domenica 23 novembre 2014

IL TRASMETTITORE DI MARCONI E COLTANO

Coltano è uno di quei luoghi, che tanto ci piacciano, a metà tra terra e acqua.
Come il Padule di Fucecchio (vedi link) o l'ex lago di Bientina (vedi Link), Coltano è il risultato di una bonifica, fatta però in epoca fascista.
Il luogo era tuttavia una riserva dei caccia dei Medici, che, tanto per cambiare, avevano qui una villa.

 Anzi, un "casino di caccia", così chiamato perchè era un'abitazione più semplice e rustica, adatta ai gentiluomini che qui potevano coltivare la loro passione venatoria: meno alle dame, perchè mancante di tutti i confort egli agi che una vera e propria villa doveva avere. 
Tuttavia, questa è stata una delle poche ville apprezzate e abitate anche dai Lorena, rispetto allo sterminato patrimonio immobiliare lasciato loro dai Medici.
 Infatti i Lorena, da buoni tedeschi, consideravano queste ville come un inutile e dispendioso fardello, ed erano poche le abitazioni che hanno continuato a frequentare durante i loro Granducato.
Coltano era una di queste.
Il capoluogo del borgo rurale, è situato su un piano lievemente rialzato rispetto alla ex palude, adesso in gran parte coltivata, e si chiama Palazzi, 
Qui, oltre alla villa, sorgono le scuderie, realizzate su progetto del Buontalenti, ed alcune altre abitazioni rurali.
 Il luogo è solo in apparenza desolato: la sua natura di ex-palude si vede molto bene: dalla terra pare salire, insieme ai lievi vapori dell'acqua che trasuda dalla terra nera e grassa, una sensazione di pace antica, estranea alle tradizionali campagne toscane, più mosse da colline, piccoli boschi, fondovalli stretti e strade tortuose fiancheggiate da cipressi.
Somiglia forse alla  pianura padana, ma più raccolta, più intima. Nemmeno troppo lontano si vedono i monti Pisani. E' come essere in un lago, invece che nel mare: si, la proporzione è questa!.
Coltano ha anche un record, di cui siamo rimasti un po' stupiti. Nel suo territorio infatti, transita il più lungo viadotto autostradale d'Italia, lungo ben 9.619 metri.
In realtà si tratta più di una sopraelevata: non era certamente sicuro costruire la A12 direttamente su questi terreni paludosi, per cui fu ritenuto più sicuro fare questo viadotto, che ha il pregio di passare sopra i territori geologicamente meno stabili.
Nel territorio di Coltano, alla fine dell II guerra Mondiale, fu gestito dalla V° armata americana di stanza in Italia, un campo di prigionia per prigionieri appartenenti alla Repubblica Sociale, o militari tedeschi o in generale collaboratori del precedente regime. Si trattò di un campo provvisorio, che durò una sola estate, tra maggio e ottobre del 1945.
Altra storia dimenticata  che riguarda Coltano: 
A pochi chilometri dalla ville medicea, sorge un centro, voluto e gestito da Guglielmo Marconi in persona, dal quale, nel 1931, diede il segnale di accensione delle luci sul Cristo Redentore di Rio de Janeiro.
Il centro fu inaugurato nel 1911, sui terreni all'epoca di proprietà della Casa Savoia e che, proprio a causa della sua natura paludosa, si prestava meglio di altri alla trasmissione a onde lunghe.
Inoltre, risultava al centro del Mediterraneo, quindi nella zona più adatta per poter  inviare il segnale a quelle che allora erano le basi coloniali italiane: la Libia e l'Eritrea. Il centro fu utilizzato anche dalla Regia Marina per la trasmissione alle navi.
 Furono costruite delle torri enormi, alte oltre 75 metri, con dei basamenti immensi, che sono l'unica testimonianza rimasta, visto che le torri furono minate e abbattute dai tedeschi dopo il 1943, ma che tuttavia non siamo riusciti a localizzare.
La palazzina di Marconi è ancora in piedi, sia pure in condizioni pietose: diroccata, invasa dalle erbacce, spogliata di tutte le attrezzature ed arredi. Un vero scempio, alla quale nemmeno l'autorità e l'impegno della figlia di Marconi, Elettra, è riuscito a porre rimedio.
Era conosciuto all'estero, per essere il più importante centro di trasmissione in Europa, eppure l'Italia l'ha completamente dimenticato. E' proprio la classica storia sparita dalla memoria collettiva, come purtroppo il nostro paese ci ha abituato a fare.
Tutto questo ci ha ispirato delle amare riflessioni: forse troppe vestigia, troppi ruderi antichi, troppe opere d'arte ci hanno viziato, e portato a fare una scelta tra quello che può essere valorizzato e quello che può essere dimenticato o distrutto.
In un altro paese una storia del genere sarebbe stata insegnata nelle scuole, mentre forse, nemmeno chi abita nella vecchia palazzina Rai, conosce la storia del posto.

