lunedì 13 luglio 2020

IL PARADISO IN VALDIBRANA

Era una giornata di maggio a cui non mancava niente, nemmeno l'Anticiclone delle Azzorre...
Il lockdown era quasi finito, tanto che ci permetteva di approfittare di una così radiosa giornata viaggiando su due ruote, ancora verso quel Corbezzi (link) che ci aveva lasciato l'amaro in bocca, perchè il sottopasso della ferrovia, angusto e claustrofobico, non ci aveva ispirato di infilarci sotto con il nostro crossover; molto meglio tornarci con la moto.
Oltre il buio sottopasso, alcune belle villette, una magnifica vista e un invitante cartello in blu: Pistoia via Valdibrana.
La giornata era troppo bella ed il cartello troppo invitante perchè noi potessimo resistere oltre: appena il tempo di pensare che piccolo paradiso era quello, quando ci siamo trovati davanti una discesa che non aveva niente da invidiare a quelle della Via Vandelli . 
Pregando i nostri rispettivi angeli custodi che sorvegliassero al meglio i freni della nostra amata - ma ahimè - non troppo nuova motocicletta, siamo scesi in quello che ci è parso una frazione di secondo, sino ad una strada dalle apparenze molto più tranquille.
E ci siamo ritrovati in un paradiso ancora più bello di quello che avevamo lasciato.
Boschi che sembravano giardini, dai profumi inebrianti dei fiori selvatici e delle fioriture delle macchie.
Giardini che sembravano boschi, colmi di fiori sontuosi e profumatissimi, farfalle, villette che sembravano sbocciare dal suolo, un ameno e luccicante torrente che gorgogliava soddisfatto di trovarsi in un posto così bello. 
Una strada che rendeva soddisfatta anche la nostra moto, che ronfava felice dopo la discesa a rotta di collo a cui l'avevamo sottoposta, e che si snodava tra alberi ed uccellini che cantavano melodiosi.
Esageriamo? Forse, ma era una giornata di maggio a cui non mancava niente, nemmeno l'anticiclone delle Azzorre!
L'avevamo già detto? Meglio ribadire il concetto, chissà quando ricapita!
Comunque, ci siamo poi ritrovati in una amena piazzetta dove un candido santuario faceva bella mostra di sè, e qui la nostra tempra di turistiakmzero si è fatta sentire e ci siamo fermati per prendere notizie.
Dunque, come ci aveva promesso il cartello di Corbezzi, quella era Valdibrana, e quello era L'omonimo Santuario.
Questo Santuario sorge dove già dal XIV secolo sorgeva un piccolo oratorio dove veniva conservata una pietra, dove si diceva che la Madonna avesse poggiato il piede durate una apparizione. Nel 1563 accadde che una pastorella smarrì una delle pecore del padre, per conto del quale sorvegliava il gregge. Per cercarla fece notte, e anzichè tornare a casa rimase a dormire fuori con le pecore, ma nel corso della notte, una "Veneranda donna" le restituì la pecora smarrita.
Il giorno dopo tornò con il padre, che aveva avuto una visione in sogno, e sotto un prunaio trovarono un'immagine sacra. Mentre la tiravano fuori passò di lì un cieco che si prostrò davanti ad essa ed immediatamente ritrovò la vista.
Fu costruito ben presto un oratorio, ma la chiesa che vediamo oggi risale agli inizi del '900, ed il campanile è stato completamente rifatto nel 1937.
Naturalmente all'interno è conservato sia la pietra benedetta, che l'immagine miracolosa, ed il Santuario è molto frequentato specialmente nei mesi mariani di maggio e di ottobre.
Contigua è una bellissima costruzione moderna, il Centro Mariano di Valdibrana con grandi spazi, ampie vetrate, inserito in uno splendido ambiente di ulivi e nel panorama di cui già abbiamo detto meraviglie, e che ha sicuramente la funzione di riunire le persone per incontro e preghiera.
Ma in Valdibrana abbiamo trovato anche un'altra bellissima "stazione" della Porrettana.
E' la prima stazione dopo Pistoia, a cui è effettivamente molto vicina, e anche qui possiamo trovare le vestigia del binario di "salvamento" del quale esiste ancora l'imponente viadotto, molto ripido proprio perchè doveva servire a fermare un treno che scendeva troppo veloce da Bologna.
Rimane molto poco invece del binario di lanciamento, che invece era in leggera discesa e serviva per prendere l'abbrivio per la salita da affrontare per Bologna.
La stazione non è più attiva, nel senso che i treni non si fermano più e l'edificio della stazione è in parte adibito ad abitazione privata, anche se rimangono attivi altri fabbricati come magazzini.
La stazione è piuttosto lontana dal paese, ma immaginiamo che, quando fu inaugurata nel 1882 (con la denominazione "Stazione di Vaioni"), dovendo scegliere tra fare la stazione vicino la paese oppure vicino alla ferrovia  abbiano scelto come più opportuna quest'ultima soluzione.😊



