domenica 26 gennaio 2014

I GIARDINI DI SCORNIO e NICCOLO' PUCCINI

A giudicare dal via vai di persone in tenuta da corridori che percorrevano convinti i molti sentieri di questo bellissimo giardino, è un parco ben conosciuto dagli abitanti della città di Pistoia.
Noi, pur non abitando certo lontano, non ne sapevamo niente. Anche perchè dalla via Dalmazia, che è uno degli accessi, si vede poco o niente.
E poi è una storia poco conosciuta...proprio una di quelle che piace a noi.
La zona si chiamava Scornio, alle porte della Pistoia medioevale: quello che chiamano "il villone" fu voluto da Tommaso Puccini, che aveva fatto dei bei soldi esercitando l'attività di medico presso la corte dei Lorena.

Il protagonista di questa storia è però Niccolò Puccini - Tommaso era suo prozio -  ideatore e realizzatore dei giardini  nella prima metà del XIX secolo, e che in quella villa era cresciuto. Nato nel 1795, aveva viaggiato molto, ed era una  personalità appassionata, con grandi ideali patriottici;  uno studioso ed un intellettuale, oltretutto affetto da una deformità fisica, come la gobba, che fa molto genio ottocentesco incompreso.  Quindi un personaggio romantico in piena regola, che aveva così alti ideali, che non esitò a finanziare anche i patrioti greci nella loro rivolta contro l'impero Ottomano.
Volle abbellire il panorama che si stendeva davanti ai suoi occhi, creando i due laghetti comunicanti, organizzando il giardino,  e facendo costruire alcuni edifici:
il Pantheon degli uomini illustri - che adesso è proprietà privata.

una Torretta neogotica, attualmente in cattive condizione di manutenzione
e molti altri che adesso o non esistono più o sono rimasti fuori dal perimetro del parco pubblico.

Era un personaggio assai conosciuto e stimato nella Pistoia dell'ottocento. Un filantropo, perchè proprio nella sua villa,  e tramite un microscopio da lui fatto appositamente costruire, lo scienziato pistoiese Filippo Pacini individuò il vibrione del colera, in dei locali mesi a sua  disposizione dal Puccini stesso, dove potè effettuare le ricerche istologiche necessarie.
Alla sua morte, che lo colse improvvisa a soli 53 anni,  lasciò tutto ai poveri di Pistoia. La sorella Laura, sposata Rospigliosi, non ne fu affatto contenta. E alla luce dei fatti non aveva torto, perchè per fare soldi, il parco fu venduto a pezzi e smembrato, e quel che ne rimane adesso è soffocato dalle case private, da una struttura sanitaria piuttosto scalcinata e dall'incuria diffusa.

Al momento attuale è poco più di un parco pubblico - molto bello, con alberi antichi e  i due caratteristici laghetti  con aironi, anatre e dei paperi molto spiritosi, che si divertivano a starnazzare ogni qualvolta un podista gli passa davanti - e solo alcune delle molte costruzioni esistenti sono ancora in buone condizioni.
Una che non ha subito danni -  tanto doveva sembrare un rudere comunque -  era questo finto tempietto dedicato a Pitagora, sull'isola in mezzo al lago più grande.

Un po' di tristezza ci ha messo questa che doveva essere un giardino di fiori ed erbe aromatiche-  magari c'era anche la limonaia -  e di cui , per la totale incuria, non è rimasto che il perimetro delle aiuole,  a tracciare un tipico giardino all'italiana.