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domenica 16 novembre 2014

LE CHIESE MAGICHE DEL MONTALBANO

Girovagando, un po' in tutta Italia si trovano "Ponti del Diavolo", tipo quello che si trova sul Serchio, andando verso la Garfagnana, oppure quello di Bobbio, che attraversa il fiume Trebbia, poi ne conosciamo un altro nel Bolognese, e chissà quanti altri ce ne sono.
A San Gimignano esiste pure una Torre del Diavolo: si tratta di costruzioni che, nella memoria popolare "sono stati costruiti in una notte". 
Si va a letto la sera e sul fiume non  c'è niente, ci si sveglia la mattina - anche prestino, perchè ci sono da lavorare i campi - e, paff!, eccoti il ponte!
Mica male come costruttore, questo Diavolo... ci sarebbe un'autostrada o due da fargli finire! Dov'è quando serve?!
Chissà come mai, in epoca recente, il Diavolo ha smesso di costruire. 
Non è che era - anche a quei tempi - un modo come un altro per evitare di pagare ICI, IMU, TASI o come cavolo si chiama adesso?!

Tuttavia, nel Medioevo non era solo il Diavolo a costruire.
Ci si mettevano anche i Santi!
Sul Montalbano, ci sono infatti tre antiche chiese, legate da una bellissima leggenda: 
Tre monaci francesi, provenienti dal Monastero di Cluny-  sede di una prestigiosa comunità Benedettina, - decisero di stabilirsi in questi luoghi.
A quei tempi, parliamo del X° secolo, il Montalbano era certo un luogo selvaggio, dove era facile imbattersi nei banditi o in qualche animale feroce.
I Monaci decisero quindi di costruire ognuno  una piccola chiesa, con annesso un romitorio, che poteva servire anche da spedale per assistere i viandanti: infatti si collocavano tutti su un asse viario altomedioevale, che collegava l'Arno nel suo punto più stretto - la Gonfolina - da Firenze a Pistoia.
Questi tre monaci si chiamavano Alluciem, Justis e Barontes.
la leggenda narra che chiesa e romitorio furono costruiti tutti e tre in una sola notte, e visto che avevano fatto il voto di povertà, avevano una sola mestola per la calce in tre, e se la passavano per costruire i tre edifici.
Qui il Diavolo davvero non c'entrava niente, visto che erano tre santi.
La prima è San  Giusto (Justis) al Pinone (nel comune di Carmignano)
L'edificio, non molto lontano dalla strada principale,  è stato ricostruito parzialmente nel XIX secolo, ed  è visitabile solo dall'esterno: infatti  la chiesa è chiusa al culto ed in  stato totale di abbandono, pur essendo proprietà privata.

La seconda è San Baronto (Barontes), nell'omonima frazione del comune di Lamporecchio; 
La chiesa originale fu consacrata nel 1018, e ne resta una piccola cripta,  ma quella che si può vedere adesso è stata ricostruita nel secondo dopoguerra. Però è una chiesa parrocchiale, e quindi ancora vitale.

Sant'Allucio (quindi Alluciem) a Tizzana (poi diventato comune di Quarrata).
Purtroppo quest'ultima, che rispetto alle altre è abbastanza lontana dalla strada asfaltata, ho subito la sorte peggiore. La torre è quasi distrutta, e del romitorio, che è stato adibito per secoli ad uso rurale,  rimangono solo pochi ruderi, divorati dalle erbacce. 

