domenica 1 settembre 2019

OPPORTUNITA' DOVE GLI ALTRI VEDONO SOLO PROBLEMI: PECCIOLI

Nei nostri Post parliamo spesso di "Contado Pisano".
Ci piacerebbe chiarire di che cosa si tratta.
Grossolanamente, la potremmo definire come quella zona che da San Miniato va sino alla costa - città di Pisa esclusa, s'intende - composta da tutti quei paesi/borghi/piccole città che sono disseminate in una delle più belle campagne che ancora si trovano.
Sono luoghi molto belli, di una bellezza assai diversa da quella aristocratica del senese o di quella sanguigna dell'aretino.
Qui l'innegabile bellezza del paesaggio è familiare, diremmo "ruspante" - ma senza nessuna connotazione negativa - solo nel senso di naturale, genuina, non contraffatta.
La campagna è dolce, senza essere stucchevole, e i borghi sono perle di una immaginaria collana.
Tra queste perle ci ha colpito per la sua storia particolare Péccioli, proprio così, con la "e" aperta.
E' uno dei tanti piccoli comuni di queste parti, meno di 5.000 persone, ma sicuramente uno dei più ricchi, perchè il Comune è azionista di maggioranza della società che gestice la discarica situata nella frazione di Legoli.

Si tratta della più grande discarica della Toscana, capace di di ingoiare 300.000 tonnellate di rifiuti l'anno.
Rifiuti che, ricordiamo, provengono dalle province di Firenze, Prato, Pisa, e Massa Carrara.
Quando 20 anni fa il Comune ha accettato di inserire la discarica nel suo territorio comunale, i cittadini non erano molto d'accordo.
E immaginiamo che ce ne siano ancora parecchi che non lo sono nemmeno adesso.
Però c'è da dire che davvero qui gli amministratori comunali - complice anche un territorio che permetteva la creazione di una discarica fatta secondo tutti i sacri crismi, con il recupero dei liquami, la creazione di energia elettrica dal biogas, il teleriscaldamento per le abitazioni della frazione di Legoli, impianti eolici e solari, la creazione di anfiteatro all'interno della discarica stessa, dove si tengono eventi teatrali e shooting di moda - 


hanno visto un'opportunità dove gli altri vedevano solo problemi (come da titolo).

Come sempre succede in Italia, quando si deve prendere una decisione importante, si ha tutti contro.
Quando la si realizza... allora sì che c'è la sollevazione popolare.
Anche perchè - diciamocelo - qualche cosa di sbagliato anche l'amministrazione più onesta la fa. 
E sorvoliamo su quante cose sbagliate sono state fatte in passato per le grandi opere.
Sorvoleremo anche sulla buona o cattiva fede.
Ma quando l'opera è fatta, beh, si godono senz'altro i frutti.
E qui i frutti ci sono: L'anno scorso la società Triangolo, che gestisce la discarica, e che è composta nella sua maggioranza da partecipazione comunale e per il resto da circa 900 azionisti privati (la cui maggioranza sono residenti nel territorio comunale), ha diviso la bellezza di 30.000.000 di euro utili.
Si, trenta milioni di euro di utili.
Mica male per occuparsi di spazzatura.
Ce ne dovremmo ricordare quando diciamo "no" a tutto quello che viene proposto.
Come diceva Albert Einstein "Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose".
Qui qualcuno ha avuto il coraggio, se non altro, di fare qualcosa di diverso.
E i risultati si vedono.
Il paese è stato migliorato ed abbellito da opere d'arte distribuite dovunque.

E' stato costruito un grande parcheggio con un ascensore panoramico che porta direttamente in paese.
I residenti godono di alcune agevolazioni fiscali: per esempio nella ristrutturazione di case del centro storico i cittadini vengono rimborsati quasi integralmente, oppure per l'istallazione di impianti fotovoltaici.
Peccioli inoltre è integralmente coperta dalla sorveglianza di videocamere per la sicurezza dei residenti.
La costruzione dell'Incubatore di impresa", che poi sarebbe un villaggio di ricerca, dove domina questo gigante che dovrebbe essere Prometeo (il titano che ruba il fuoco e ne fa dono agli umani...) è stata un'altra conseguenza del "modello Peccioli" e dove dovevano svilupparsi start-ups tecnologiche nel cuore della Valdera.