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domenica 5 gennaio 2014

IL DEMONIO DI RIMONDETO

Questa volta non si tratta di un luogo, ma di una leggenda: una leggenda che comunque è legata ad un luogo, la Val di Bisenzio.
Questa valle toscana stretta e severa -  a far da contrasto alla sua gemella sul lato emiliano, la valle del Setta, che invece è ampia e ridente - appare come il posto ideale per ambientare storie un po' truci.
Questa è relativa al  periodo in cui era signore del luogo il Conte Valfredo degli Alberti, di quella poco raccomandabile casata che avrebbe scacciato Dante Alighieri dalla propria porta in una notte d'inverno - e che per questo erano stati mandati all'inferno dallo stesso nella sua Divina Commedia.
Gli stessi che si sarebbero poi  inventata - allo scopo di fare una barca di soldi -  la città di Semifonte in Valdelsa, scatenando una delle più feroci guerre ai quali i feroci fiorentini abbiano mai partecipato (con successo).
Il luogo è Vernio, nome di un comune che riunisce diverse frazioni, tra cui le maggiori sono  Mercatale, San Quirico, Montepiano e Cavarzano. Il nome deriva dal latino Castrun Hiberna, cioè un accampamento invernale, dove le truppe potevano trascorrere la brutta stagione in un luogo (relativamente) riparato.
Abbiamo anche una data, il 18 Dicembre 1005.
Il protagonista è Vitale da Rimochi, noto appunto con il soprannome di Demonio di Rimondeto.
Rimondeto

Il soprannome non era dato a caso: questo simpatico personaggino, in lite con il padre, non esitò a dar fuoco alla sua stessa casa con l'anziano padre dentro, non prima di aver rubato tutti gli averi del pover'uomo, ed ad uccidere la sua fidanzata che aveva avuto il torto di scappare terrorizzata quando aveva saputo del fatto.
Beh, di che cosa c'era da spaventarsi, poi?!
Dopo questa bella impresa, tanto per cominciare, il nostro Vitale si dirige verso Roma, dove nella continua lotta tra Papi e Antipapi, è certo di trovare un buon ingaggio. Infatti, si pone al servizio dell'antipapa Bonifacio VII, per il quale compie varie scelleratezze, non ultima quella di uccidere il Papa Giovanni XIV. Bonifacio VII muore dopo poco tempo dalla sua elezione, e siccome ai romani non stava tanto simpatico, trafugano la salma dell'antipapa e ne fanno scempio. Chi c'era a comandare la plebaglia inferocita? Ma proprio lui, il buon Vitale, che per assicurarsi di entrare tra le truppe dell'imperatore Ottone III, doveva pur dimostrare che con "quello là" non c'entrava niente. Nel calderone della Roma dell'epoca, tra Papi e Antipapi, ebbe modo in un trentina d'anni di mettere insieme dei bei soldi - e tante nefandezze - così quando si decise a tornare al paesello natio, la sua fama l'aveva preceduto, e la gente lo indicava come "Il Demonio di Rimondeto".
Così, in quella sera del 18 dicembre 1005, mentre scendeva al paese di Mercatale, sentì una certa agitazione tra gli abitanti del Borgo, ma come al solito, al suo apparire tutti scapparono. Perchè sentirsi chiamare "Demonio" non dispiaceva a Vitale, e quindi accentuava certe sue caratteristiche fisiche un po' inquietanti - capelli e barba neri ed incolti, naso aquilino molto sporgente, magro e alto per l'epoca - vestendosi eccentricamente di rosso e  nero.
Tuttavia, incuriosito, si accosto' ad una finestra sbarrata e sentì moglie e marito che parlavano dell'ultima efferratezza del Conte, che aveva fatto rapire Geltrude, una bella fanciulla del Borgo, prossima al matrimonio con Rainaldo.
In poche parole, il Conte aveva fatto rapire la ragazza e imprigionato il povero fidanzato nell'osteria del paese, guardato a vista da due guardie, che gli avrebbero impedito qualsiasi azione: nel frattempo il Conte si sarebbe preso le sue soddisfazioni con la ragazza.
I racconti parlano di un jus primae noctis, del quale il Conte avrebbe voluto avvalersi vista l'avvenenza della donzella, ma le notizie che abbiamo in mano parlano che il matrimonio non era ancora avvenuto, per cui ci sembra che somigli di più alla storia dei Promessi Sposi...
Ma torniamo al nostro Vitale, che, sentita la notizia, scuote le spalle e se ne va per la sua strada. Mentre cammina, sente una voce che canta una triste canzone - che somiglia maledettamente all'Addio ai Monti di Lucia Mondella - e il suo cuore, indurito dalla vita e dalle tante malefatte, ebbe un'improvviso ravvedimento. Mormorò una preghiera - cosa che non faceva da quarant'anni - e si avviò all'osteria di Zagrino, dove era prigioniero il povero fidanzato, Rainaldo.
Arrivato lì, si fece condurre dove era prigioniero il ragazzo.  A sorvegliarlo c'erano due sgherri del Conte, ma si sa, il miglior vino della valle ce l'aveva Zagrino, per cui ne avevano bevuto parecchio e adesso sonnecchiavano davanti al fuoco.
Vitale non perse tempo a discutere: aprì la finestra, che dava a picco sul fiume Bisenzio, ribollente delle piogge abbondanti che c'erano state di recente; prese i due per la collottola e li buttò nel fiume, dove annegarono senza nemmeno riuscire a svegliarsi dal torpore del vino.
Liberò Rainaldo dalle corde che lo tenevano prigioniero e gli impose di andare a fare i preparativi per il suo matrimonio, che si sarebbe tenuto il giorno dopo, come convenuto.
Rocca di Vernio