domenica 5 luglio 2020

PARMIGNO, IN VAL DI BISENZIO

Se uno di noi due non fosse originario della Valdibisenzio, possiamo allegramente affermare che, a proposito di questo luogo, l'altro avrebbe trascorso tutta la sua vita senza saperne niente.
Infatti è uno di quelle località che chi non ne ha sentito parlare da qualche familiare o non ci è passato per caso durante un'escursione sul monte Cagnani, difficilmente conosce; e la cosa è veramente assurda perchè ci si può andare in 20 minuti di agevole camminata partendo dalla strada asfaltata, o in 5 minuti arrabbiati con una crossover qualsiasi.
Infatti la strada non è malaccio, anche se bianca, e ci si arriva facilmente.
Quindi non è in un posto fuori dal mondo.
E poi, la cosa più strana, è che non sono povere case fatte di mattoni di scarsa qualità.
Si tratta di solidissime costruzioni in pietra, risalenti al XII° secolo, costruite con una certa raffinatezza, visto il luogo, e che presentano delle insolite decorazioni.
Ma andiamo con ordine.
Da dove siamo saliti noi, abbiamo incontrato prima "Le Casacce" poche case a circa 200 metri dall'abitato principale e di cui costituivano evidentemente una frazione.

Proprio in questa frazione c'è la costruzione più interessante, una specie di casa-torre, che sfoggia anche il tipico rombo in alberese e serpentino di Prato, che segnala gli edifici di interesse storico.
Si tratta di costruzioni che risalgono al duecento, e che dichiarano immediatamente di non essere costruzioni agricole: basterebbe l'architrave di una finestra (ma era sicuramente l'ingresso principale, malamente riempito alla misura di una finestra con pochi mattonacci comuni) che è simmetricamente modellato, e sormontato da una decorazione che lascerebbe pensare a qualche strana costellazione.

Quella della costellazione è stata un'ipotesi presa in considerazione per lungo tempo, visto che proprio a due passi sorge una sorta di struttura a gradoni, una specie di ziqqurat, per le quali si sono fatte varie ipotesi, senza escludere i sacrifici umani o il punto di atterraggio per le astronavi aliene.

Niente di tutto questo. 
Fortunatamente, come dicevamo all'inizio, uno di noi ha le sue origini in Valdibisenzio e siamo riusciti a reperire notizie di prima mano da persone nate e cresciute in zona, e la verità è molto più poetica del previsto.
Pare che queste piramidi a gradoni, che erano costruite con i sassi tolti dai campi, venissero utilizzate per una (per una volta tanto) redditizia coltivazione, quella dei giaggioli.
Giaggioli? Già... Infatti oltre a vendere i bellissimi fiori (detti anche Iris) ai fiorai, i contadini coltivavano questa varietà per il suo bulbo, che tagliato ed essicato, serviva per le industrie dei profumi.
Chi lo coltivava in queste zone lo vendeva a ditte che lo utilizzavano per profumare il talco, che - per chi non lo sapesse - sino agli anni '30 del secolo scorso, profumava di Giaggiolo, anzi di Ireos.
Poi, è arrivata la Manetti e Roberts, ed il talco da allora sa di borotalco, e nessuno si ricorda più dell'Ireos, solo le lettrici di Liala....

Bene, chiarito questo mistero, proseguiamo nella nostra strada verso Parmigno. Non abbiamo potuto fare a meno di pensare alle contadine che si vestivano a festa la domenica e percorrevano questo stesso tratto di strada per andare a messa, verso la chiesetta di Santo Stefano; alla curva trovavano una piccola edicola sacra: si facevano il segno della croce e magari offrivano qualche fiore di campo. 

Ma...la piccola immagine votiva è girata al contrario! com'è possibile? si vedono i mattoni con cui è costruito il tabernacolo anzichè l'immagine della Madonna.
Probabilmente si tratta di una modifica all'asse viario, forse la curva in tempi andati era più ampia, o forse la strada saliva su dal basso in maniera più ripida, tanto non ci si doveva salire con l'auto.
Ma siamo arrivati a Parmigno e alla sua chiesetta di Santo Stefano, che è l'unica costruzione ancora in piedi, con il suo tetto.

Si tratta di una costruzione molto semplice, nell'alberese della zona, a una sola navata, e che pare nascere da una roccia da cui evidentemente ha preso le fondamenta.
All'interno c'è ancora, discretamente conservato, un affresco del quattrocento.

Le case intorno, tutte in solida roccia, costruite con un criterio che abbiamo trovato ben lontano dall'edilizia agricola, sono tutte devastate dalla vegetazione.

Abbiamo trovato anche il "corso" principale del paese, ben riconoscibile a causa dell'acciottolato tipico dei paesi di montagna dell'appennino, che lastricava quella che sicuramente era la strada principale, perchè portava al forno, che era sicuramente in comune tra le case del borgo.

