ideale: dietro casa e impegnative.
I nomi delle vie di roccia sono veramente divertenti; "Baba" "Tacca Polacca" "lo zio di Goldrake" "Snake" e via di questo passo.

Non abbiamo notizie di questa cava, che come ogni altra da queste parti è oramai chiusa perlomeno dal secondo dopoguerra.
Infatti non esistono più cave di serpentino verde in attività, anche se negli anni ottanta fu tentato l'esperimento di reinserirlo in architettura.
Dopo la breve passeggiata tra questi inusuali muri di roccia, residuo della cava che fu, ci troviamo in un punto panoramico dal quale si domina il borgo e le colline digradanti, coltivate a viti e olivi, nel più puro stile toscano.

Mappa

domenica 12 maggio 2019

LE BALZE E PIANTRAVIGNE

Piantravigne è una frazione di Terranuova Bracciolini.
E Poggio Bracciolini è quel sant'uomo che, riportando in vita la scrittura carolina rotonda con la sua calligrafia chiara ed elegante, ci ha evitato secoli di lettura del gotico, come invece hanno dovuto fare i popoli di lingua tedesca.
Ma qui stiamo decisamente uscendo dall'argomento principale...
Dunque, Piantravigne.
anzi Pian-tra-vigne.
In questa bellissima vallata,  sorge questo grazioso e assonnato paesino, uno dei tanti dove siamo passati e dove ci sarebbe piaciuto fermarci, ammaliati dalla quiete e dalla serenità che qui si respira.
Poi, la nostra irrequietudine di cittadini ci ha sempre fatto scattare foto, passeggiare per le silenziose stradine, magari scambiare due parole con chi qui ci è nato e ci ha sempre vissuto, ma risalire poi di gran carriera in macchina per correre verso la nostra amata città, caotica, ingombrante, rimorosa, difficile... ma è comunque la nostra casa, il luogo dove siamo nati e cresciuti.
Ed è inutile che ci nascondiamo dietro un dito: non saremmo capaci di vivere in un altro posto.
E ci risiamo con le considerazioni fuori tema!
Bene, torniamo a Piantravigne; un luogo incantato da dove si possono ammirare uno dei più belli spettacoli che la natura del Valdarno possa offrire: le Balze.
Che non sono altro che quello che rimane del fondo di un antico mare, che svuotandosi progressivamente ha lasciato dietro di sè un reticolo di fiumi - a cominciare dall'Arno - che ha scavato profondamente queste rocce tenere e lasciato be visibili le stratificazioni ed i sedimenti del mare interno dal quale erano ricoperte.
Vi facciamo grazia di tutta la classificazione geologica...
Il risultato estetico è un vero e proprio Gran Canyon, con la differenza che ai piedi di questa Monument Valley non c'è il deserto dell'Arizona, ma il Valdarno Superiore Toscano, con tutto quello che ciò può significare: colline, paesini arroccati (come il famoso Piantravigne), uliveti, vigne, laghetti, torrenti, orti, campi coltivati, viali con i cipressi: insomma tutto quello che fa parte dell'immaginario toscano nel mondo.
Intorno a questa meraviglia della natura c'è un vero e proprio anello da percorrere a piedi con poca fatica e molta soddisfazione, che permette di avvicinarsi molto a queste strane rocce e di vederne bene la composizione argillosa, con i ciottoli rotondi più in alto e l'erba verde a fare da cappello.

Una parte di questo sentiero di chiama "dell'acqua Zolfina", che la dice lunga sul tipo di acqua che sgorga da una sorgente che dà vita all'omonimo Fosso.
Naturalmente nel XIX° secolo  questa acqua era considerata curativa - era il periodo delle cure termali dopotutto - e molto utilizzata, soprattutto per la cura delle malattie della pelle e per i dolori reumatici.
Una passeggiata rilassante ed istruttiva, e dove non correrete il rischio di trovare la calca, perchè questo capolavoro della natura non è molto conosciuto.

domenica 5 maggio 2019

L'ORTO DE' PECCI A SIENA

Siena è una strana città; perchè nel pieno del suo centro storico riesce a conservare spazi verdi, che non sono i soliti giardini pubblici o parchi ricavati dal giardino di qualche villa padronale, come invece ne esistono un po' in tutte le città. No, in pieno centro storico ha degli spazi lasciati volutamente ad orti, dove si possono trovare ancora gli asinelli, le capre, i gatti che fanno la lotta fra di loro o si nascondono tra le canne palustri e soprattutto, l'unico esemplare al mondo di pavone modesto.