Ma a quel che sappiamo, questa opportunità non si è sviluppata così bene come le altre: non è stato sufficente costruire l'infrastruttura, anche se era pur sempre un inizio.
Come del resto è strenuamente avversata la costruzione del ponte metallico che unirà la parte bassa del paese al suo centro storico.
Una struttura avvenieristica che ai paesani non piace.
Ma secondo noi vale tutto quello che abbiamo detto finora: le innovazioni sono sempre avversate, poi quando ci sono, si accettano.
Anzi, ci piacciono pure.
Questa è l'Italia.

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domenica 25 agosto 2019

IL PONTE LEOPOLDO II E ALESSANDRO MANETTI

Questa bella scritta, proprio sopra le centraline elettriche non c'è sembrata un granchè come biglietto da visita.

Ma ancora l'inaugurazione ufficiale non c'è stata magari si accorgono che è parecchio migliorabile  e la spostano sui pannelli vicini, che sotto sono tutti liberi.
Di che cosa si tratta esattamente?
Del Ponte Leopolo II°, che attraversando il fiume Ombrone, unisce il parco delle Cascine di Tavola (Prato) con il Parco del Barco Reale (Poggio a Caiano), riunendo i due parchi, che in un tempo molto lontano facevano parte di un'unica tenuta medicea, che andava dalla villa Ambra del Poggio a Caiano sino alla villa Ferdinanda di Artimino - ed oltre - comprendendo gran parte del territorio del Montalbano.

Ovviamente non si possono più ottenere le estensioni territoriali di un tempo, per ovvii motivi, ma già riunire i due parchi, che adesso possono essere fruiti come se fossero uno solo è davvere un bel risultato.
Il Ponte leopoldo II°, era conosciuto sino a poco tempo fa come Ponte Manetti, dal nome del suo costruttore, Alessandro Manetti.
Fu un ingegnere ed architetto molto importante nella storia del Granducato di Toscana, che si occupò, sino alla definitiva cacciata dei Lorena nel 1859, di molte delle opere più importanti del piccolo Stato.
Costruendo questo ponte nel 1833, come si evince dalle splendide scritte in bronzo recuperate, realizzò il secondo ponte sospeso - in ordine di tempo - costruito in Italia, il primo costruito con la tecnologia dei cavi di ferro avvolti su se stessi.

Tecnologia che risulterà poi vincente negli anni a venire, mentre quella delle catene, come quella del primo ponte sopeso costruito in Italia - quello del Ponte Ferdinando costruito sul Garigliano dall' Ing. Luigi Giura - verrà poi abbandonata pochi anni dopo.
Il ponte fu distrutto dai tedeschi nel 1944, al momento della loro ritirata.
Non era un ponte di grande importanza strategica, ma era pur sempre un ponte, e distruggendolo creavano dei problemi di viabilità che si sarebbero risolti con grande fatica.
Che non fosse un ponte importante lo si è visto con il tempo che ci è voluto per ricostruirlo: 75 anni!!
Ad Alessandro Manetti si deve il tracciato della strada che dal Granducato conduceva in Romagna (si, la S.S.67 tosco-romagnola) ed è sempre sua l'idea del "Muraglione"  costruito sul passo appenninico - e da cui ha poi preso il nome, universalmente noto tra i motociclisti di entrambe i versanti - che a quei tempi era necessario, specie in inverno, per far si che le carrozze potessero scegliere il lato della strada giusto per evitare  di essere ribaltate dalle fortissime folate dell'impetuoso vento che soffia sul crinale.
Sempre suo è il tracciato della attuale S.S. 63 del Passo del Cerreto, che unisce Sarzana a Reggio Emilia (e anche questa parecchio famosa tra i motociclisti)
Ed ancora, ad Alessandro Manetti di devono le colonnine di pietra con la caratteristica sfera in ghisa chiodata in cima, che ogni toscano ha in qualche angolo della sua memoria.

