domenica 28 aprile 2019

L'UOMO SOGNA DI VOLARE...

Ma i Negrita non c'entrano niente.
Quando si parla di uomini che vogliono volare, parliamo sempre del nostro amico Leonardo Da Vinci, che A Fiesole ha un Largo a lui intitolato.

Ok,non è una gran notizia: praticamente non esiste città dove non ci sia una piazza o una via intitolata all'illustre vinciano.
Ma il Largo di Fiesole, è quello dove atterò il giovane Tommaso Masini, gettatosi dal Monte Ceceri  - con un fegato niente male, a dire il vero - a bordo della "macchina per volare" progettata da Leonardo stesso, e che gli permise di effettuare una planata di oltre mille metri dalla cima del monte, sino appunto a questo punto sotto Fiesole, sulla strada per Maiano.
Quasi tutte le fonti sembrano concordare sul fatto che il povero Tommaso si sia rotto entrambe le gambe nell'atterraggio.
E ci pareva il minimo, aggiungiamo noi.
Anche se ci sono voci discordanti al proposito, perchè pochi mesi dopo lo stesso Masini, in perfetta salute e facendosi chiamare Zoroastro da Peretola, era a Modena a fare il negromante.
Comunque è certo che Tommaso è stato il primo uomo a volare, e a soddifare questo sogno comune a tutto il genere umano,  per merito di Leonardo da Vinci e delle sue straordinarie intuizioni.
Certo, la tecnologia dell'epoca lasciava un pò a desiderare, quindi se il poveretto si è lanciato nel vuoto dalla cima di una montagna,  con una pesante macchina di legno e stoffa addosso, e scarse protezioni contro le cadute... beh un paio di gambe rotte erano poca cosa, rispetto a quello che gli poteva succedere.
Parliamo invece della splendida passeggiata che si può fare, sempre partendo dal Largo Leonardo da Vinci e dirigendosi verso il Monte Ceceri.
I Ceceri, erano i cigni in fiorentino antico. Il popolo li chiamava così a causa dell'escrescenza sul becco, che ricordava a loro i ceci.
Ci potete anche non credere, ma era così.
Il Monte, era anche una cava di pietra serena, e a percorrere il facile sentiero che porta in cima ci si imbatte in varie cave abbandonate.

Si trattava di cave molto importanti, che hanno dato lavoro a generazioni di scalpellini, perchè la pietra fiesolana era molto apprezzata per la sua uniformità ed il suo bel colore.
Tanto che anche adesso ci sono scultori che decisono di decorare le pietre che fanno parte del cammino che porta alla cima del monte con le loro opere estemporanee

facendo a gara con il paesaggio per farsi ammirare.
In cima al monte, una stele ci ricorda di nuovo il tentativo di Leonardo e di Tommaso.
 Mappa

domenica 17 marzo 2019

BARBERINO VAL D'ELSA E LA FONTE DEL LATTE

E' vero, siamo amanti della Val D'Elsa.
Ne abbiamo parlato in più di una occasione (link)
Barberino, poi, è situato in una posizione tale da incantarci ogni volta che ci passiamo, anche di sfuggita.
Situato com'è su un balcone naturale, gode di un panorama stupendo da entrambe i lati, tanto che persino il distributore di benzina, ha il piazzale con un panorama mozzafiato...
Il paese antico ha due porte, quella rivolta verso Roma è ancora quella originale, 


mentre quella rivolta verso Firenze, beh, è stata ricostruita.

Barberino Val d'Elsa, sorge vicino alle rovine di Semifonte, la città rivale di Firenze, e della quale non è stata lasciata pietra su pietra nel 1202.
Anche di questa vi abbiamo parlato (link)
Della distruzione della città di Semifonte, Barberino si è molto giovata, perchè oltre ad utilizzare le sue pietre come materiale di costruzione per le proprie mura, ha approfittato del vuoto amministrativo lasciato dall'importante città, per accentrare dentro di sè la sede di tutte le varie leghe e rappresentanze del circondario, diventando la sede amministrativa della Valdelsa per buona parte del medioevo,
Di impianto medioevale è anche la sua pianta, di forma ellittica, come si usava ai tempi, con le due porte di cui si è già parlato: perchè la città sorgeva proprio sulla via Regia (che non era poi che l'antica via Cassia dei Romani)  che portava da Firenze a Roma, e doveva molta della sua importanza proprio a questa collocazione geografica.

Insomma, una serie di fortunate circostanze.
Barberino Val d'elsa ha anche dato i natali ad un trovatore medioevale, Andrea da Barberino (appunto) autore del "Guerrin Meschino", che è una storia di cui, almeno il titolo, lo conoscono tutti. 

E' la tipica canzone da trovatore medioevale, in cui si narrano le avventurose vicende di un giovane, rapito alla sua famiglia quando era bambino e che è arrivato a Costantinopoli a seguito di una serie di avventure; si trova a vivere a corte dell'imperatore, come compagno di giochi di suo figlio.
Crescendo, capisce che la sua condizione di giovane senza famiglia gli preclude ogni possibilità, e tra queste anche di poter un giorno sposare la ragazza che ama.
Decide quindi di andare per il mondo a cercare la sua famiglia, facendosi chiamare il Meschino.
Dopo varie avventure, viene indirizzato alla Sibilla, la fata Alcina, che viveva sui monti del centro Italia (e che infatti si chiamano "Sibillini") e che avrebbe potuto aiutarlo, ma a prezzo di prove terribili.
Lui le affronta a viso aperto ed alla fine trova suo padre e sua madre e scopre di essere figlio di Milone e Fenisia, sovrani  di Durazzo.
Dire che questo è un riassunto stringato è dir poco: del resto a commentare il canto di Trovatore, poi rielaborato in mille modi durante i secoli (e non sempre in modo benevolo) si rischierebbe di perdere il filo.
Quel che è certo è che la figura della Sibilla è stata a dir poco distorta nei secoli, e dal punto di vista delle donne non è certo stata tratteggiata con benevolenza, perchè la Sibilla è stata considerata una ammaliatrice, una incantatrice malevola, e non semplicemente un'oracolo.
Un altro eminente personaggio di Barberino Val D'Elsa e' stato Francesco da Barberino, noto per aver scritto una sorta di galateo femminile, edito tra il 1318 e il 1320, denominato Reggimento e Costumi di Donna, dove si parla di quali sono le cure che una madre  deve dare al figlio, secondo gli usi della sua epoca, nonchè di un'opera poco conosciuta dal pubblico, Documenti d'Amore ma estremamente importante perchè suddivisa in tre livelli. In volgare, in latino, ed il commentario in latino ai versi in volgare.