Eppure qui hanno abitato persone sicuramente sino alla fine degli anni'50 del secolo scorso. Poco più di 60 anni hanno portato alla dissoluzione più completa un paese che esisteva dal medioevo. Non solo, di questo paese, chi è nato e vissuto in città non conosceva nemmeno il nome. 
Ottocento anni di storia spazzati via in sessanta anni di civiltà industriale.
Sono cose che fanno pensare.
Fortunatamente alcuni volenterosi hanno creato un "Sentiero Natura" 


che guida i visitatori - che per dire la verità non mancano - verso le Casacce (dove hanno creato una sorta di piccolo "museo") 


verso Parmigno (dove l'attrazione è la Chiesetta)  e poi verso la fonte (Fonte Ribrilli), 


dove gli abitanti si recavano per attingere l'acqua secondo le loro necessità... passando attraverso la Valle delle Farfalle

e una piccola Stonehenge.
































domenica 28 giugno 2020

ADOLFO COPPEDE' IN TOSCANA

Non vi entusiasmate troppo. 
Non è il Coppedè che ha costruito con il suo stile visionario un intero quartiere di Roma che adesso si chiama come lui.
No. Quello è Luigi Coppedè, più conosciuto come Gino.
Era comunque suo fratello. 
Una bella famigliola quella; già il padre, Mariano era un intagliatore ed ebanista di grande valore, tanto che aveva bottega sul lungarno Guicciardini "Casa Artistica Coppedè"frequentata da nobili e notabili per l'altissima qualità della sua produzione.
Ebbe tre figli. Luigi (detto Gino) - quello del famoso quartiere a Roma, per capirsi - che sviluppò lo stile "eclettico" un misto di Liberty e Rococò - Carlo (di cui, bontà sua, non sappiamo niente e che probabilmente faceva il contabile) e Adolfo che è il nostro uomo.
Adolfo, come Gino e suo padre era un artista, che però faticava a trovare la sua strada: lavorò nella bottega del padre, si iscrisse all'Accademia di Belle Arti, e partecipò ad un concorso per la progettazione di una Cattedrale a Roma.
Insomma, suo fratello aveva inventato lo stile eclettico, e lui lo metteva in pratica...
Poi si dedicò principalmente all'architettura, come il fratello, e gran parte della sua produzione si trova all'Isola d'Elba, ma non mancano sue costruzioni anche a Milano e altrove.
Diventò un personaggio importante, tanto importante che ebbe modo di fare una terribile polemica con Gabriele D'annunzio, su un'opera pubblica che doveva essere realizzata a Firenze nel 1926 e che invece non lo fu.
Nonostante tutte le nostre ricerche non siamo riusciti a capire di che cosa si trattasse, però.
Comunque, fatto sta che il nostro si offese un po', e decise di limitare le sue opere al solo ambito toscano.
E qui arriviamo a quello che vogliamo mostrarvi:
A Ponte a Signa, Adolfo Coppedè ha infatti realizzato una chiamiamola "Casa del Fascio" ma in realtà alla sua costruzione era un "Palazzo dei Sindacati Fascisti" che sembra una contraddizione in termini, ma questo era il nome che le era stato dato.

Rispetto alla SS 67, che le corre lateralmente, rimane più bassa di alcuni metri, ed infatti per accedervi sono state costruite delle scale, in perfetto stile dell'epoca, che adesso risultano essere visibilmente trascurate.
Però dalla ToscoRomagnola, questo imponente edificio giallo-chiaro, si vede bene.
Si tratta di un edificio costruito secondo tutti gli stilemi dell'epoca, talmente grande da risultare veramente soffocato nella stretta stradina in cui si trova, circondato da un quartiere piuttosto modesto.
Una costruzione così imponente, che quando aveva gli enormi fasci littori (ovviamente rimossi) sia ai lati della porta, che sui basamenti ai lati della scalinata d'ingresso doveva risultare ancora più soffocante, aveva forse bisogno di una piazza per essere valorizzato, e non di questi spazi così angusti.

L'edificio ha sicuramente una sua dignità, ma risulta completamente fuori contesto in questo spazio, perlomeno ai nostri occhi di moderni; sicuramente al momento della sua inaugurazione nel 1928, la sua collocazione era sicuramente più consona.
Ad oggi, pur nella sua trascuratezza, ospita un centro di attività polivalente, con attività formative, ludiche e cognitive (leggiamo sul sito) per vari tipi di utenza.
Un'ala del palazzo, che essendo un ex palazzo dei sindacati fascisti, secondo noi raggiunge la sua nemesi ospitando la sede dell'ARCI di Lastra a Signa con giardino e terrazza estiva.