Un volatile che normalmente non chiede di meglio che farsi ammirare in tutta la sua bellezza mentre fa la ruota, il pavone. Lo sanno tutti.
Invece, a noi è capitato l'unico esemplare di pavone schivo e modesto, che anzichè pavoneggiarsi (appunto) in mezzo allo stradello, se ne è andato - seguito da due pavoncelle preoccupate della loro moralità - a fare la ruota in un campo in forte pendenza, molto fangoso e per noi onestamente inaccessibile.
Non si può più fare conto nemmeno sulla voglia di apparire di una pavone! Che tempi...
Questo strano spazio verde è a pochi metri dalla torre del Mangia, di là da dalla porta di Santa Maria della Giustizia.

Attraverso questa porta si traducevano i condannati a morte nel luogo in cui veniva effettuata la loro esecuzione, che avveniva per impiccagione.
Ma tralasciamo questo particolare macabro, che servo solo a darci un'idea di dove è collocato questo spazio, anche se in realtà i riferimenti macabri abbondano.
Fuori da questa porta il libero comune di Siena, aveva destinato la valle alla costruzione delle abitazioni di chi voleva stabilirsi in città alla fine del '200, che erano anni anni di sviluppo urbanistico tumultuoso.
Negli anni '20 del 300 qui sorgeva una piccola città, un centinaio di case, con tanto di mulino, fonte, strade, e un nome. Si chiamava Borgo di Santa Maria.
Poi nel 1348 arrivò la peste nera, che falcidiò l'Europa intera, e certo non risparmiò Siena, che perse oltre un terzo dei suoi abitanti.
Quando l'epidemia finì, il comune impose agli abitanti dei piccoli borghi nati intorno alla città,  di trasferirsi nelle case del centro, ed il piccolo borgo di Santa Maria si spopolò completamente.
Alla fine del '300 tutte le case furono abbattute, ed i terreni furono trasformati in orti. 
Da allora sono rimasti così, pur con alterne vicende di sfruttamento intensivo e di abbandono, finchè gli orti non sono stati affidati ad una cooperative che li utilizza per il reinserimento nella vita attiva degli ex ricoverati psichiatrici.
Oltre a questa meritoria funzione, l'orto svolge anche la funzione di parco, perchè è in un amena valle, con alberi, vialetti dove si può passeggiare con tranquillità e sicurezza.


L'orto ospita delle opere d'arte, ed un piacevole ristorante-pizzeria.


E, ultimo ma non per questo meno importante, un esperimento di orto medioevale, con le piante che si coltivavano in quell'epoca: mancano quindi i pomodori, che all'epoca non c'erano ma che noi siamo abituati a vedere in tutti gli orti; mancano le patate, anche quelle portate a noi dall'America, ma ci sono molte cipolle, piante officinali se ci si doveva curare qualche malanno, piante adatte per tingere i panni, che adesso non vengono coltivate più.
Insomma, un orto molto diverso da quello che potremmo coltivare noi adesso con le nostre conoscenze, e comunque molto interessante.

Mappa

domenica 28 aprile 2019

L'UOMO SOGNA DI VOLARE...

Ma i Negrita non c'entrano niente.
Quando si parla di uomini che vogliono volare, parliamo sempre del nostro amico Leonardo Da Vinci, che A Fiesole ha un Largo a lui intitolato.

