domenica 7 gennaio 2018

TUTTO QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE SU MEZZANA (E NON AVETE MAI OSATO CHIEDERE)

La Mezzana di cui parliamo è quella di Prato.
Siamo abituati a non considerarla un borgo, ma semplicemente il luogo dove è stata costruita l'uscita di Prato Est della A11.
Ed in effetti, Mezzana non dà l'impressione di avere una storia dietro di sè. 
Camminandoci nel mezzo, come abbiamo fatto noi, ci si ritrova nel mezzo a strade piene di palazzoni anni '70, particolarmente alti rispetto alla media di Prato.
Ed è proprio in questo periodo di crescita tumultuosa (e a volte anche piuttosto disordinata) della nostra città, che Mezzana è diventata quello che è oggi.
Infatti da allora non è cresciuta molto di più; si è solo evoluta, ed in certo senso nobilitata, aggiungendo alle strade di villette e di palazzoni, anche il centro espositivo di arte contemporanea "Luigi Pecci" e, a delimitarne i confini, quello che è stato per molto tempo il salotto buono della città, Viale della Repubblica.
E invece, se si ha un po' di occhio, e voglia di fare due passi, si possono trovare tesori inaspettati.
Procedendo per le strade della parte residenziale, non si fa fatica ad identificare le villette anni '50 (costruite su un piano rialzato, per permettere di avere al piano terreno il proprio laboratorio artigiano); quelle anni '60 (con le caratteristiche rifiniture geometriche a mattoncini) o addirittura quelle anni '30 (dai balconcini rotondi con la balaustra in pietra o cemento).
Se poi si vuole risalire indietro nel tempo, in questa "villa"pratese, che già dal nome si capisce che stava nel mezzo - mediana alla valle del Bisenzio -  ma forse sarebbe più giusto dire che era una "via di mezzo", e allora magari si capisce che poteva riferirsi ad una strada che magari portava da un luogo all'altro, senza che ci fosse bisogno di sapere da dove a dove!
Beh, ci siamo forse un po' persi, in questa via di mezzo...
Torniamo alle nostre costruzioni storiche.
Senza andare molto lontano, sulla via Ferrucci, in mezzo a quei palazzoni troppo alti di cui parlavamo prima, troviamo una costruzione che si capisce subito essere molto antica.
E' il Molino Caciolli, che era di proprietà dello Spedale della Misericordia e Dolce già dal 1367, e che la famiglia Caciolli ha gestito ininterrottamente dal 1652 sino al 1982, quando la gora che lo alimentava è stata deviata, causandone la definitiva chiusura.

Dopo un lungo periodo di doloroso abbandono, il mulino è stato riadattato ad abitazione privata, anche se sul sul angolo, non manca la caratteristica indicazione del comune - in marmo bianco e verde -  che lo identifica come costruzione storica.
Addentrandosi nelle stradine più antiche, ci troviamo a percorrerne una dal nome affascinante: via dell'Agio, dove troviamo, risalente al XIV secolo, Villa Martini.

E' un edificio dall'aspetto a dir poco pittoresco: si tratta di una casa di abitazione, ma l'imponente merlatura-  aggiunta alla fine del XV secolo, proprio dalla famiglia Martini, che l'ha posseduta per secoli - la fa sembrare più un castello fortificato, che una villa ci campagna, quale in effetti è.
Infatti non è certo in posizione tale da difendere un bel niente, nel mezzo ad un pianura come è situata.  Non conosciamo la storia - non abbiamo trovato più di due righe in tutto il web - ma sembrerebbe che questi Martini fossero dei simpaticoni che volevano farsi notare, più che altro.
Accanto, separata da alcune casette e da un cimitero che ha la caratteristica di sorgere nel centro del paese, senza un metro di quella che da bambini conoscevamo come "zona di rispetto" e che impediva la costruzione di edifici di abitazione accanto ai cimiteri, sorge la chiesa parrocchiale, dedicata a San Pietro.