Nel frattempo, si era recato al Castello di Vernio dal Conte Alberti, Pietro, un vecchio eremita in odore di santità,  che viveva a Montepiano dove, dalla grotta dove inizialmente viveva, venuto dal Monastero di Vallombrosa, aveva fatto erigere l'Abbazia che ancora oggi esiste.
Questo Padre Pietro era venerato tra i pastori e i contadini della valle, come un santo vivente, e anche i Conti Alberti e le loro soldataglie lo veneravano e ne avevano timore.
Rocca di Vernio

Saputo del fatto di Geltrude e Rainaldo si era recato a parlare al Conte (non vi ricorda proprio niente dei Promessi Sposi...?) ma non era stato ricevuto. Infatti il Conte non voleva nessuno tra i piedi quella notte, ed aveva dato ordini per cui nessuno poteva entrare.
Ma dove ad un Santo fu proibito, il demonio riuscì a entrare.
Tramite una corda, entrò da uno dei finestroni del Castello, in una stanza dove sonnecchiava un funzionario, che si spaventò moltissimo quando lo vide. Si fece portare davanti al Conte e gli intimò di restituire la ragazza alla madre e al fidanzato nell'arco di due ore. Rovesciò una clessidra e diede al Conte quel tempo per ottemperare all'ordine. In caso contrario l'avrebbe impiccato.
Il Conte conosceva la fama del Demonio di Rimondeto, ma era un Conte, era nel suo Castello e voleva a tutti costi approfittare della ragazza nell'altra stanza. Furibondo, si attaccò al cordone del campanello per far accorrere le sue guardie, ma nel tempo che aveva impiegato a girarsi per suonare, Vitale non c'era più.
Le guardie cercarono dappertutto, e sia loro che il Conte escludevano la possibilità che Vitale fosse potuto fuggire dalle finestre, che davano su un baratro dal quale ritenevano impossibile fuggire senza sfracellarsi sulle rocce prima e nel fiume poi. Il Conte Valfredo si spavento', ma lo spavento non gli impedì di correre da Geltrude, e con la blandizie prima e con le minacce poi cercò di farla cedere.
Quando sembrava che il destino della fanciulla fosse segnato, un fulmine illuminò a giorno la stanza. delineando la snella e inquietante sagoma del Demonio di Rimondeto.
Dopo dieci minuti la sentinella del Castello faceva abbassare il ponte levatoio per far passare il Conte e Geltrude, che si allontanavano nonostante la pioggia cadesse battente.
Il giorno dopo, il sacerdote di Mercatale univa in matrimonio Rainaldo e Geltrude, che pensarono bene di andare a vivere la loro vita da un'altra parte, lontani da tutti i guai che - loro incolpevoli - avevano cagionato.
Le guardie del Conte, nel frattempo si domandavano come mai il loro padrone non tornasse. Al terzo giorno si decisero ad andare a vedere nelle sue stanze, e lo trovarono nudo, impiccato ad una trave, con i vestiti di Vitale da Rimochi, sparsi ai suoi piedi.
Finalmente capirono l'inganno e videro anche la fune che era servita all'assassino per entrare ed uscire dalla stanza del Conte.
Così il Demonio di Rimondeto aveva mantenuto la sua promessa...
Trent'anni dopo, i frati dell'Abbazia di Montepiano pregavano per l'anima di un loro confratello, che stava per salire a Dio. Il Priore raccolse l'ultima confessione del pio moribondo e le sue ultime parole, che confidavano nel perdono di Dio.
Badia di Montepiano

Quando tutto fu finito, andò dai confratelli che pregavano e svelò loro che Frate Pietro, nel secolo si chiamava Vitale da Rimonchi, detto il Demonio di Rimondeto.
Che ve ne pare, non sembra pari pari la sorte dell'Innominato nel romanzo di Manzoni?