Ora, questi tre luoghi non sono lontanissimi tra di loro, ma è evidente che i tre santi non potevano passarsi la cazzuola tra di loro, specialmente pensando alla viabilità dell'epoca a cui si fa riferimento.
Il miracolo era giustificati, ai tempi della costruzione dei tre edifici sacri!


domenica 9 novembre 2014

LE CERTOSE IN TOSCANA - CALCI


In Toscana ci sono quattro Certose, cioè edifici monastici fondati sulla regola creata da San Bruno nel 1084 , e che prende il nome dal massiccio della Certosa, in Val'd'Isere, dove San Bruno si rifugio' insieme a sei compagni per condurre vita eremitica.
Particolarità dell'ordine Certosino è quello di essere composto da "solitari riuniti come fratelli", per cui è vero che vivono insieme secondo delle regole, ma in clausura ed in silenzio.
Una delle più bei monasteri certosini, è sicuramente questo, a soli 10 km da Pisa ( e infatti è conosciuta anche come Certosa di Pisa), ma  attualmente nel comune di Calci.

Il nome della località dove si trova la Certosa, ai piedi del Monte Serra, è tutto un programma: Val Graziosa. Vi possiamo assicurare che mai nome fu più appropriato!
La certosa fu fondata nel 1366, ma la gran parte dell'architettura dell'edificio è di chiara ispirazione barocca, molto lussuosa.
Una particolarità sono i pavimenti, tutti in marmo di Carrara, in tre tonalità bianco, nero e grigio.
Sono stati posati tutti in maniera prospettica, per cui cambiano a seconda del punto da cui si guardano. 
Ogni Cappella - e sono 14, una per ogni Padre Capitolare - ha un pavimento dal disegno diverso, ma sempre con le caratteristiche appena descritta.
Inoltre ogni cappella è riccamente affrescata, e adorna di un altare in marmo.
I Padri, come si è detto, erano 14. E Tanti rimanevano, nel senso che non ne poteva essere ammesso un altro se non per la morte di un suo predecessore. Erano sempre nobili, o ricchi, o entrambe le cose: il loro compito era esclusivamente quello di pregare, ed erano legati al vincolo della più stretta clausura. I loro alloggi davano su questo chiostro - uno dei tre della Certosa -

e ne uscivano solo la domenica a pranzo, quando tutta la comunità, Padri e fratelli conversi - quelli che venivano dal popolo, che con il loro lavoro mantenevano tutta la comunità e che non erano legati al vincolo della clausura - si riuniva nel magnifico refettorio, anche quello affrescato in maniera prospettica.
Solo dopo il pranzo della domenica, i frati avevano il permesso di conversare tra di loro per un'ora. Tutto il resto del tempo dovevano passarlo in silenzio, secondo la regola certosina.
Passavano tutta la settimana nelle loro celle, e ognuna di loro aveva una porticina che dava sul chiostro, da dove uno dei fratelli conversi forniva il cibo per la giornata.
Abbiamo visitato una delle celle, e sinceramente non era poi così piccola. L'entrata dal chiostro, dava su un giardino, non troppo piccolo, e salendo due gradini si entrava in una stanza dove il padre mangiava e studiava.

Accanto c'era la camera da letto - tutte le finestre guardavano sul giardinetto interno . poi c'era una stanza in cui i padri potevano assolvere all'obbligo di un lavoro manuale, come previsto dalla regola,   e in ultimo c'era il bagno.
Sinceramente, abbiamo visto appartamenti moderni assai meno spaziosi!
I fratelli conversi invece, provenivano dal popolo e svolgevano i lavori che permettevano al monastero di sopravvivere. Quindi lavoravano la terra, allevavano il bestiame, cucinavano, pulivano e in piu' pregavano.
Può sembrare una distinzione di classe - ed in effetti per la nostra mentalità moderna lo è - ma per l'epoca non era così. Nessuno pensava che un nobile potesse svolgere un lavoro manuale, e inoltre per la mentalità medioevale, pregare era un lavoro come un altro.
La suddivisione era chiara: i nobili comandavano - e combattevano, dove era necessario - il clero pregava ed il popolo lavorava. In questo modo ognuno aveva la sua occupazione, accettata e codificata,  e ogni strato della popolazione dipendeva dall'altro. Nessuno si sognava di mettere in discussione questo stato di cose: l'epoca delle rivendicazioni sociali  nell'XI secolo,  quando è stata creata la figura del fratello converso, all'interno dell'ordine certosino, era assai lontana da venire.
Comunque, i fratelli conversi avevano lo stesso degli appartamenti come quelli dei Padri, forse - ma di poco - più piccoli.
I padri vivevano in clausura, mentre invece, per ovvie ragioni, la regola non valeva per i fratelli conversi.
Tutte e due le figure erano invece tenute ad osservare il più rigoroso silenzio.
Esiste a  questo proposito un bellissimo film, girato nella grande Grande Certosa a Grenoble, che si intitola appunto "Il grande silenzio"e che dà un'idea della vita certosina.
Sono due ore di film, quasi completamente muto. Ma se qualcuno ha voglia di vederlo, è una grande esperienza!
La Certosa, che era forse la più importante del Granducato, aveva un'ala completamente dedicata a foresteria, dove i parenti dei Padri, ma anche nobili desiderosi di un'esperienza mistica, o semplicemente  di tranquillità, potevano trascorrere alcuni giorni.
Vista la particolare attenzione che il Granduca (stiamo parlando di Leopoldo di Lorena, non dei Medici...) aveva per il monastero, il Priore fece costruire un appartamento, detto appunto "Granducale" dove il Lorena poteva trascorrere il suo tempo quando era in zona.