La chiesa non è antica: risale al 1939, e la sua storia merita di essere raccontata perchè certe cose, a farle adesso, si verrebbe messi in croce a testa in giù.
Nello stesso sito c'era una bella chiesa a tre navate, risalente al 1500.
Il parroco di allora, don Pio Vannucchi, nome noto in città, e a cui è dedicata una strada, decise di abbatterla  nel 1937 per costruirne una più grande, in previsione di quello che già si prevedeva essere lo sviluppo futuro della zona.
La chiesa fu costruita con il contributo di tutto il popolo di Mezzana, e fu consacrata il 17 giugno del 1939 (un gran brutto periodo, in verità...), e gli affreschi che ci sono dentro, fatti da Leonetto Tintori, raffigurano personaggi della Mezzana dell'epoca.
Girando invece nella zona intorno al Museo Pecci, ci si imbatte in un piccolo e incredibile gioiello, quello del minuscolo oratorio di Sant'Andrea a Tontoli.
Non si trova per caso, bisogna cercarlo, perchè è nascosta tra case di abitazione, questa piccola chiesa romanica del XII secolo, recentemente restaurata, costruita tutta in pietra alberese, e un con piccolissimo campanile a vela, a filo di facciata.
Vi consigliamo di andarla a vedere di sera, perchè è illuminata in modo veramente suggestivo.

Noi siamo rimasti incantati a vedere questa piccola facciata, che somiglia a un piccolo viso un po' grinzoso, incastonato tra le case, e che ti guarda come a dirti : "io ce l'ho fatta, sono ancora qui, dopo otto secoli, chissà che cosa rimarrà invece di tutto quello che mi circonda".


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domenica 17 dicembre 2017

DUE BORGHI DI LARCIANO: IL CASTELLO E CECINA

Lo Scopo del nostro blog è quella di far conoscere luoghi poco noti, nell'ottica del "turismo a chilometri zero", come piace chiamarlo a a noi.
Se poi le storie dei borghi si somigliano un po' tutte, non è colpa del castello di turno; se per noi è il centesimo che visitiamo non cambia niente. Si tratta pur sempre di segnalare un luogo bello e poco conosciuto, come dichiarato nella nostra "policy".
Dunque, oggi vi portiamo a Larciano, in Valdinievole, stretto tra le pendici del Montalbano ed il Padule di Fucecchio.
 Il nome Larciano pare significhi:  "di Larth", che è un nome etrusco, e questo ci dice da quanto tempo questa zona sia abitata. 

A proposito di Larciano Castello - che è quello che ci interessa di più - all'interno del castello stesso si trova un piccolo, piccolissimo museo (pensate, ci ci si può entrare al massimo in dieci per volta), dove gli appassionati potranno trovare testimonianze della civiltà etrusca - e non solo - ritrovati nel territorio.
Era signoria dei Conti Guidi, che però non si vergognarono, nel 1225, a venderlo al comune di Pistoia per 6.000 lire.
A quel punto, Larciano fu inserita con successo nel sistema difensivo di Pistoia, che consisteva in una serie di castelli, che si potevano vedere ad occhio nudo l'uno con l'altro e che potevano comunicare visivamente tra di loro.
Fu conquistata da Firenze e poi riscattata da Pistoia almeno un paio di volte nel corso di duecento anni, ma fu nel 1401 che si sottomise definitivamente a Firenze con tutto i suo contado, e divenne sede di una delle podesterie in cui fu organizzato il territorio pistoiese.
Tra l'altro, uno dei suoi Podestà fu quel Francesco Ferrucci, a cui è dedicata una strada in ogni città d'Italia, e di cui abbiamo parlato nel post su Gavinana (link).
Nel 1774, Larciano fu unificata alla comunità di Lamporecchio, e si deve aspettare il 1897 perchè torni ad essere comune autonomo.
Nel frattempo, si era costituita una piccola comunità intorno alla chiesetta di San Rocco, costruita nel 1631 per volontà del popolo, per ringraziare il Santo protettore contro la peste, di averla allontanata dal territorio.