Erano poste all'inizio ed alla fine delle principali strade del Granducato, e ce ne sono ancora molte in giro.
si occupo', in collaborazione con altri ingegneri dell'epoca, della bonifica del lago di Bientina, e della costruzione della famosa "Botte" (link) cioè l'attraversamento sotterraneo del fiume Arno, da cui defluiva l'acqua della palude.
Un'opera colossale, e non solo per quei tempi, che riutilizzando buona parte del canale Imperiale costruito da Ximenex anni prima, sottopassa l'Arno per ben 255 metri e va a sfociare direttamente in mare, tra Calambrone e Livorno.

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lunedì 19 agosto 2019

CAMUGLIANO DI PONSACCO

Nel nostro girovagare capitiamo spesso in quello che a noi piace chiamare - in maniera apprezzativa e affettuosa - "il contado pisano", luoghi di incompabile bellezza, secondo il nostro parere.
E proprio qui, in un fazzoletto di terra, alla confluenza dei fiumi Cascina ed Era, nel comune di Ponsacco, abbiamo trovato questi due gioelli.
Una è la villa medicea, conosciuta proprio con il nome di Villa di Camugliano, fatta costruire dal Duca Alessandro de' Medici (quello detto "il Moro", ultimo del ramo principale, assassinato dal cugino Lorenzino e a cui succedette il molto più famoso Giovanni dalle Bande Nere...) e poi, dopo una serie di alterne vicende, venduta al senatore Filippo Niccolini nel 1637, creato poi Marchese di Camugliano e Ponsacco qualche mese dopo.
Pensate, dal 1637 la villa è tutt'ora nelle sue mani. 
Ed infatti è proprietà provata, e non è visitabile.

Però la possiamo ammirare dall'esterno con molto agio, perchè sorge su un'altura che domina tutta la valle circostante.
La sua architettura ricorda molto la villa Ambrogiana di Montelupo Fiorentino, che è comunque posteriore di almeno un cinquantina d'anni.

Prendendo uno stradello sterrato sulla destra della villa, si arriva ad una fattoria ancora in parte abitata.
Doveva essere un fabbricato di una certa importanza, forse una fattoria fortificata.

Da lì una stradina tra campi interi di fiori blu.
Per gli appassionati di Fiori di Bach: una distesa di Cicory, dei più grandi e alti che abbiamo mai visto
Per tutti gli altri: Cicoria andata in fiore...

Però vi assicuriamo che questi prati blu-violetto (nessuna macchina fotografica può rendere quel colore incredibile che i nostri occhi hanno visto) erano meravigliosi.
E portavano ad una piccola altura dove c'era una piccolissima chiesa, poco più di una cappella, circondata da quattro cipressi altissimi: la chiesa di San Pierino a Camugliano.

La sintesi della toscanità!
Quello che gli stranieri si immaginano venendo in Toscana.

(si, vabbè, era un concentrato di luoghi comuni, d'accordo. La chiesetta sulla collina, i quattro cipressi a farle da sentinelle, il prato blu violetto... mancava Heidi con le caprette che facevano ciao, ed eravamo a posto!)

Comunque sia, era un luogo da sindrome di Stendhal, e capivamo gli stranieri con targa tedesca e olandese, fermi sul ciglio della strada, che riempivano una scheda SD dopo l'altra, nell'inutile tentativo di rendere il colore del prato.
Molto più fortunati eravamo noi, con il nostro turismo a km (quasi) zero, che possiamo tornarci tutte le volte che vogliamo!