L'appartamento, che ha ancora i suoi arredi originali, non è grande ma ha una vista da urlo: dalle sue ampi finestre, oltre a quelli che, ai tempi di maggior splendore del monastero, erano gli orti, si vede in lontananza il porto di Livorno, e girandosi di poco, la cupola del duomo di Pisa, nonchè la torre pendente!
I monaci hanno vissuto qui in comunità sino al 1972.
Dopo qualche anno di abbandono, l'edificio è stato rilevato dall'università di Pisa, che ha qui gran parte dei suoi uffici e magazzini.
Il possesso dei quattro quinti dell'edificio da parte dell'istituzione Universitaria, permette la visibilità della parte visitabile.

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domenica 26 ottobre 2014

LA PALUDE DI COLFIORITO

Conoscevamo Colfiorito per la famosa, squisita  patata rossa, e per le altrettanto note lenticchie. Ma non sapevamo che su questo altopiano c'era un piccolo parco regionale, che racchiude i resti di una zona umida. Allora abbiamo deciso di andare a visitarlo.
Per prima cosa abbiamo scoperto una cosa in sè abbastanza logica. Colfiorito è in Umbria, e quindi, in epoca preunitaria, faceva parte dello Stato Pontificio, e sino agli anno '60 è stato di proprietà della Camera Apostolica.
Lo Stato Pontificio aveva cercato di bonificare l'altipiano, che era una grande palude, tramite degli inghiottitoi - cioè delle caverne naturali che facevano defluire le acque di un altipiano verso il basso - ma degli eventi naturali, negli anni li avevano fatti crollare.
Dopo vari tentativi di bonifica -  ovviamente riusciti visto che adesso l'altipiano è coltivato e abitato - ci si è resi conto che la zona umida, assai ricca e varia, fornita anche di un a torbiera, andava preservata per quanto possibile.
Il parco era stato istituito nel 1955, ma solo negli anni settanta si è arrivati a questa conclusione...
Adesso può sembrare una cosa ovvia, cercare di proteggere queste zone umide, ma non è stato sempre così: anzi sembrava che tutto ciò che aveva a che fare con laghi paludosi, fosse considerato una specie di abominio che andava eliminato nel più breve tempo possibile. Fortunatamente si è acquisita la coscienza che queste zone sono molto importanti dal punto di vista naturalistico, e si è cercato di preservarle, e dove è stato possibile, persino di recuperarle.
Adesso, di tutto l'altipiano, rimangono un centinaio di ettari a disposizione della palude, che è un vero scrigno di biodiversità.

La prima bonifica dell'altipiano carsico fu tentata nel XV secolo ad opera di alcuni ingegneri fiorentini, su commissione di Giulio Cesare Varano.Questa opera idraulica era detta "Botte dei Varano". Quando nel 1997 si verificò il terremoto, l'opera idraulica è andata distrutta, ed è stata sostituita da un collettore sotterraneo parallelo. Nell'effettuare i lavori, si è scoperto che esisteva già un collettore di epoca romana - di cui non esistevano tracce documentate - costruito in travertino.
Rimangono un mulino, (il Mulinaccio ) in prossimità di uno degli inghiottitoi, che si tentava di far funzionare con il movimento delle acque palustri verso il basso.

Il laghetto della Fagiolaia, molto bello, con un percorso che in teoria dovrebbe farne il perimetro.

In pratica non è possibile girarlo tutto a piedi, perchè il sentiero è molto trascurato,e invaso dalle erbacce, e i casotti di legno che servono per osservare la fauna lacustre, sono stati pesantemente danneggiati da qualche stupido teppista.