Ormai la zona era bonificata, e libera dalla malaria, e del 1884, la chiesa di San Rocco fu nominata parrocchia autonoma, non più sottomessa a quella di San Silvestro che invece era sul colle, al Castello.
L'emorragia di popolazione era tale e tanta, che nel 1897, quanto Larciano tornò ad essere comune, fu stabilita a San Rocco, quindi in pianura, la sede comunale.
Ed in pianura si è sviluppato il paese moderno, che non ha proprio nulla di romantico, ma ha il vantaggio di portarci velocemente al borgo medioevale di Cecina.
Questo conserva una cinta muraria, con due porte di accesso, ed una suggestiva piazzetta centrale, di forma ovale.
E' ancora abitato - come il Castello, del resto - e le persone che abitano qui sicuramente ci sono nate e cresciute, ed orgogliose di abitarci ancora.
Anche da Cecina di gode un panorama spettacolare sulla pianura sottostante.
L'antica chiesa di San Nicola è stata edificata in un luogo dove prima sorgeva un tempio pagano, e nei secoli è stata rimaneggiata diverse volte.

Il nome di questo piccolo borgo si ricollega alle origini etrusche della zona.
Infatti Cecina deriva dal nome di una importante famiglia Etrusca, proveniente dall'antica Velathri (beh, si, Volterra insomma), ed il cui nome deriva dal fiume che scorre nella valle sottostante, cioè il fiume Caecina (oggi conosciuto come Cecina).
La Gens Caecinae si era integrata assai bene nell'impero Romano, ed aveva prodotto vari scrittori, consoli, generali, ma era di origine etrusca, ed in questa lingua il  nome si scriveva Ceicna oppure Kaikna.
Abitava nella zona di Volterra da molti secoli, ed aveva molti possedimenti, a cui aveva dato il proprio nome. Tra questi spicca la Cecina in provincia di Livorno, e la piccola Cecina di cui stiamo parlando adesso (ma siamo quasi sicuri che ce ne siano altre)

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domenica 10 dicembre 2017

LA FONTE DELLA FATA MORGANA

Questa volta vi portiamo a Grassina, nel comune di Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze.
Qui, isolata nella bellissima campagna, sorge una villa con un nome che è tutto un programma: "Il Riposo".
Il committente , nella seconda metà del '500, era Bernardo Vecchietti, membro di una delle più antiche famiglie fiorentine, che fece sorgere la villa sul luogo dove già dal 1427 sorgeva una "casa da signore", nome che si dava alle dimore gentilizie nel medioevo.
Il Vecchietti, come tutti i nobiluomini dell'epoca, era un mecenate, ed essendo assai vicino alla corte medicea si ritenne in grado di modificare il paesaggio circostante, esattamente nella stessa maniera in cui i Medici lo avevano fatto nelle vicinanze delle loro numerosissime ville.
Costruì quindi vari fabbricati, destinati allo svago ed al riposo, che decoravano i vasto parco della villa, il più famoso dei quali è proprio questa Fonte della Fata Morgana.
Adesso la villa è di proprietà del comune di Bagno a Ripoli, che l'ha completamente restaurata, e la fonte, nella sua casina bianca e rosa, è su una suggestiva strada bianca, persa nella splendida campagna della zona.

La piccola costruzione è attribuita al Giambologna, e niente di più facile, perchè era un amico personale di Bernardo Vecchietti!
Tutto tende a rendere l'ambiente estremamente suggestivo: il morbido paesaggio circostante, sicuramente plasmato e disegnato dal Vecchietti insieme a qualche architetto di paesaggi, così come usava all'epoca e così come facevano i Medici; la casetta in finti mattoni rosa e pietra alberese, con il pavimento in mosaico di sassolini bianchi e neri, che sull'ingresso formano la scritta "fata Morgana"; il ninfeo che circonda la fonte, anche quello tipico dell'epoca, e che alla sua costruzione conteneva molte belle statue.
Alcune sono andate perdute, altre si trovano collocate in altri luoghi.
E, naturalmente, la leggenda dell'eterna giovinezza che si sarebbe potuto acquisire bevendo l'acqua di quella fonte.
(NON faremo nessuna battuta sul fatto che il proprietario della villa si chiamava Vecchietti; non ce ne siete grati?)