Giardino bellissimo e ombroso, terrazza sull'Arno (roba da albergo a cinque stelle) ma tutti - anche qui, ahimè - trascuratissimi, sporchi...vabbè

Il nostro Coppedè - che non dimentichiamolo, si chiamava Adolfo - si iscrisse al partito fascista nel 1932 e si ritirò a vita privata nella sua tenuta del Parugiano a Montemurlo, dove morì nel 1951.








domenica 21 giugno 2020

SANTA LUCIA DI PRATO

Se abbiamo detto di Figline che era il borgo più a nord di Prato, beh, perdonateci... ci eravamo sbagliati, perchè il più a nord è sicuramente questo: Santa Lucia.
Si sviluppa tra via Bologna (l'antica "Strada di Lombardia", perchè da questa strada si doveva passare, in un modo o nell'altro, per andare in Lombardia...) e il Cavalciotto, di cui abbiamo già parlato in un altro post (link) ma due parole vale la pena comunque di sprecarle: e' la struttura creata già a partire dal X° secolo, e rimaneggiata varie volte - l'attuale struttura risale al tardo settecento - costituita da un'ampia pescaia e da un partitoio, che devia parte delle acqua del fiume Bisenzio nel Gorone, il canale maestro dal quale si originano le gore che attraversano, su linee parallele all'antica centuriazione romana, la piana di Prato sino a sfociare nell'Ombrone Pistoiese.

(Quante volte vi abbiamo promesso di parlare del sistema delle gore?
Mah.. ad occhio e croce sette o otto. Non perdete la fede. Lo faremo. Ma non crediate nemmeno che questa sarà l'ultima volta che lo promettiamo! 😏)

Dunque dicevamo di Santa Lucia.

L'antico abitato è composto da poche case in pianura su quella che si chiama via del Borgo, e via della Chiesa, una stradina in ripida salita che porta a Santa Lucia in Monte, l'antica chiesa parrocchiale che risale al XII secolo, realizzata nel tipico alberese della zona, 


con una facciata a capanna molto semplice e con una deliziosa acquasantiera in serpentino verde di Prato che ha attirato in modo particolare la nostra attenzione.

Naturalmente una frazione popolosa come questa - la graziosa stradina di origine medioevale ospita una parte infinitesimale del popolo di Santa Lucia, che è costituito adesso in massima parte da grossi condominii alti 5 piani, o da villette costruite tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso -

 ha la popolazione di un paesino, nemmeno tanto piccolo, e quindi aveva bisogno di una chiesa più grande; nel 1974 fu completata la nuova chiesa parrocchiale dedicata alla regina Pacis, situata proprio lungo la via Bologna, e che costituisce un bell'esempio di chiesa in stile moderno.

Nel senso che per essere una chiesa moderna è piuttosto bella, sia all'esterno che all'interno! 

(Non è sempre così scontato... molte assomigliano a capannoni industriali).

Sempre su via Bologna, dove adesso c'è un modesto negozio di frutta e verdura - evitiamo commenti - negli anni '70 e inizio '80 c'era il mitico "Lord Byron", una delle discoteche della Prato di allora (insieme al Joy-Joy (poi Pacha) allo Zero6, all'Ins'Gap,al Giorgia e al Paper Moon)
Ognuno aveva il suo pubblico di elezione, e al Lord Byron notoriamente ci venivano i fighetti, come testimoniava la sua sobria insegna verde-oro, così diversa dalle sfavillanti insegne delle Discoteche degli anni successivi.
Santa Lucia, poi, per noi che eravamo giovincelli nei primi anni '80, ha significato anche andare a urlare la nostra gioia sotto le finestre della casa dei genitori di Paolo Rossi ad ogni gol del "nostro" Pablito ad ogni goal che segnava durante il Mondiale di Spagna del 1982 - e ci ricordiamo il delirio dei 3 goal inflitti al Brasile da lui stesso medesimo, per non parlare della vittoria finale...



domenica 14 giugno 2020

A PRATO LUNGO VIA FIRENZE: LA MACINE, GONFIENTI ( E IL ROSI)

Continuiamo nel nostro giro turistico tra le frazioni di Prato, e forse il titolo può suscitare qualche perplessità, perchè qui stiamo nominando non una ma ben tre frazioni di cui una...
Vi possiamo solo dire che dovreste fidarvi, dopotutto finora non vi abbiamo - si spera - mai deluso, per cui evidentemente un motivo per cui abbiamo guazzabugliato così questi tre nomi, c'è!
Dunque: Sembra strano a noi moderni, ma in tempi passati La Macine e Gonfienti erano molto più vicine di quanto si possa immaginare. 
Infatti, provate ad immaginare la zona senza la ferrovia che porta a Firenze, e immediatamente capirete quanta poca distanza esista tra le due località.
Certo, la ferrovia è lì da un bel pò. Dopotutto la linea "Maria Antonia" così  chiamata in onore di Maria Antonia di Borbone, seconda moglie di Leopoldo II Granduca di Toscana, è stata inaugurata il 3 febbraio del 1848!
Da allora è stata ammodernata, ampliata, elettrificate e chissà che altro, ma il percorso è pur sempre quello. 
Come comunicazione tra le due frazioni esistevano i sottopassi (tutt'ora visibili ma percorribili solo a piedi o in bicicletta) che ci sono davanti al circolo della Macine e al confine con Il Rosi.
Quello che sappiamo è che anticamente le due frazioni erano unite da una sola parrocchia, quella di San Martino a Gonfienti.
Stabilita questa unione, così poco evidente, parliamo intanto di Gonfienti, che ha alle spalle una storia non da poco: il nome Gonfienti, o Confienti deriva dal latino "Ad Confluentum", quindi alla confluenza, in questo caso tra i torrenti Marina e Marinella, prima che i due alvei fossero stati spostati a congiungersi nel Bisenzio in un punto più basso.
Di Gonfienti sappiamo tutti che era un importante centro etrusco che avrebbe potuto essere identificato con il nome di Camars. Si trattava di una città di tutto rispetto, estesa per circa 17 ettari, la maggioranza dei quali adesso sono sepolti sotto il cemento dell'Interporto della Toscana Centrale, che si può ammirare in tutto il suo splendore, dalle tranquille stradine dell'attuale borgo.
Quando l'interporto fu costruito furono trovate le tracce di questa straordinaria città, ma la società che aveva acquistato il terreno per la costruzione dell'importante infrastruttura non era minimamente interessata all'archeologia, e non esitò a ricoprire il tutto con una bella colata di cemento.
Ne è  rimasta solo una piccola parte scoperta, una fetta al confine con il Comune di Campi Bisenzio e la nostra Ferrovia "Maria Antonia".
Dopo la sua grande storia Etrusca, Gonfienti rientrò nella centuriazione romana della pianura, e la sua storia continuò pacatamente, accanto alla Cassia, che in questo tratto coincide con via Firenze. 
Il monumento più interessante della frazione è sicuramente la chiesa di San Martino che risale al X secolo, 