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domenica 19 ottobre 2014

SAVIGNANO DI PRATO E LORENZO BARTOLINI

Lorenzo Bartolini è stato un grande scultore italiano, il più grande dell'epoca (nato nel 1777 e morto nel 1850, tanto per dare un'idea) dopo Antonio Canova.
Di solito di lui si dice che è nato a Prato, ma non è esatto. E' nato in questo piccolissimo paesino, Savignano di Prato, posto nella Val Di Bisenzio, a dominare l'abitato di Vaiano.
Questa la sua casa natale, monumento locale ma ormai proprietà privata, e quindi non visitabile.

Certamente in origine era una fattoria, poi adattata a villa.
Il nome di Savignano ci dice che il paese ha origini romane, come del resto molti altri nelle vicinanze. Si sa infatti che la Val di Bisenzio fu luogo di una centuriazione romana, dove l'impero, per pagare i suoi soldati, assegnava loro delle terre. Nell'attuale Vaiano è facile ritrovare il nome della famiglia Vaia, e lo stesso esercizio si può fare per Sofignano, Faltugnano, Popigliano, Schignano, tutte collocate lungo il Bisenzio.
Ed ovviamente questo vale anche per Savignano.
Essendo una frazione un po' isolata, Savignano ha saputo conservare meglio  la sua origine romana. Infatti, verso la località Mulino troviamo un tratto di strada romana, molto ben visibile, ovviamente mai restaurata , nè si è tentato di conservarla - anzi non mancano i tentativi di asfaltatura - e, nascosto sotto una vegetazione fittissima, anche un piccolo ponte romano, che attraversa il torrente locale, il Rio La Nosa. Abbiamo potuto  localizzare il ponte, solo grazie alle indicazioni della gente del posto.

E' qui conservata anche la piccola chiesa dei Santi Andrea e Donato, che è invece di origine medioevale, nel tipico alberese della zona, e una villa padronale, appartenuta ad una potente famiglia pratese, i Buonamici.

Sembra tanto per un posto così piccolo, ed è vero. Oltre a quello che abbiamo descritto non ci sono che altre sette o otto case, di cui parecchie destinate alla villeggiatura di chi sa apprezzare il panorama, veramente splendido, e la grande quiete.
Perchè qui non c'è veramente altro: amministrativamente adesso è una frazione del comune di Vaiano, e la strada asfaltata è una conquista recente!
Sicuramente in questa quiete è cresciuto il talento di Lorenzo Bartolini, che ha saputo diventare nientemeno che lo scultore ufficiale di casa Bonaparte, grazie anche ai buoni uffici di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone e granduchessa di Lucca e Piombino, che lo aiutò anche a diventare professore di scultura presso l'accademia di belle arti di Carrara.
Certamente un gran bel colpo, che dovette però pagar caro dopo la caduta definitiva di Napoleone nel 1815. Fortunatamente sopravvisse grazie alle commissioni di parecchi facoltosi stranieri, tra cui anche il principe Antonio Demidoff, per il quale scolpì un monumento in memoria del padre, che si trova ancora in piazza Demidoff a Firenze.

La  scultura è stata realizzata in un marmo assai particolare, detto "zuccherino" molto pregiato ma altrettanto delicato. Per cui insieme alla scultura fu realizzata anche la pensilina che la protegge.
Il suo stile si distaccava dal neoclassicismo del Canova - e anche per questo ebbe un periodo di vita dura - e si ispirava ad uno stile più naturalistico, detto "purismo".
Dal 1839 fu anche docente all'accademia di belle arti di Firenze, e nel 1855 fu l'unico scultore italiano ad avere critiche positive - anche se evidentemente postume - all'esposizione universale di Parigi.
A Prato è conservata una sua scultura, la filatrice.


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domenica 12 ottobre 2014

I BORGHI ALTI DI CALENZANO

Come molti altri borghi sparsi in tutta la Toscana, anche Calenzano si è sviluppato in pianura solo in epoca recente.
Il suo cuore è certamente il borgo di Calenzano Alto, che sorge su una delle due collinette, il cui fondovalle ci porta direttamente verso il Mugello, tramite una variante della Cassia, e che ora è denominata Strada Militare per Barberino (SP8).
Il borgo di Calenzano alto - o Calenzano Castello, o, semplicemente, Castello - è ancora completamente cinto dalle sue mura medioevali,