Oltre tutto giravano voci che, nelle notti estive, nei pressi della fonte si tenessero delle feste e dei baccanali, oppure che improvvisamente apparissero dal nulla delle donne giovani e bellissime, che - così come erano apparse - altrettanto improvvisamente scomparivano, lasciando nell'aria solo l'eco di una lieve risatella.
Qualcuno aveva ipotizzato che ci fossero dei passaggi segreti che portavano dalla fonte, sino alla villa.
Ma magari erano davvero le ninfe di Morgana, che volevano divertirsi un po'!

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lunedì 4 dicembre 2017

IL CASTELLO DI VINACCIANO

Questa è l'apoteosi della gita a chilometri (quasi) zero.
Perchè, nonostante si trovi nel comune di Serravalle Pistoiese - che sarebbe comunque a tiro - per arrivarci si passa da quelle strane stradine traverse tra Prato e Pistoia, che un minuto sei nel bel mezzo di una zona industriale e passi sotto il viadotto dell'A11, e il minuto successivo ti ritrovi tra vigne ed oliveti, e anche girandoti indietro non vedi più nemmeno la casa del fattore.
E' una sensazione di straniamento notevole, ma anche di meraviglia. Non si capisce come sia possibile che un ambiente naturale così bello possa trovarsi  a un chilometro dall'ultimo viadotto dell'autostrada.
Eppure è così.
E quando ci si trova davanti all'imponente Castello di Vinacciano, con la sua particolarissima torre pentagonale, la meraviglia aumenta.

Di questo antichissima costruzione si hanno le prime  notizie scritte nel 998, e questo ci fa capire che il castello esisteva già da molto tempo, perchè in questo scritto,un certo Ottone III, dichiara all'allora vescovo di Pistoia, un certo Antonino, di prendere sotto la sua protezione  la Curtem Vinathianam (il castello di Vinacciano).
Ci è venuto da ridere pensando al grandissimo film "L'armata Brancaleone",  con il suo strampalato italiano medioevale, quando dice che "Lo cavaliere feudatario fece grande giuramento di proteggere e ben governare lo castello..."
A parte le reminescenze cinefile, il luogo è in un posto splendido, sulle colline settentrionali del Montalbano, in quelli che una volta venivano chiamati "I monti di sotto", in un luogo che spiega la sua esistenza proprio perchè domina la viabilità da e per la pianura dove ci sono Pistoia -Prato -Firenze.
Un luogo strategico, che è stato teatro di diverse battaglie, la più famosa delle quali ha visto protagonista nientemeno che il lucchese Uguccione della Faggiola, che pose qui l'accampamento dei suoi soldati per la conquista - peraltro fallita - di Pistoia.
Meglio andò invece svariati anni dopo, nel 1322, a Castruccio Castracani, che - sempre partendo da Lucca - riusci invece a conquistare Pistoia e tornandosene a casa, pensò bene di fortificare il borgo e di insediarvi una propria guarnigione.
Poi il borgo diventa oggetto di disputa tra due importanti famiglie pistoiesi: i Cancellieri, di cui era roccaforte, e i Panciatichi.

Questi ultimi, per risolvere la questione una volta per tutte, pensarono bene di dargli fuoco.
Arse completamente, ed infatti del castello originale rimane solo la maestosa torre pentagona.

A quel punto il castello aveva perso ogni funzione strategica e difensiva, e le numerose famiglie nobili che lo hanno posseduto da alloro in poi, lo hanno trasformato in una villa agreste, con annesso chiesa parrocchiale dedicata ai santi Marcello e Lucia.