pare sia stata edificata su volere del Marchese Ugo di Toscana, che poi la cedette ai monaci benedettini, proprio mentre i Conti Alberti (conti di Prato "tristamente" noti), erigevano un fortilizio, la Rocca di Confienti di cui rimangono queste due torri "scapitozzate" (cioè alle quali è stata mozzata la vetta) 

a testimonianza di una ben più salda rocca che serviva sicuramente quale difesa del loro contado, come confermato da Federigo I° in Pavia con atto del 10 agosto 1164.
Ricordiamo che dietro il sereno, delizioso paesino attuale, sorge la sagoma massiccia della villa di Dino Baldassini, adesso trasformata in condominio di appartamenti di lusso, dove l'anziano imprenditore viveva solo dopo che l'unico figlio venne rapito dall'anonima sequestri sarda l'11 novembre 1975, proprio a Gonfienti, e dove non fece mai più ritorno.


Passiamo a La Macine: qui, purtroppo le notizie sono pari a zero. 
Diciamo solo che il toponimo non ha difficoltà di interpretazione. Evidentemente qui c'era un mulino, oppure c'erano delle rocce che potevano servire per costruire le macine. Ma il fatto che il toponimo si riferisca ad una sola ci fa propendere per un mulino, di cui però non abbiamo trovato tracce evidenti.
Le rocce ci sono, ma non sono adatte per la costruzione di questo tipo di utensile, ci vogliono rocce molto consistenti, e la propaggine meridionale della Calvana ai cui piedi la frazione si trova è stata in passato utilizzata per estrazione di rocce, ma per farci cemento...non è la stessa cosa.
Parliamo infatti dell'imponente struttura del Cementificio Marchino, noto a tutti come "La Cementizia" e che ha dato lavoro a tutta questa zona di Prato per 30 anni, dal 1926 al 1956, anno di chiusura.


Qui si produceva cemento e soprattutto Klinker, per cui era particolarmente adatta la marna di cui è composta Poggio Castiglioni. Il materiale, fatto scaldare a temperature altissime, vetrificava, diventando un tipo di pavimento e rivestimento che è stato (ed in parte lo è tutt'ora, per alcuni utilizzi) di gran moda negli anni '50 a causa della sua particolare inalterabilità.
Di questa fabbrica avevamo già parlato nel nostro post sul sentiero degli ottocento scalini.
Dobbiamo essere sinceri: credevamo che la fabbrica fosse molto più vecchia; trenta anni di attività mentre da 65 (ad oggi) incombe sul nostro paesaggio, avendolo cambiato per sempre.
Specialmente da quando la tristemente nota Valore spa ha ingabbiato tutta la costruzione nei primi anni 2000 con l'intenzione di farci chissà che cosa.
Poi la Valore è fallita (ma c'è voluto molto tempo) e tutti noi nel frattempo ci siamo abituati a questa specie di scultura post-moderna visibile praticamente da ogni punto di Prato.
Magra consolazione, perchè se ci si prende la briga di andare più vicini, vediamo che i forni del Klinker stanno per crollare, che i ponteggi metallici sono gravemente pieni di ruggine e che tutta la struttura è alquanto precaria.
Ma adesso vorremmo portare alla vostra attenzione una piccola perla de La Macine, che invece crediamo che siano in pochi a conoscere. 
Si tratta della chiesetta di Santa Maria Maddalena o dei Malsani.
Come dicevamo, La Macine si allunga tutta sull'antica via Cassia, che in questo punto coincide con via Firenze. 
Più o meno davanti all'ex biscottificio Belli, laterale rispetto all'asse viario, si trova una piccola e all'apparenza dimessa chiesetta, che è nata vicino allo Spedale dove ospitare i lebbrosi. 