ad un'altitudine  di per sè modesta, circa 200 msl, ma che permette tuttavia un'ampia visione sia sulla sottostante valle del torrente Marina, che scorre proprio sotto, sia sui primi contrafforti appeninnici che sorgono andando verso la Val di Sieve, alla quale si accede dal Passo delle Croci di Calenzano.
Le Croci di Calenzano sono un altro borgo alto di Calenzano, dove sorgono principalmente buoni ristoranti e poco altro. Anticamente il luogo si chiamava Combiate, e qui è sempre esistita un'osteria che permettesse ai viaggiatori di ristorarsi durante il lungo e faticoso viaggio da Prato ai borghi mugellani: Barberino - che è il più prossimo - poi San Piero a Sieve, Scarperia e Borgo San Lorenzo.
Ma torniamo al Castello, che è il Borgo più caratteristico: infatti, oltre a custodire il museo del Figurino Storico, è anche un borgo medioevale intatto, con la sua tipica forma ovale,  con le sue chiese, tra cui spicca quella di San Niccolò, la sua antica villa padronale, il cui giardino - ormai una giungla tropicale - arriva giù fino al torrente Marina, ed è cinto di alte mura  nelle cui prossimità sorge una frequentata pista ciclabile.
Ci sono due  belvedere, uno in prossimità della porta detta "Portaccia" con arco a sesto acuto, dal quale però si vedono solo insediamenti industriali e centri commerciali.
Molto meglio il belvedere posto dall'altro lato, dal quale si dominano il torrente Marina e le morbide colline che ci portano in Mugello.
Più piccolo e tutto incentrato sulla chiesa di San Donato, è il borgo - appunto - di San Donato, che ha più l'aria di borgo rurale, visto che, oltre alla chiesa, ci sono solo fattorie, e poche case che si inerpicano lungo una spettacolare stradina.






domenica 5 ottobre 2014

PONTE BURIANO E LA GIOCONDA

Esiste un quadro più famoso della Gioconda?
Al Louvre è esposto in una sala dove si possono ammirare capolavori immortali di autori a dir poco immensi: bene, nessuno se li fila;  in compenso davanti a questo quadrettino di dimensioni assai modeste c'è sempre un assembramento di gente che fotografa all'impazzata - ma lo guarderanno il quadro, o si accontenteranno di vedere poi le foto a casa? e in questo caso, che ci sono andati a fare al Louvre? Mah - gira filmini, si va venire gli svenimenti per l'emozione.
Non vogliamo parlare della Gioconda, ma del Ponte a dorso d'asino a sette arcate  che si vede sullo sfondo, sulla destra in basso.

Questo ponte  esiste tutt'ora sulla strada Setteponti,  tra Arezzo e Castiglion Fibocchi, su quella che in tempi romani era la Cassia Vetus e che univa Firenze a Roma. E' stato costruito tra il 1240 e il 1277, quindi ci sono voluti quasi 40 anni per costruirlo, perchè in questo punto l'Arno non è profondo, ma è molto ampio.
La bellezza di questo ponte non si apprezza certo passandoci sopra: è stretto e per percorrerlo c'è da sottoporsi alla tortura di un semaforo a senso unico alternato, dove il verde  dura pochissimi secondi

Bisogna scendere dalla macchina e andare a vederlo lungo le sponde del fiume, che in quel punto offrono un paesaggio splendido, con isole piene di vegetazione e sponde verdi e tranquille. Naturalmente è solo apparenza: il ponte in 850 anni di storia ha sopportato una gran quantità di piene - anche distruttive, tipo quella del '66 che tanti danni ha fatto a Firenze - e ha superato indenne persino la seconda guerra mondiale, dove i tedeschi avevano l'abitudine di minare tutti i ponti da dove passavano.
Anche questo fu completamente minato, e sarebbe esploso se l'esercito alleato non fosse riuscito a salvarlo in extremis!
Proprio da qui parte la riserva naturale di Ponte Buriano e  Penna, dove Penna è la diga che è stata ri costruita dopo l'alluvione del 1966, e dove - questo è un particolare davvero curioso - l'Arno riceve le acque del Canale Maestro della Chiana, che è un canale artificiale costruito tra il XVIII e il XIX secolo, per evitare l'impaludamento della Val di Chiana, sfruttando canali già costruiti in precedenza dai Medici prima e dai romani ancora prima.  Beh, questo canale prima era un affluente del Tevere, e invece è poi diventato affluente dell'Arno!
Con le tecniche digitali odierne, è stato definito il punto da cui Leonardo da Vinci ha osservato il ponte: pare che fosse il Castello di Quarata, che è una frazione a pochi chilometri da  Arezzo.


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