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domenica 26 novembre 2017

VERNAZZANO SUL LAGO TRASIMENO.DUE BORGHI E UNA TORRE PENDENTE

Questa è una bella storia ma, contrariamente al solito, bisogna fare un po' di chilometri per arrivare sul luogo.
Anche se è un luogo segreto, nascosto, meno conosciuto; fuori dai circuiti turistici più battuti.
Bisogna andare in uno dei luoghi più belli d'Italia, in Umbria, sul lago Trasimeno; quindi un viaggio bello e comunque poco impegnativo.
Vernazzano è attualmente una frazione del comune di Tuoro sul Trasimeno. Si sale un po', e quando si vedono le isole Maggiore e Minore sul Lago, vuol dire che si è arrivati.
L'antico castello fu donato dalla nobile famiglia dei De Marchiones al monastero di Santa Maria Petroia nel 1098, ma sicuramente esisteva già da un po', con tanto di torre di guardia.
Infatti era situato su un nodo viario assai importante per il tempo, perchè collegava Perugia al lago, e quindi a Cortona, ad Arezzo e Firenze.
Nel 1282 contava ben 52 famiglie, una comunità importante per l'epoca.
Un centinaio di anni dopo fu occupata da dei fuoriusciti perugini, i Michelotti, che razziarono le isole e l'abitato, e ci vollero anni e un bel po' di denaro da parte di Perugia, per riuscire a rientrare in possesso del castello.
L'attacco da parte di Firenze che nel 1479 incendiò e distrusse l'abitato, fu decisivo per la sorte di Vernazzano. L'abitato non si riprese più da quei danni, anche perchè nel frattempo erano cambiate le sorti politiche della zona, e la sua non era più una posizione strategica: erano state costruite altre vie di comunicazione più dirette e veloci e Vernazzano rimase fuori dal giro.
Iniziò lentamente a spopolarsi, e quando nel 1750 un disastroso terremoto fece crollare gran parte delle abitazioni e portò la torre di guardia alla sua attuale pendenza, la popolazione rimanente ritenne più opportuno trasferirsi più a valle, dove nel 1772 venne inaugurata la nuova chiesa di San Michele Arcangelo.

Nel frattempo intorno alla costruenda chiesa, erano sorte le abitazioni di chi aveva potuto o voluto rimanere negli stessi luoghi in cui era nato e vissuto. Infatti la distanza tra i due paesi è minima: poche centinaia di metri più a valle, dall'altra parte del torrente Rio.
E sullo sperone roccioso è rimasta solo la torre di guardia, incredibilmente inclinata di ben 13 gradi, quindi un'inclinazione superiore a quella della torre di Pisa! 

Infatti, per metterla in sicurezza, hanno dovuto ingabbiarla e sostenerla con dei tiranti; una cosa che certamente non potrebbero fare con l'assai più famosa torre pisana, e che non è certo il massimo dell'estetica, ma è sempre meglio che ritrovarsi con un mucchio di macerie!

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domenica 19 novembre 2017

IL CASTELLO DI MONTERIGGIONI O ABBADIA ISOLA?

C'è uno strano destino che a volte unisce e divide dei luoghi ugualmente splendidi che abbiamo vicini.
Potremmo trovare decine di esempi per parlarvi di questa particolarità, ma ne scegliamo uno solo, quello del titolo:
Il Castello di Monteriggioni ed Abbadia Isola.
Crediamo che il Castello di Monteriggioni non abbia bisogno di presentazioni. Si tratta di uno splendido borgo fortificato, il cui andamento circolare delle mura, fu ottenuto semplicemente seguendo il perimetro della collina.
Fu costruito su terreni di proprietà dei Da Staggia, dove già sorgeva un'antica fattoria Longobarda che doveva essere probabilmente di proprietà regale (da cui il toponimo Montis Regis).