Ok,non è una gran notizia: praticamente non esiste città dove non ci sia una piazza o una via intitolata all'illustre vinciano.
Ma il Largo di Fiesole, è quello dove atterò il giovane Tommaso Masini, gettatosi dal Monte Ceceri  - con un fegato niente male, a dire il vero - a bordo della "macchina per volare" progettata da Leonardo stesso, e che gli permise di effettuare una planata di oltre mille metri dalla cima del monte, sino appunto a questo punto sotto Fiesole, sulla strada per Maiano.
Quasi tutte le fonti sembrano concordare sul fatto che il povero Tommaso si sia rotto entrambe le gambe nell'atterraggio.
E ci pareva il minimo, aggiungiamo noi.
Anche se ci sono voci discordanti al proposito, perchè pochi mesi dopo lo stesso Masini, in perfetta salute e facendosi chiamare Zoroastro da Peretola, era a Modena a fare il negromante.
Comunque è certo che Tommaso è stato il primo uomo a volare, e a soddifare questo sogno comune a tutto il genere umano,  per merito di Leonardo da Vinci e delle sue straordinarie intuizioni.
Certo, la tecnologia dell'epoca lasciava un pò a desiderare, quindi se il poveretto si è lanciato nel vuoto dalla cima di una montagna,  con una pesante macchina di legno e stoffa addosso, e scarse protezioni contro le cadute... beh un paio di gambe rotte erano poca cosa, rispetto a quello che gli poteva succedere.
Parliamo invece della splendida passeggiata che si può fare, sempre partendo dal Largo Leonardo da Vinci e dirigendosi verso il Monte Ceceri.
I Ceceri, erano i cigni in fiorentino antico. Il popolo li chiamava così a causa dell'escrescenza sul becco, che ricordava a loro i ceci.
Ci potete anche non credere, ma era così.
Il Monte, era anche una cava di pietra serena, e a percorrere il facile sentiero che porta in cima ci si imbatte in varie cave abbandonate.

Si trattava di cave molto importanti, che hanno dato lavoro a generazioni di scalpellini, perchè la pietra fiesolana era molto apprezzata per la sua uniformità ed il suo bel colore.
Tanto che anche adesso ci sono scultori che decisono di decorare le pietre che fanno parte del cammino che porta alla cima del monte con le loro opere estemporanee

facendo a gara con il paesaggio per farsi ammirare.
In cima al monte, una stele ci ricorda di nuovo il tentativo di Leonardo e di Tommaso.
 Mappa

domenica 17 marzo 2019

BARBERINO VAL D'ELSA E LA FONTE DEL LATTE

E' vero, siamo amanti della Val D'Elsa.
Ne abbiamo parlato in più di una occasione (link)
Barberino, poi, è situato in una posizione tale da incantarci ogni volta che ci passiamo, anche di sfuggita.
Situato com'è su un balcone naturale, gode di un panorama stupendo da entrambe i lati, tanto che persino il distributore di benzina, ha il piazzale con un panorama mozzafiato...
Il paese antico ha due porte, quella rivolta verso Roma è ancora quella originale, 


mentre quella rivolta verso Firenze, beh, è stata ricostruita.

Barberino Val d'Elsa, sorge vicino alle rovine di Semifonte, la città rivale di Firenze, e della quale non è stata lasciata pietra su pietra nel 1202.
Anche di questa vi abbiamo parlato (link)
Della distruzione della città di Semifonte, Barberino si è molto giovata, perchè oltre ad utilizzare le sue pietre come materiale di costruzione per le proprie mura, ha approfittato del vuoto amministrativo lasciato dall'importante città, per accentrare dentro di sè la sede di tutte le varie leghe e rappresentanze del circondario, diventando la sede amministrativa della Valdelsa per buona parte del medioevo,
Di impianto medioevale è anche la sua pianta, di forma ellittica, come si usava ai tempi, con le due porte di cui si è già parlato: perchè la città sorgeva proprio sulla via Regia (che non era poi che l'antica via Cassia dei Romani)  che portava da Firenze a Roma, e doveva molta della sua importanza proprio a questa collocazione geografica.