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domenica 28 luglio 2019

L'OSSERVATORIO ASTRONOMICO DI MONTELUPO FIORENTINO

Quale occasione migliore poteva esserci, per visitare un gruppo di Astrofili, del 50° anniversario della discesa sulla Luna da parte del primo essere umano?
Una ricorrenza certo importante, che meritava di essere adeguatamente riconosciuta.
Come diceva la famosa rubrica di un altrettanto famoso giornale di enigmistica "forse non tutti sanno che..." sulle colline sopra Montelupo Fiorentino, anzi, più precisamente prendendo una splendida e silente strada che parte dalla frazione di Camaioni, è possibile arrivare all'osservatorio Astronomico Beppe Forti.


Questo signore è stato un astronomo italiano, che è venuto a mancare nel 2007 e al quale è stato intitolato uno dei primi asteroidi scoperto in Italia, proprio dal gruppo Astrofili di Montelupo Fiorentino di cui faceva parte in qualità di specialista di meccaniche celesti, e che in suo onore si chiama "6876 beppeforti".
Insieme al suo gruppo ha scoperto la bellezza di 48 asteroidi tra il 1977 ed il 2001.
Del suo gruppo di lavoro faceva parte già da allora, Maura Tombelli, una straordinaria donna,  che che dedicato la sua vita allo studio delle stelle, e ha collaborato con l'Osservatorio di Arcetri già dal 1987.
Nella sua carriera di osservatrice del cielo, ha scoperto ben 198 asteroidi, tra cui il primo in Italia ad esser considerato pericoloso, il 15817 "lucianotesi" e comunque a suo nome è stato battezzato un altro asteroide, il 9904 "mauratombelli".
Negli ultimi  15 anni ha dedicato la propria vita alla fondazione e costruzione di questo osservatorio, una costruzione che è finalmente in dirittura d'arrivo.
Infatti da poco hanno posato la splendida cupola che permette l'osservazione del cielo, ed è in attesa dell'arrivo del telescopio principale, che verrà collegato ad una serie di computer nella sala operative centrale, e che permetterà un continuo monitoraggio dei cosiddetti "corpi celesti minori" - cioè  gli asteroidi - che possono essere potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta.
Come ci hanno informato, non è possibile evitare l'impatto con uno di questi corpi celesti, ma maggiore è l'anticipo con il quale riusciamo ad avere informazioni sull'eventuale collisione, maggiore sarà la possibilità di uscirne con i minori danni possibili.
Ecco perchè il loro certosino lavoro di sorveglianza del cielo è così importante,  ed ecco perchè il nostro Osservatorio K83 ( il codice assegnato loro dalla Nasa) andrebbe conosciuto e valorizzato al meglio.


Vogliamo darvi anche qualche nostra impressione sulle piccole osservazioni che i gentilissimi ed entusiasti volontari ci hanno permesso di fare in questa particolare serata, con i loro sofisticati strumenti.


Vedere Giove con i suoi satelliti e le screziature rosse sulle sua superfice è stato veramente emozionante.
Una vera vertigine ce l'ha data il poter vedere un ammasso globulare di stelle, la cui luce ci arriva dallo spazio profondo, oltre il nostro sistema solare e che ci arriva da 25.000 anni luce fa.
Il che vuol dire che guardare quell'ammasso indistinto di stelle, significa vedere il passato, 25.000 anni fa.
Vi ha profondamente deluso Saturno: sembrava finto... abbiamo dovuto chiedere che cosa stavamo guardando perchè non capivamo; sembrava il simbolo della Nissan!
Straordinaria la tracciatura degli asteroidi: dando le coordinate di un certo asteroide, il telescopio lo identifica in una miriade di corpi celesti, che noi potevamo vedere dallo schermo di un computer... il confronto tra il blu del cielo e l'incredibile affollamento di puntini gialli che vedevamo in corrispondenza sullo schermo del PC ci ha inquietato non poco!!
Sovrapponendo via via le foto digitali che l'apparecchio scattava, di poteva tracciare il percorso dell'asteroide, mentre invece le stelle rimanevano ferme rispetto a quest'ultimo.