Già nel 1199, veniva menzionato questo Spedale intitolato a San Jacopo del Ponte Petrino (che come sappiamo non era in corrispondenza dell'attuale ponte moderno)  dove venivano ricoverati gli infetti.
Questo ci dice che la zona ai tempi era lontana dal centro abitato, perchè i lebbrosari venivano costruiti in zone assai remote, lontane da qualsiasi abitazione.
Agli inizi del XIII secolo, il vescovo di Firenze donò allo Spedale, parte del terreno attiguo, perchè vi costruisse un edificio da adibire al culto.


La chiesa di Santa Maria Maddalena ai Malsani fu consacrata nel 1221.
Ed è ancora lì, con il suo candido alberese ed il suo serpentino di Prato, compatta, semplice, con la sua unica navata che termina con una piccola abside semicircolare.


Scommettiamo che ci siete passati davanti mille volte e non l'avete mai notata.

Vogliamo parlare anche de Il Rosi?
Certo, anche se Il Rosi è Campi Bisenzio.

Lo sapevate? Certo, chi ci abita lo sa.
Ma chi non ci abita o non ci conosce nessuno... la vedo dura.
Dunque. Anche qui sul toponimo ci sono pochi dubbi. Evidentemente si trattava di un terreno che era di proprietà di un signore che si chiamava Rosi.
Non ci vuole un detective per arrivarci.
Non chiedeteci perchè quel terreno sia sotto la giuridizione del comune di Campi Bisenzio... dopotutto ad un tiro di schioppo ci sono "I Gigli".
"I Gigli = Capalle = Campi Bisenzio" (anche qui non ci vuole uno scienziato per arrivarci).
Se ci fate caso, in quella strisciolina di via Firenze (solo il lato sinistro andando verso Prato) ci sono tutti palazzoni di 6/7 piani, a differenza di tutto il resto della strada, dove ci sono palazzine al massimo di 2/3.
Questo perchè la località si è sviluppata enormemente solo tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso e hanno sfruttato al massimo il terreno per popolarlo al meglio.


Chi ci abita ha proposto più volte la possibilità di unirsi al Comune di Prato, di cui utilizza viabilità, scuole, servizi pubblici, mentre invece ogni volta che devono fare un documento devono andare a Campi Bisenzio che è (relativamente) lontano. Ma il loro comune li coccola e li vizia, per evitare che se ne vadano.
Oltre la ferrovia, nascosti alla vista, per dire la verità ci sono belle villette, un magnifico giardino con una bassa costruzione che si chiama "Vivere il Rosi", evidentemente atta ad aggregare gli abitanti, e anche una piccola zona industriale.
Insomma, c'è tutto!
(chissà quanti abitanti sono... magari a noi ci servirebbero per arrivare ai 300.000 che sono la quota minima per mantenere lo status di provincia...)

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domenica 7 giugno 2020

SULLA FERROVIA PORRETTANA: SEI GALLERIE PER UNA STAZIONE

E' una stazione unica al mondo, ma non è quella di Chicago, importantissimo nodo ferroviario (come dicevano Elio e le Storie tese in una loro innominabile canzone degli anni '90).
Molto modestamente è quella di Corbezzi, sulla ferrovia Porrettana.

Per parlare a ragion veduta della stazione di Corbezzi, bisogna, sia pur brevemente, introdurre l'argomento della Ferrovia Porrettana, che è molto interessante.

Dunque, la Porrettana, così chiamata perchè passa appunto dalla stazione termale di Porretta Terme (BO), è stata la prima ferrovia che ha compiuto l'impresa - tutt'altro che semplice - di attraversare l'Appennino Tosco-Emiliano.
Nel 1845 i tre fratelli Cini, imprenditori di San Marcello Pistoiese, presentarono al Granduca Leopoldo II un progetto per una ferrovia che attraversava l'
Appennino: partiva da Pistoia, e seguendo uno sviluppo assai tortuoso, che comunque aveva delle pendenze di tutto rispetto, dal 16 al 25 per mille, superava la montagna a Pracchia con una galleria di circa 2.700 metri. Da lì poi la ferrovia avrebbe seguito il percorso del Reno e sarebbe arrivata a Bologna in 99 km.
Contemporaneamente, anche l'ingegnere pratese Giovanni Ciardi presentò il suo progetto, che passava da Prato, che si presentava più breve di ben 14 km e con pendenze che rimanevano al massimo al 12 per mille.
Che cosa fece pendere allora l'accorto Granduca Leopoldo II, per un progetto evidentemente più costoso e più problematico nella realizzazione?
Lasciamo da parte tutte le spinte campanilistiche delle due città toscane coinvolte; hanno avuto poco peso.
Quello che ha pesato è stato il volere del governo austriaco, che ha imposto a Leopoldo II di scegliere il progetto che privilegiava Pistoia, considerata un suo punto strategico, e dal quale poter effettuare con maggior facilità il collegamento con l'importantissimo porto di Livorno!
Il contratto per la costruzione della "Strada Ferrata dell'Italia Centrale" fu firmato a Modena il 26 gennaio 1852, e l'anno successivo iniziarono i lavori. Poi cambiò l'assetto della società che gestiva i  lavori, che  vennero affidati all'ingegnere francese Jean Louis Protche.
Fu inaugurata, dopo mille vicissitudini ed una spesa enorme, il 3 novembre 1864, a unità d'Italia già avvenuta, e quindi gli scopi dell'Austria, che aveva voluto il tracciato, erano venuti meno.
E ci si accorse subito che la ferrovia appena nata, era già inadeguata al suo compito.
Ne parleremo ancora della ferrovia Porrettana, perchè è una argomento veramente affascinante, e perchè le stranezze sulla sua linea sono così tante che un solo post non basta per descriverle tutte.