In realtà Manzoni si era ispirato, specie per questo personaggio, ai romanzi gotici del settecento dove c'era sempre una fanciulla  perseguitata da un qualche più o meno nobile uomo di malaffare.
E chissà che i romanzi gotici del settecento non abbiano tratto in qualche modo, ispirazione da questa storia. Avremmo fatto una scoperta storica notevole, non vi pare?

Per ricostruire questa vicenda ci è stato prezioso:
"Di Castagne e d'Altro" testo di Umberto Mannucci, edito dalla Comunità Montana Val di Bisenzio.


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mercoledì 25 dicembre 2013

IL PADULE DI FUCECCHIO

La Toscana era molto ricca di zone umide. Alcune, come il lago di Bientina sono state completamente prosciugate. Altre, come il Padule di Fucecchio, esistono tutt'ora.
Anche se molto ridotto rispetto alle proporzioni originali, occupa tutt'ora 1.800 ettari - divisi tra la provincia di Firenze e quella di Pistoia . e rappresenta la più grande palude interna italiana. Specificare "interna" è d'obbligo, perchè ne esistono di assai più grandi, ma costiere.
In epoca Romana, è assai conosciuto l'aneddoto di Annibale che ha perso , proprio qui, un occhio. Al di là delle varie leggende locali - di cui parla anche Curzio Malaparte ne "I Maledetti Toscani", pare che semplicemente il povero Annibale, che già aveva dei guai a quell'occhio, smise di vederci a causa delle febbri malariche che lo colpirono.
Infatti,diretto verso Arezzo,  pur avendo la possibilità di fare un giro sicuramente più lunga ma assai più sicuro, decise di attraversare la palude per risparmiare tempo. Lì non solo perse l'ultimo elefante - quello che cavalcava lui stesso -  ma anche una gran quantità di uomini che, sfiniti per la stanchezza della marcia, non trovavano un posto dove piantare il campo e riposare la notte.
Ci sono anche particolari macabri: pare che i superstiti, per trovare qualche ora di riposo, dormissero sui cadaveri dei compagni o delle bestie da soma, che avevano trovato la morte soccombendo alla stanchezza e alle malattie.
Il territorio del Padule entrò a far parte dei territori della Repubblica Fiorentina nel 1328, dopo essere per secoli stato di proprietà della Repubblica di Lucca. I Medici lo utilizzarono prevalentemente  come territorio strategico-militare, alternando continuamente bonifiche a riallagamenti, che ne facevano, di volta in volta, terreni agricoli o territorio dedicato alla pesca.
Nei periodi in cui era allagato, i suoi canali servivano come comunicazione tra l'allora esistente lago di Bientina e l'Arno.
Nel 1549, dopo una delle bonifiche medicee, fu costruito la Chiusa del Ponte a Cappiano, allo scopo di alleggerire  comunque la portata dell'unico emissario del Padule, l'Usciana.

Tra le varie ipotesi dell'epoca ci fu anche quella di alzare il livello delle acque, in modo da trasformarlo in un vero lago.
I Lorena avevano deciso per prosciugare completamente il Padule, come sono riusciti a fare con il limitrofo lago di Bientina, ma a causa delle continue piene dell'Arno, potenziarono solamente le chiuse di Ponte a Cappiano, che in un primo momento avevano deciso di abbattere.
Il Padule di Fucecchio è stato anche teatro nel agosto del 1944, di un efferato eccidio da parte delle truppe naziste. Senza nulla togliere alla memoria di Sant'Anna di Stazzema, non si capisce come mai la tragedia di  Castelmartini, nel comune di Larciano - insignito per questo della medaglia d'oro al valor civile - sia così dimenticato. Eppure furono rastrellate ed uccise ben 174 persone, di cui ben 62 erano donne, 25 persone oltre i 60 anni di età, 16 ragazzini sotto i 18 anni e - dicasi -  28 bambini sotto i 10 anni!
A ricordi di  questa tragedia dimenticata,  esiste un monumento a Castelmartini, proprio accanto ad una delle strade bianche che conducono nell'attuale palude.