http://gruppoastrofilimontelupo.com/ 

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domenica 21 luglio 2019

LA MACCHIA ANTONINI

In estate le nostre città - nella pianura alluvionale lasciata dall'antico mare in chissà quale noiosissima epoca geologica (bleak!) - diventano dei veri forni a cielo aperto.
Anzi, a seconda dei luoghi, delle pentole a pressione.
Fortunatamente la piana è circondata da amene colline, dove non per niente gli antichi abitanti avevano fondato le antiche città (tipo Firenze, che gli antichi Romani avevano pensato bene di costruire sulle salubri colline di Fiesole, anzichè nella melmosa e malarica palude sottostante).
Ma non vogliamo parlare di Fiesole o di Firenze, anche perchè non basterebbe un'enciclopedia...
Le nostre aspettative sono più modeste.
Riprendiamo il discorso iniziale.
Ci siamo fatti un giretto sulla montagna pistoiese e siamo andati alla Macchia Antonini, quando il grosso della popolazione era in coda sull'A11 o sulla FI-PI-LI per andare al mare.
E' un luogo di straordinaria e quieta bellezza, caratterizzato dalla splendida foresta di cerri, alcuni dei quali centerari, faggi, abeti, aceri e bellissimi prati verdi.

C' anche un piccolo laghetto artificiale, tutto recintato ed ovviamente non balneabile.

Questo luogo, situato nel comune di Piteglio-San Marcello Pistoiese, vicino all'antichissimo borgo di Calamecca, da cui dista non più di 4 km, è il lascito che l'Ing. Pellegrino Antonini - più che facoltoso cittadino pistoiese, morto nel 1827 senza eredi diretti - ha lasciato alla comunità.
Pellegrino non nasce a Pistoia, ma Orbetello, figlio di Felice Antonini,  un "Impresario dei Boschi" del Granduca Pietro Leopoldo.
Proprio dal Granduca, il padre di Pellegrino acquista i 200 ettari di Calamecca, detti "Macchia Grande", nell'ambito di una politica - diremmo adesso - di privatizzazione.
Felice Antonini muore  nel 1780, quando Pellegrino ha solo 15 anni ed è il suo unico erede.
L'eredità viene gestita dalla madre e dal socio del padre, certo Carlo Niccolò Biagini, del quale Pellegrino si libera appena raggiunge la maggiore età.
Nel 1793 inizia a costruire la casa colonica dove adesso si trova il centro ippico ed inizia ad allevare bestiame.
Nel frattempo studia Belle Lettere (a quei tempi si chiamavano così) e nel 1792 ottiene persino la dispensa papale per poter leggere i libri messi all'indice!!
Si laurea in Ingegneria (che c'entra l'ingegneria con le belle lettere? mah, ce lo siamo chiesti anche noi...)
e inizia a lavorare per il comune di Pistoia come Ingegnere Comunale.
Le maiuscole non sono messe a caso.
A quei tempi era un incarico importante e di grande prestigio, riservato ai cittadini di ceto sociale elevato e maggiormente abbienti.
Nel frattempo sposa Francesca Vignali, la figlia del notaio che aveva redatto il rogito con cui suo padre aveva acquistato i terreni della Macchia Grande dal Granduca.
Continua ad arricchirsi sempre si più fino a quando nel 1821 si ammala.
Di che cosa non lo sappiamo, però decide di lasciare un Legato, vale a dire di una disposizione testamentaria in cui c'è un dispositore  (nel suo caso la moglie) alla cui morte i beni passeranno nelle casse del legato stesso.
Quindi una specie di fondazione, dove si specifica in tutte le salse che la tenuta e  la proprietà deve rimanere integra.
Grande idea, che di ha permesso di usufruire di questo bene prezioso a tutt'oggi integro e intatto.
Due parole sulla cappella che ha fatto costruire appositamente per far custudire la sua sepoltura, e che è dedicata a San Pellegrino ai Monti.