Ora che sapete quanto la linea è ripida, capirete meglio a che cosa servono le sei gallerie della Stazione di Corbezzi.
Perchè la caratteristica di questa stazione unica al mondo è proprio questa: 250 metri di ferrovia e sei gallerie, tre dal lato nord e tre dal lato sud.

Vediamo se riusciamo a farci capire.
Cominciamo con i tre portali a nord, quelli che vanno verso Bologna.
Per le gallerie laterali usiamo il passato, perchè il portale d'ingresso della galleria esiste sempre, ma i binari sono stati rimossi nel 2014.
In quello centrale c'è la linea principale; quella dove passa il treno.
Ai lati ci sono due gallerie. In una che misura  circa 220 metri, trovavano posto i lunghi convogli che non riuscivano ad incrociare, essendo il tratto in forte pendenza e la distanza con la galleria successiva di soli 250 metri.
L'altra galleria era una semplice galleria destinata alla sosta dei carri.
Vediamo i tre portali a Sud, quelli che vanno verso Pistoia.
Anche qui il binario centrale è quello di marcia.
A sinistra c'era il binario di lanciamento, che permetteva al treno di retrocedere (non aveva mica la retromarcia, andava in per inerzia, in discesa) per prendere la rincorsa ed affrontare la salita che aveva davanti.
La galleria a destra, invece conteneva il binario di salvamento, che terminava in salita e nella sabbia, in modo che se il treno arrivava troppo veloce dalla discesa che aveva appena percorso - cosa che succedeva abbastanza spesso - aveva la possibilità di fermarsi senza troppi danni.
Queste soluzioni hanno richiesto un po' di tempo, perchè se la ferrovia è stata inaugurata nel 1864, la stazione di Corbezzi risale al 1881, quindi per ben 17 anni ne devono essere successe di tutti i colori in questo tratto di ferrovia.
E non è tutto, il binario di lanciamento risale addirittura al 1899, per cui non doveva essere inusuale vedere il treno che non riusciva a salire quel tratto così ripido. 
Chissà quale era il sistema utilizzato per superare questo ostacolo? Mica li avranno fatti scendere tutti per spingere?
A parte gli scherzi, vi promettiamo altre notizie sulla Porrettana e vi lasciamo con una notizia-bomba: se salite a Pistoia non arriverete direttamente a Bologna, ma solo a Porretta Terme. Se volete arrivare sino al capoluogo Emiliano, dovete cambiare treno nella città termale e ci arriverete con la ferrovia metropolitana della città di Bologna.




Mappa






























domenica 31 maggio 2020

IL SANATORIO DI ARLIANO E QUELLO DI PRATOLINO

Si, lo sappiamo, non è un bell'argomento, anche perchè - come nostro costume - prima di parlarvi dei due sanatori del titolo, volevamo parlavi dell'istituzione in sè, un tipo di struttura ospedaliera ormai desueta (infatti si tratta in entrambe i casi di edifici abbandonati da decenni), tipica non del secolo scorso, quando pur continuando a costruire queste strutture già si capiva che non erano più funzionali allo scopo (e allora perchè le costruivano? Eh... cambiano i tempi ma alla base delle azioni dell'uomo c'è sempre quello, il $ oppure £ adesso €) ma addirittura della fine dell'ottocento, quando in queste strutture , che a quei tempi erano accoglienti come grandi alberghi, ci si andava a curare dal "mal sottile ", malattia di gran moda nell'epoca vittoriana, dove i primi sintomi della tubercolosi (magrezza estrema, pallore con guance arrossate, e per contro una rigogliosissima capigliatura) erano l'ideale di bellezza femminile.
Sulla vita in questi sorta di lussuosi pseudo alberghi, Thomas Mann ha scritto anche un immortale capolavoro,"La Montagna Incantata" che vi consigliamo di leggere se volete approfondire l'argomento, perchè fotografa esattamente un'epoca, la fine della "Belle Epoque" prima dello scoppio della 1° Guerra Mondiale.
Che è poi esattamente il periodo in cui questo tipo di ospedale di lusso ha avuto la sua massima diffusione.
Perchè mettiamo tanto l'accento su "lusso"?
Fondamentalmente perchè solo chi aveva denaro, a quei tempi, poteva curare la tubercolosi, anche perchè la cura consisteva in terapie molto blande e che richiedevano molto tempo libero: bagni di sole, respirare l'aria pura in luoghi particolarmente favorevoli, acque minerali, ginnastica... roba così.
Chi era povero e si ammalava - e succedeva molto spesso - aveva davanti a sè solo una prospettiva: una vita breve e miserabile e una morte prematura. Amen.
A parziale consolazione, anche per i ricchi non è che le cose andassero molto meglio: erano solo meglio assistiti, ma fino alla scoperta degli antibiotici la prospettiva era la seguente: una vita breve negli agi e nel lusso, seguiti da una morte prematura. Amen.
In definitiva non è che le cose cambiassero molto.
Tra le due guerre, ci fu la consapevolezza che, vista la carneficina che la 1° guerra mondiale aveva causato, e l'ulteriore mazzata che la febbre spagnola aveva dato ai superstiti l'anno successivo, bisognava cercare di preservare il più possibile la popolazione esistente, cercando di aiutarla a superare almeno questa terribile malattia che era la tubercolosi.
Per cui, tra gli anni '20 e '30 del XX° secolo, furono costruiti un po' dappertutto in Europa, ma specialmente qui in Italia, Ospedali dedicati alla cura "delle malattie di petto" come le chiamavano allora, comunemente detti "Sanatori".
Qui ve ne facciamo vedere due in Toscana, tra i più famosi.