L'edificazione di un nuovo castello da parte della repubblica Senese di un nuovo castello era una novità, perchè di solito si limitavano a conquistarne uno già esistente. Ed ai fiorentini questa alzata di ingegno non piacque... iniziarono quindi le guerre per il suo possesso, già nel 1244 e poi nel 1254 e poi nel 1269 e ancora innumerevoli battaglie e sempre Siena riuscì a tenerselo!
Bisogna arrivare al 27 Aprile del 1554 perchè Monteriggioni passi sotto il dominio di Firenze. Ma non per una sconfitta, bensì per un tradimento, quello del capitano Bernardino Zeti corrotto dal Marchese di Marignano. 
Questo Marchese di Marignano merita due parole.
Prima di tutto perchè occupando Monteriggioni, gettò le basi per la definitiva sconfitta di Siena, con la sanguinosissima battaglia di Scannagallo, ed il seguente assedio di Siena che si concluse il 17 aprile del 1555, con la resa definitiva della città.
Poi perchè il suo nome era Gian Giacomo Medici. Però non era nato a Firenze, bensì a Milano e non aveva nessun legame di parentela con i Medici di Firenze.
Anzi, era di famiglia di condizioni sociali piuttosto modeste.
Per dire la verità, i Medici di Firenze, quando lui che era diventato ormai un famoso condottiero, nonchè Marchese di Marignano; consegnò loro Siena su un vassoio d'argento; cominciò a vantare un fratello papa (Pio IV) ed un nipote che si chiamava Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, non arricciavano più il naso in sua presenza, chiamandolo con il nomignolo con cui era conosciuto, cioè "medeghino" che vorrebbe dire "piccolo Medici", a causa della sua bassa statura.
Ma anzi, cominciarono a dire che era loro parente.
Accettarono allora il gentile omaggio e cancellarono la repubblica di Siena dalla faccia della terra, inglobandola nel loro granducato.
Dunque, da dove eravamo partiti....?
Ah, che non dovevamo parlare di Monteriggioni perchè di Monteriggioni sapevamo tutto.
Ed infatti abbiamo parlato di tutt'altro, no?!
Questo per dire che Monteriggioni è una località assai nota, turistica, ben conosciuta. c'è un ampio parcheggio dedicato ai bus turistici, una bella scalinata per salire al paese, affollatissimo, con bei negozi, bei ristoranti, tanta gente.
Talmente tanta gente che noi siamo scappati via.
Ormai ci conoscete, lo sapete come siamo.
Ci piacciono i posti meno conosciuti.
Abbiamo fatto quattro (dicasi quattro) chilometri e siamo andati ad Abbadia Isola.
Questo piccolo, incantevole borgo, ci riporta in pieno medioevo. 
Infatti era una delle tappe indicate da  Sigerico sulla via Francigena, per fare tappa e tornarsene in Inghilterra, nel 990.
A quei tempi era conosciuta come Borgonuovo, ma siccome la zona era paludosa, l'Abbazia sorgeva dal lago, come un'isola.
Ed il nome, così evocativo, è rimasto.
Il paese è molto piccolo, ma ci sono case in cui la gente abita davvero. Abbiamo visto gatti sul davanzale al sole, panni stesi ad asciugare, una signora che spazzava davanti a casa... nessun negozio nel borgo medioevale. Solo un piccolo ristorante.

Dall'altra parte della provinciale, c'era il centro commerciale: un distributore di benzina, un bar, un minimarket.
Nel minuscolo parcheggio, oltre alla nostra macchina, solo un camper di olandesi.

E ci siamo domandati: Perchè?
Che cos'ha Abbadia Isola meno di Monteriggioni?
Perchè laggiù (quattro chilometri, ricordate?!) la gente fa a gomitate per vedere un posto certamente bellissimo e ricco di storia, e qui, dove la storia è la stessa ed è altrettanto bella e suggestiva, non c'è nessuno?

Sono domande cosmiche, che non hanno una risposta.
Forse a Monteriggioni è stata dato maggiore risalto, sui media oppure in TV.
In effetti il nome del Castello di Monteriggioni è conosciuto, e la sua immagine nota, mentre Abbadia Isola... se lo si chiede a uno di Pordenone, magari nemmeno la sa collocare geograficamente.
E' il destino di molti borghi, sparsi in tutta Italia, vicini ad uno noto, famoso, frequentatissimo.
Altrettanto belli e carichi di storia, ma dimenticati.
Ma per questo ci siamo noi.
Fateci un giretto. Sotto c'è la mappa per andarci!