Adesso il Padule è un luogo remoto, con i suoi romantici canali pieni di acque ferme, popolate da piante palustri,

memorie di antichi porti, che permettevano a snelli barchini di spostarsi attraverso le pianure interne

vecchi capanni dove gli abitanti del luogo riponevano gli attrezzi per svolgere le loro attività di pesca o di raccolta delle erbe palustri, e che adesso servono come punto di osservazione della fauna e della flora

romantiche strade bianche, dove si respira un'aria antica e dove è possibile fare degli incontri particolari

oppure, nella zona resa agricola, architetture da pianura padana.





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domenica 8 dicembre 2013

E SE INVECE DI LEONARDO, PARLASSIMO DI VINCI?


Viene naturale, quando si parla di Leonardo da Vinci, chiedersi: ma questo ragazzo, un cognomino come tutti non ce l'aveva?!
E certo che ce l'aveva: da Vinci!
Purtroppo il fatto che cognome e luogo di nascita coincidano, complica terribilmente il discorso.
Torniamo quindi al titolo: e se invece di Leonardo parlassimo un po' di Vinci?
Vinci è situata in un luogo incantevole, sulle pendici del Montalbano.
Il suo centro storico è noto come "Castel della Nave" e questo perchè ha una forma che ricorda una nave a due alberi - dove gli alberi  sarebbero il castello dei Conti Guidi

e il campanile della chiesa di Santa Croce.

Questa forma non è molto comune in Toscana.
Il Castello dei Conti Guidi è parte del museo dedicato a Leonardo, e affaccia su una piazzetta assai originale, decorata da un noto artista contemporaneo, Mimmo Paladino.

In una piazza altrettanto particolare, affacciata sul dolce panorama del Montalbano tutto viti e olivi, sorge una riproduzione dell'uomo vitruviano.

Un doveroso omaggio al grande concittadino.
Già che siamo a parlare di piazze, appena fuori dal Castel della Nave, c'è una piazza alberata - probabilmente ottocentesca perchè si chiama Piazza della Libertà - dove sorge una bellissima statua equestre, dell'artista americana Nina Akamu ed ispirato al Cavallo di Leonardo.

Una curiosità: nell'ambito del Plebiscito del 1860, quello con il quale la popolazione avrebbe dovuto esprimere la sua volontà di annettersi al Regno d'Italia, i vinciani espressero un parere discordante. La maggioranza votò contro l'annessione.
Vinci propriamente detta è il capoluogo comunale, che però concentra la maggior parte della sua popolazione nelle frazioni di Sovigliana e Spicchio, sul lato destro del fiume Arno.

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lunedì 4 novembre 2013

LE FUNICOLARI IN TOSCANA

La funicolare sembra un mezzo relegato alle montagne alpine, per trasportare gli sciatori. Invece le funicolari sono dette "funivie di terra", ed hanno il vantaggio, rispetto alle funivie aeree, di essere insensibili alle condizioni atmosferiche e di poter seguire tracciati curvi.
Possono sembrare un metodo obsoleto, ma non lo sono prima di tutto perchè sono altamente ecologiche - sono completamente elettriche - e  anche molto silenziose e permettono lo spostamento di buone quantità di persone contemporaneamente.
Le funicolari non sono da confondere con i treni a cremagliera, si tratta di cose assai diverse, perchè le funicolari - lo dice il nome - funzionano con una fune come organo di trazione e il movimento si effettua su dei binari metallici. 
In Toscana ce ne sono ben tre

Cominciamo da quella che unisce Montecatini Terme a Montecatini Alto.
L'inaugurazione risale al 4 giugno 1898 tra quelli che allora si chiamavano "Castello" e "Bagni di Montecatini" ed ha viaggiato senza interruzioni sino al 2 settembre del 1944, quando fu minata dai soldati tedeschi in ritirata. Fu riattivata nel 1949 da un consorzio tra il comune ed un imprenditore privato e funzionò sino al 1977, quando fu chiusa per adeguare gli impianti alle nuove normative. Purtroppo ci furono delle difficoltà, perchè rimase chiusa per 5 anni, riaprendo il 3 settembre 1982 - ed è tutt'ora in funzione. All'inizio era azionata da un motore a vapore, ma in seguito ha viaggiato sempre alimentata da motori elettrici via via più potenti.