La costruzione è stata iniziata nel 1820 (come i Faraoni, cominciava a pensare alla morte quando era ancora in vita) e l'architettura della Cappella, sembra già strana quando la si vede, inserita in quell'idilliaco ambiente montano.
La cupola semisferica che poggia sulla struttura ottagonale si spiega solo quando si viene a sapere che gli Antonini avevano dei legami con i cavalieri Templari, e che fossero di lontane origini scandinave.
Altra cosa molto particolare è il testamento, che sarebbe da leggere in originale: è tutto un "ordino e voglio" ripetuto sino allo sfinimento, anche per stabilire il diametro delle candele che dovranno essere accese ogni anno per il suo "decente anniversario".
Comunque ha istituito la cattedra di veterinaria al liceo Forteguerri di Pistoia, ogni anno costituiva la dote per tre fanciulle che ne erano prive. 
Si, lo sappiamo, adesso pare una czzt, ma a quei tempi era una cosa molto importante...
E soprattutto lasciava i soldi per fare una grande festa annuale la domenica più vicina al 20 agosto.
Festa che puntualmente si svolge dal 1827 ogni anno con grande partecipazione di persone provenienti da tutta la Toscana e che è comunque una delle più antiche della regione.

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domenica 30 giugno 2019

LA ZONA INDUSTRIALE DEL TERRAFINO A EMPOLI

Ve l'abbiamo promesso da talmente tanto tempo, che ormai era una minaccia.
Dopo tanti paesini incantati, dopo tanti luoghi bucolici, eccolo qua:
Il post sulla zona industriale.
E perchè non su uno dei macrolotti industriali di Prato allora?
Troppo facile...
E poi con il Terrafino abbiamo un certo rapporto.

Anche perchè il Terrafino un po' di storia ce l'ha.
Tanto per cominciare: il nome.
No, la qualità del terreno non c'entra niente.
Questa era una terra di confine, di qui si vede benissimo il colle di San Miniato, baluardo di Pisa; il fiume Elsa - anche adesso confine naturale tra le province di Firenze e di Pisa - è qui.
Se uno cammina distrattamente ci va a finire dentro.
Quindi Terrafino deriva da finis terrae, fine del territorio.
Quale territorio? Quello di Firenze? Molto probabile. 
Oppure quello di chissà quale signorotto locale.
Come in molte altre zone,  i nomi delle strade parlano, e con un minimo di gusto della scoperta sono capaci di dirci molte cose.
Per esempio, via del Castelluccio - che adesso passa sopra la superstrada Firenze-Pisa-Livorno - prima che la superstrada venisse costruita, e prima che la Zignago Vetro venisse costruita, attraversava i campi,  e portava a quella che allora era solo una grande casa colonica.
Ma in realtà era quello il Castelluccio.
Già, quel misero rudere che possiamo vedere adesso circondato dalla recinzione di plastica arancione, e di cui si possono ancora vedere i resti di una torre e la grandiosità del casone sottostante.

Nel Medioevo queste torri di avvistamento erano comuni, ed in queste pianure ce n'erano parecchie. Questo era di proprietà dell'istituto degli Innocenti di Firenze, che qui possedeva parecchi terreni,  da cui il nome "Castelluccio dei Nocenti".
Sicuramente, intorno alla torre medioevale, lo Spedale fece costruire degli ampliamenti che a poco a poco hanno dato vita ad una grande casa fortificata, dove le popolazioni della zona si rifugiavano in caso di attacchi nemici.
Quando i Medici, creando il granducato fecero cessare le lotte tra pisani, lucchesi e fiorentini, il castelluccio perse la sua funzione difensiva e diventò semplicemente una fattoria
E questo è rimasto sino ai primi anni del secondo dopoguerra, quando era abitata da una settantina di persone, e costituiva il fulcro dell'azienda agricola della potente famiglia empolese dei Del Vivo; una azienda agricola di tutto rispetto: 120 ettari.
E deve essere tutt'ora suo, perchè sappiamo che è di proprietà privata.
Chissà quali poblemi di successione devono esserci per far andare in rovina un pezzo di storia così importante per Empoli!
Altra costruzione di grande interesse è la Villa del Terrafino, proprio sulla Tosco-romagnola (che in quel punto si chiama via Livornese) e che è stata costruita nel XVIII° secolo dalla famiglia fiorentina dei Riccardi, che lì possedeva dei terreni agricoli. 