Insomma, una serie di fortunate circostanze.
Barberino Val d'elsa ha anche dato i natali ad un trovatore medioevale, Andrea da Barberino (appunto) autore del "Guerrin Meschino", che è una storia di cui, almeno il titolo, lo conoscono tutti. 

E' la tipica canzone da trovatore medioevale, in cui si narrano le avventurose vicende di un giovane, rapito alla sua famiglia quando era bambino e che è arrivato a Costantinopoli a seguito di una serie di avventure; si trova a vivere a corte dell'imperatore, come compagno di giochi di suo figlio.
Crescendo, capisce che la sua condizione di giovane senza famiglia gli preclude ogni possibilità, e tra queste anche di poter un giorno sposare la ragazza che ama.
Decide quindi di andare per il mondo a cercare la sua famiglia, facendosi chiamare il Meschino.
Dopo varie avventure, viene indirizzato alla Sibilla, la fata Alcina, che viveva sui monti del centro Italia (e che infatti si chiamano "Sibillini") e che avrebbe potuto aiutarlo, ma a prezzo di prove terribili.
Lui le affronta a viso aperto ed alla fine trova suo padre e sua madre e scopre di essere figlio di Milone e Fenisia, sovrani  di Durazzo.
Dire che questo è un riassunto stringato è dir poco: del resto a commentare il canto di Trovatore, poi rielaborato in mille modi durante i secoli (e non sempre in modo benevolo) si rischierebbe di perdere il filo.
Quel che è certo è che la figura della Sibilla è stata a dir poco distorta nei secoli, e dal punto di vista delle donne non è certo stata tratteggiata con benevolenza, perchè la Sibilla è stata considerata una ammaliatrice, una incantatrice malevola, e non semplicemente un'oracolo.
Un altro eminente personaggio di Barberino Val D'Elsa e' stato Francesco da Barberino, noto per aver scritto una sorta di galateo femminile, edito tra il 1318 e il 1320, denominato Reggimento e Costumi di Donna, dove si parla di quali sono le cure che una madre  deve dare al figlio, secondo gli usi della sua epoca, nonchè di un'opera poco conosciuta dal pubblico, Documenti d'Amore ma estremamente importante perchè suddivisa in tre livelli. In volgare, in latino, ed il commentario in latino ai versi in volgare.

Questi commenti riportano un ampio affresco sul modo di vivere e di intendere il mondo ed il sapere e la conoscenza del medioevo, ed è illuminante per conoscere i dettagli del vivere di quegli anni.
Per chi sa il latino, s'intende!
Il territorio di Barberino Val D'Elsa è molto vicino a quella della mitica città di Semifonte (link), e percorrendo solo pochi chilometri ci si trova sul colle deve sorgeva la città che voleva sfidare in grandezza nientemeno che Firenze.
A parte che ci sarebbe proprio piaciuto vederla, questa grande rivale di Firenze... dell'ambizione di Semifonte, sappiamo non essere rimasta pietra su pietra, mentre Firenze, guarda un po', è ancora lì.
Sul colle dove sorgeva Semifonte non poteva essere costruito nulla, per decreto Granducale. 
Poi, nel 1569, fu fatto costruire da Giovambattista Capponi, un tempietto, dove sgorga una limpida fonte, ritenuta salutare sin dai tempi di Caterina da Siena, che, bevendo quest'acqua, guarì da una brutta polmonite intorno al 1370.
Le donne del contado poi, ritenevano che bevendone una certa quantità, non sarebbe mancato loro il latte per svezzare i loro bambini.
Pare che questa credenza sia nata solo da un'errata traduzione della parola latina "lattice" , scritta sulla parte muraria della fonte.
L'antico tempietto è stato recuperato dai volontari dell'Associazione Archeologica Achu solo nel 2012 e restituito al suo antico splendore, anche grazie alla collaborazione dei proprietari del terreno, che hanno concesso il libero passaggio a chiunque intenda visitarlo, nonostante sorga su proprietà privata.

Da allora, molte sono state le giovani donne che hanno rinverdito l'antica tradizione di bere l'acqua miracolosa per continuare ad allattare naturalmente il proprio bambino.





Mappa