Alla stazione a Monte, il pannello di comando è ipertecnologico, ma l'ambientazione, la costruzione e soprattutto le due carrozze che si scambiano a metà percorso, sono sempre quelle originali e ognuna di loro ha il suo nome: si chiamano Gigio e Gigia.
Il percorso, studiato dall'Ing.  Alessandro Ferretti  copre un dislivello di circa 206 metri su un percorso totale di 1056 metri, con pendenza media del 20,5% e si copre in circa 8 minuti.

Costruita invece nel XX secolo è la funicolare di Montenero - che è una frazione del comune di Livorno, composto di un borgo basso e di uno alto, dove c'è il  Santuario della Madonna delle Grazie di Montenero - la patrona della Toscana - famosa per la galleria degli ex-voto e per le offerte dei ceri votivi.
Proprio per permettere ai fedeli di raggiungere il celebre santuario, fu inaugurata la funicolare il 19 agosto 1908.
La linea è lunga 656 metri con una pendenza media del 17% e copre un dislivello di 110 metri. A differenza delle altre funicolari prese in esame che sono diritte, questa è curva, con raggi di curvatura compresi tra i 180 e i 250 metri.
Anche qui le stazioni di partenza e arrivo sono quelle originali dell'epoca, come le carrozze. Il sistema di trazione è stato invece completamente automatizzato nel 1990 e dal 2000 la linea è alimentata interamente da un sistema fotovoltaico.

E' invece una funicolare di recente costruzione, quella che unisce il Borgo di Certaldo a quello della Certaldo moderna. E' stato inaugurato il 19 luglio 1999 nell'ottica della pedonalizzazione del borgo alto, rendendolo più fruibile e proteggendolo dall'invasione delle auto.
La funicolare fu progettata nei primi anni ottanta, ma ha avuto una gestazione assai travagliata e le rotaie sono rimaste ad arrugginire sul colle per diversi annetti, presumibilmente per cause politiche. Poi fortunatamente i lavori sono stati portati a conclusione, migliorando di molto le condizioni di vivibilità del centro storico, e dei sui abitanti.

Si tratta di una cabina singola, che va dalla stazione a valle, posta in Piazza Boccaccio a 71 mt slm, sino ai 120 della stazione a monte. Il binario è lungo 136 metri, con una pendenza media del 40% e di solito si compie in un minuto esatto.

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martedì 29 ottobre 2013

I PIANI DI CASTELLUCCIO

L'appennino centrale, dove sono situati i Monti Sibillini, ha la caratteristica di avere diversi altipiani al suo interno. Sono pianure ad alta quota, spesso prive di alberi, particolarmente adatte alla pastorizia. Una delle più famose è l'altopiano di Castelluccio di Norcia.

In realtà l'altopiano è suddiviso in tre:
Il Pian Grande - diciamo sia il Piano di Castelluccio per antonomasia ed è quello che si attraversa andando da Castelluccio verso Norcia.
Anticamente era un grande lago, che si è svuotato tramite delle cavità carsiche, tra le quali la più famosa è l'inghiottitoio detto "del Mergani", in cui confluiscono tutte le acque piovane e derivanti dallo scioglimento della neve - che in inverno non manca davvero - e che sbucano  a Norcia 900 metri più un basso.

Il Pian Piccolo è un po' più in alto, vicino a Forca di Presta, e conserva una faggeta. Qui una volta c'era la dogana con lo Stato Pontificio.
Il Pian Perduto si chiama così perchè è stato perso da Norcia in una battaglia contro Visso, nel 1522: oltretutto quelli di Norcia ci hanno fatto anche una brutta figura perchè han perso pur essendo 10 volte quelli di Visso!
Sono insieme noti come Piana di Castelluccio, una frazione del Comune di Norcia - dista 28 km - che conta solo 150 residenti e che con i suoi 1492 mt di altitudine ne fa il paese più alto dell'Appennino.