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domenica 12 novembre 2017

AUTUNNO NELL'ANCHIONESE E IL PORTO DEL CASINO DEL LILLO

Difficile che riusciate ad andarci quest'anno ormai, magari questo post ve lo dovete ricordare per l'anno prossimo.
Oppure meglio ancora: fregatevene delle nostre indicazioni e andateci quando volete, anche perchè secondo il nostro modesto parere, questi luoghi hanno un grande fascino in tutte le stagioni dell'anno.
Adesso il "foliage" (vorrebbe dire quando le foglie degli alberi cambiano colore da verdi a rosse o gialle) regala al paesaggio dei colori splendidi, ma siamo certi che gli alberi fioriti in primavera, oppure verdeggianti in estate, o nella nebbia in pieno inverno, non siano meno suggestivi.
Ok, vi immaginiamo già tamburellare con le dita: "tutta 'sta pappardella per autunno, ma che cavolo è l'anchionese?".
Giusto.
Anchione è una località del comune di Ponte Buggianese, situata al limite settentrionale del padule di Fucecchio.
In prossimità della frazione, oltrepassata l'antica Dogana Medicea 

- che era una dogana dove le merci approvano via acqua e non via terra - e attraversato il ponte detto "del Pallini" (l'ultimo ponte sul Pescia prima che si impaludasse), proseguiamo su uno sterrato percorribile da qualsiasi vettura, e ci troviamo al Casino del Lillo, uno dei tanti porti dei barchini dei cacciatori, ma uno dei pochi (forse l'unico?) completamente restaurato dai cacciatori stessi, e  che chiunque, con il dovuto rispetto, può visitare liberamente.
Qui il connubio tra i cacciatori, i loro cani e l'ambiente naturale, è totale.
Noi non amiamo la caccia, ma abbiamo molta stima per chi ha dedicato tanto tempo e risorse a ricostruire un ambiente tanto particolare, e che permette di godere così appeno della natura.
Il silenzio è totale, gli uomini parlano sottovoce, timorosi di turbarlo; solo qualche cane abbaia lontano.
Visitiamo in silenzio il porticciolo: vediamo arrivare un barchino dal canale, e rimaniamo sorpresi nel vedere quanto l'acqua sia poco profonda; il cacciatore ed il cane scendono direttamente nell'acqua senza problemi.
Leggiamo la lapide sul casotto di caccia; vengono ricordate due vittime dell'eccidio nazista del 23 agosto 1944, un padre e un figlio poco più che diciassettenne.
Nelle strade vicine troviamo molte di queste lapidi, vicine a un cipresso, e un'altra commemorativa davanti alla nuova chiesa di Anchione.
Abbiamo avuto una strana impressione di questa strage nazista, dimenticata dai più. E' come se il tempo qui avesse avuto uno stop, come se da quella strage, questi luoghi non si fossero mai ripresi.
Le edicole commemorative lungo gli stradoni bianchi, fanno un tutt'uno con le case coloniche diroccate sullo sfondo, a simboleggiare che, con quella feroce uccisione da parte delle truppe naziste sulla popolazione civile inerme, un'epoca finiva definitivamente.
L'epoca della vita contadina in questi luoghi, dove adesso vediamo tutto bello e ridente, coltivato com'è a vivaio di piante, ad albereta, punteggiato di belle villette rosso mattone o giallo vivo.
Ma alla fine dell'ottocento qui la vita doveva essere molto dura, si viveva dei prodotti della palude, cominciava appena qualche bonifica e non si arava terreno, ma fango.
Se si arrivava a quarant'anni era già tanto, e comunque a quell'età si era già vecchi, finiti. L'alternativa era morire di malaria o di qualche malattia di palude. Poi con gli anni le bonifiche diventarono sempre di più e le fattorie di moltiplicavano; se ne vedono tante in questa pianura.
Poi arrivò quel 23 agosto 1944, e qui non rimase più nessuno. Donne, vecchi, bambini, tutti fucilati dai nazisti. Quando gli uomini tornarono dalla guerra - quelli che tornarono - andarono a lavorare nelle fabbriche, all'estero, oppure a Prato, o a Pistoia, lontano da questa vita e da quest'incubo. E qui tutto è rimasto cristallizzato, come l'antica Dogana Medicea, che - guarda caso - è diventata sede del centro di documentazione dell'eccidio nazista del Padule di Fucecchio.

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