Il Sanatorio di Pratolino, intitolato al Dott. Banti, sorge in località omonima, ed infatti è molto vicino alla villa medicea, tanto che il terreno su cui sorge fu donato proprio dal principe Demidoff.


La costruzione fu iniziata nel 1934, e fu terminata - dopo molte peripezie - nel 1939: decisamente un brutto momento.
Si tratta di una costruzione notevole, sia per dimensioni che per caratteristiche.
E' stata realizzata in Stile Razionalista, come richiesto sia dall'epoca sia dalla funzione: non dimentichiamo che si trattava di un ospedale per il popolo, anzi di un "convalescenziario" come usava dire il linguaggio dell'epoca, dove gli ammalati andavano per respirare l'aria buona, riposare e recuperare le forze.
Svolse la sua funzione finchè nell'immediato secondo dopoguerra non furono scoperti gli antibiotici. Questo farmaco, unito ad una capillare immunizzazione della popolazione mondiale contro la tubercolosi, ha reso inutili questo tipo di ospedali (per fortuna, no?!), decretandone via via la chiusura. Il Sanatorio di Pratolino è stato trasformato in struttura ospedaliera sino al 1989, anno in cui è stato definitivamente dismesso.
Quando era già in grave stato di degrado, è servito da rifugio a una comunità curda ed a una somala, fuggite dalle guerre del loro paese. 
Poi, l'abbandono totale.

 
E ora la magnifica, gigantesca struttura situata in una posizione splendida, con un panorama a dir poco mozzafiato, si va sgretolando giorno dopo giorno, senza che nessuno muova un dito o faccia una proposta per salvarla o riqualificarla.

Il Sanatorio di Arliano (Lu) si trova in una straordinaria posizione, su una collina soleggiata, che riceve una ventilazione che viene dal mare.
Ha più o meno la stessa storia del suo omologo fiorentino.
Se per il Sanatorio di Pratolino abbiamo trovato date e notizie certe, per quello di Arliano abbiamo dovuto ricorrere a volenterosi che come noi amano questo tipo di strutture, ed alle notizie che a loro volta possono aver raccolto prima di noi.
Ci sentiamo di poter dire che senz'altro anche questa costruzione deve essere stata realizzata tra la metà e la fine degli anni '30 del secolo scorso, sempre in perfetto Stile Razionalista, anzi, vista la vicinanza del mare, gli architetti hanno pensato di aggiungere un tocco marinaro, con la forma a prua di nave dei padiglioni principali e i segnapiano di mattoni rossi, alternati agli elementi decorativi rotondi che ricordano gli oblò delle navi.


Tutto l'immenso edificio, che appare incredibilmente ancora in condizioni sufficientemente buone, è immerso in una lussureggiante macchia mediterranea, che già a fine inverno, quando ci siamo stati noi,  era già profumatissima.
Anche per questo edificio, la stessa triste storia: con l'avvento degli antibiotici, dopo la II° Guerra Mondiale, si riduce via via la sua funzione, che cessa del tutto alla fine degli anni '50.


Negli anni '80 si cerca di riutilizzare l'edificio in parte per farne una scuola media, ma dopo una decina d'anni anche questo tentativo finisce in niente.

Ancora, negli anni '90 viene utilizzata per un centro di recupero per ex- tossicodipendenti e per ex-alcolizzati, un uso meritorio che contribuisce alla sua manutenzione - perlomeno esterna - ma dopo una manciata d'anni anche questo tentativo di recupero fallisce.
Da allora. anche per questa splendida costruzione, non è rimasto che il degrado e l'abbandono.


Mappa Pratolino
Mappa Arliano