La villa aveva un magnifico giardino all'italiana, che purtroppo è stato quasi cancellato dal passaggio della linea ferroviaria Siena-Empoli che in pratica lo attraversa.
Come molte ville dell'epoca, negli anni è stata completata da vari annessi: limonaia, tinaia, stalle, locali per la lavorazione della seta, oltre agli alloggi del fattore.
La villa aveva anche un teatro privato, ed ovviamente una cappella privata, e nei rifacimenti ottocenteschi ha aggiunto anche la bellissima torretta-belvedere (decorata da ceramiche invetriate) che rende caratteristica tutta  la zona.
Nel 1938 l'intero complesso fu donato alle suore della Divina Provvidena del Cottolongo, che si occupano dell'assistenza alle madri in difficoltà ed ai bambini abbandonati o a rischio.
Il complesso è tutt'ora nelle loro capaci e pietose mani.

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domenica 23 giugno 2019

IL GIARDINO DELLE ESPERIDI DI PESCIA

Quando si parla di giardini, il nome di Pescia viene naturale.
Però Pescia è famosa - anche più di Sanremo, a dire il vero - per i fiori recisi.
Qui invece parliamo di un Giardino delle Esperidi.
Anzi, per usare il  suo termine, di un "Hesperidarium"

Chiariamo prima chi erano le Esperidi:
Esse (direbbe Fantozzi) sono delle Ninfe, di cui non si sa esattamente di chi sono figlie, perchè secondo le versioni sono figlie di Oceano e di Teti, oppure di Zeus e Temi o anche della Notte e di Erebo.
Poverette, non si sa neppure di preciso quante sono, perchè per alcuni sono sette, per altri cinque e per altri tre.
Però i nomi si conoscono di quattro (!) Egle, Aretusa, Esperetusa e Eritea.
Quel che è certo è che erano le custodi di un giardino, dove cresceva un melo dai frutti d'oro.
A queste mele d'oro era collegata una delle fatiche di Ercole..non ci chiedete di più, non abbiamo fatto studi classici.
Quel che è certo è che col tempo si è creato il collegamento:
"frutti d'oro=agrumi", per cui è diventato normale parlare di giardino delle esperidi per designare un agrumeto.
Nel periodo Rinascimentale, coltivare agrumi era un diletto dei grandi signori.
 Se ci pensate un attimo, le ville dei Medici, hanno tutte una serra per gli agrumi.
Adesso le arance e i mandarini preferiamo comprarli al supermercato, ma entrando in questo giardino coperto, a Pescia, si ha la sensazione di trovarsi nuovamente in una serra rinascimentale, tanta è la ricchezza e l'opulenza delle piante che vi si trovano.
E la loro varietà è straordinaria.
Ci ha affascinato il limone melarosa, ma anche il pomelo, che a Genova chiamano sciadocco per via del nome del capitano inglese che per primo lo importò, un certo Shadock.
E ci ha lasciato una gran curiosità l'arancio otaheite, un ibrido tra limone, arancio dolce e mandarino! Chissà che sapore potrà mai avere...
E come non ammirare questa incredibile "tettoia" di limoni

oppure questo "arco di trionfo" di arance?

E come non stupirsi alle dimensioni spropositate di questo cedro?

Oppure a questo "grappolo" di pompelmi?

Camminare per questi vialetti è strabiliante.
Ma quello non riusciremo mai in nessun modo a raccontarvi, è il profumo.
Il profumo straordinario di migliaia e migliaia di fiori di arancio e limone (e varietà similari) grandi, piccoli, candidi, screziati di viola. 
Anche già appassiti profumavano ancora!
Il profumo era una quarta dimensione, un'entità, era talmente denso che si poteva toccare.
Meraviglioso.
Non abbiamo altre parole.
Tutto quello che vi possiamo dire è: andateci.
E' chiuso solo in piena estate, poi la domenica lo trovate sempre aperto.
E pensate a noi che ve lo abbiamo consigliato.

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