Qui gli inverni sono lunghi, e devono essere molto duri, con temperature che non di rado raggiungono i -30°.
La gente qui vive di agricoltura - Castelluccio è universalmente nota per le sue lenticchie - e di pastorizia.
Famosa è la fioritura del Piano, tra maggio e luglio e che copre tutto di fiori, sia quelli derivanti dalle coltivazioni che selvatici.

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mercoledì 9 ottobre 2013

IL LAGO DI PILATO E LE LEGGENDE DEI MONTI SIBILLINI

Quando si parla dei Monti Sibillini, gli argomenti non mancano.
Tanto per cominciare si chiamano così perchè qui la leggenda vuole abbia abitato la Sibilla Picena, una fata con il dono di vaticinare il futuro per alcuni, una malefica strega dedita alla perdizione delle anime per altri.
Una versione della  storia la troviamo nel romanzo cavalleresco "Il Guerin Meschino", pubblicato nel 1473 e scritto da Andrea di Jacopo da Barberino, ambientato nel 824 e dove un giovane si reca presso la grotta della Sibilla per avere notizie sulle sue origini e trovare i genitori.
La grotta esisteva veramente, ed è crollata definitivamente nei primi anni '60 del secolo scorso.
Sono in corso degli studi e dei tentativi di recupero ma -  forse siamo un po' disincantati - ci chiediamo  chi investirebbe tempo, denaro ed energie per recuperare una grotta posta ad oltre duemila metri di altezza, assai difficile da raggiungere,  a meno che non si sia delle aquile?
Comunque la leggenda della Sibilla ha profondamente segnato questi luoghi, che erano considerati luoghi di mitici rituali pagani, dove si consacravano i libri magici e si compivano sabba infernali.
Adesso  sono magici sia per la bellezza dei paesaggi, sia per le molte leggende ad essi legati.
Una delle più conosciute è quella del Lago di Pilato, l'unico lago naturale delle Marche e uno dei pochissimi laghi glaciali degli Appennini. Il ghiacciaio è ormai estinto,

ma il lago è tutt'ora alimentato dalle nevi che in questa zona cadono copiose dalla fine di ottobre a maggio inoltrato.

E' anche detto "Lago degli occhiali", perchè visto dall'alto della cresta che da Monte Vettore ci a portato ad ammirarlo - un colpo d'occhio davvero sensazionale - le sue due vasche distinte danno questa impressione. Come tutti i laghi glaciali è di un'indescrivibile colore blu-azzurro.
E' popolato da un piccolissimo crostaceo rosso-arancio, il chirocefalo del Marchesoni, che vive solo in questo lago.

 
E' una specie di gamberetto che ha la caratteristica di nuotare a pancia in sù, oltre a quella di fare delle uova che si schiudono solo quando ci sono le condizioni adatte al loro sviluppo: in caso contrario possono rimanere allo stato di uova per tempi assai lunghi.
E' proprio a causa di questo piccolo crostaceo che il lago, in determinate occasioni, assume una tinta rosso/arancio - simile al colore del sangue - tanto che la leggenda voleva che fosse il sangue di Pilato, portato quassù da due bufali impazziti, dopo essere stato condannato a morte dall'imperatore Tiberio.
Siccome le autorità avevano paura che Streghe e Negromanti venissero in questo luogo per scopi contrari alla religione, nel Medioevo avevano alzato un muro intorno al lago, e posto una forca all'inizio della vallata: in questa zona ci sono un paio di toponimi che riportano il nome di Forca: Forca di Presta - da cui siamo partiti per l'escursione - e Forca Canapine, non molto distante. Forse erano i luoghi dove queste force erano situate, a monito delle persone che si recavano lì con intenzioni non troppo lecite.
Sul Monte Vettore abbiamo trovato , tra i molti fiori d'alta quota - dalla modesta ma vivace bellezza - anche questa Stella Alpina Appenninica, più nota come Leoontopodium, o Piede Leonino, che è in tutto simile alla Stella Alpina propriamente detta, ma un po' più piccola.

Cresce solo sull'appennino Marchigiano e Abruzzese, quindi in zone montuose piuttosto aride.

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