Questi commenti riportano un ampio affresco sul modo di vivere e di intendere il mondo ed il sapere e la conoscenza del medioevo, ed è illuminante per conoscere i dettagli del vivere di quegli anni.
Per chi sa il latino, s'intende!
Il territorio di Barberino Val D'Elsa è molto vicino a quella della mitica città di Semifonte (link), e percorrendo solo pochi chilometri ci si trova sul colle deve sorgeva la città che voleva sfidare in grandezza nientemeno che Firenze.
A parte che ci sarebbe proprio piaciuto vederla, questa grande rivale di Firenze... dell'ambizione di Semifonte, sappiamo non essere rimasta pietra su pietra, mentre Firenze, guarda un po', è ancora lì.
Sul colle dove sorgeva Semifonte non poteva essere costruito nulla, per decreto Granducale. 
Poi, nel 1569, fu fatto costruire da Giovambattista Capponi, un tempietto, dove sgorga una limpida fonte, ritenuta salutare sin dai tempi di Caterina da Siena, che, bevendo quest'acqua, guarì da una brutta polmonite intorno al 1370.
Le donne del contado poi, ritenevano che bevendone una certa quantità, non sarebbe mancato loro il latte per svezzare i loro bambini.
Pare che questa credenza sia nata solo da un'errata traduzione della parola latina "lattice" , scritta sulla parte muraria della fonte.
L'antico tempietto è stato recuperato dai volontari dell'Associazione Archeologica Achu solo nel 2012 e restituito al suo antico splendore, anche grazie alla collaborazione dei proprietari del terreno, che hanno concesso il libero passaggio a chiunque intenda visitarlo, nonostante sorga su proprietà privata.

Da allora, molte sono state le giovani donne che hanno rinverdito l'antica tradizione di bere l'acqua miracolosa per continuare ad allattare naturalmente il proprio bambino.





Mappa

sabato 23 febbraio 2019

EMPOLI COME NON TE L'ASPETTI: IL MUSEO DEL VETRO E LA COLLEGIATA DI SANT'ANDREA

Empoli è per noi una seconda casa. Quindi l'amiamo, ma purtroppo non lo conosciamo abbastanza. 
Cogliamo quindi l'occasione per fare un viaggetto a chilometri zero per approfondire qualcuna delle sue molte bellezze.
Per esempio, Empoli è stata per molti anni la capitale del vetro verde, quello dei fiaschi, per capirsi.
Ed infatti qui l'industria del vetro è nata proprio come complementare a quella vinicola, e che ha dato l'impulso anche alla lavorazione della paglia, per il "vestito" del fiasco, per intendersi.
Ma torniamo ai fiaschi, che erano verdi perchè nella sabbia usata per la lavorazione era presente una forte percentuale di ossido di ferro.
La produzione dei fiaschi e damigiane a Empoli era molto antica, ma specialmente nel periodo tra le due guerre, si sviluppò tutta un'industria che produceva vasellame da tavola tutta nel caratteristico vetro verde.

Bottiglie, bicchieri, piatti; molto spesso si trattava di produzione da mercato, roba semplice, che ognuno di noi che abbia vissuto la sua infanzia negli anni '50/'60 ricorda di aver visto sulle proprie tavole.
Era conosciuto come "Verde di Empoli", e le maggiori prodiuzioni erano della Vetreria Taddei e della Vetreria Etrusca.

Ma non mancavano vetri verdi elaborati, incisi, soffiati, lavorati, delle vere opere d'arte che potete ammirare al Museo del Vetro di Empoli.
Nel periodo tra le due guerre il Verde di Empoli diventò di gran moda, merito anche dell'apprezzamento del designer Giò Ponti, e che aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare nel periodo in cui era stato direttore artistico delle ceramiche Ginori.
Fate un attimo mente locale, e date un'occhiata a tante nature morte di quel periodo: quanti vetri verdi c'erano raffigurati!!
Ecco, il museo del vetro di Empoli, è veramente un luogo da visitare, non solo per i vetri, che vi faranno venire le lacrime agli occhi perchè vi riporteranno alla vostra infanzia, o per l'ammirazione che potranno suscitare in voi gli splendidi vetri incisi che troverete nelle teche, inserite in un preciso percorso temporale.
Quel che merita la visita è anche il luogo in cui il museo è situato, che era l'antico magazzino del Sale di Empoli.

Si tratta di una costruzione imponente e severa, tutta a mattoncini rossi, evidentemente ampliata e rimaneggiata nei secoli, e che serviva appunto per il deposito del sale che veniva trasportato su degli asini da soma, per la via Salaiola - che ancora esiste con questo nome -  direttamente dalle Saline di Volterra (che non sono propriamente dietro l'angolo).
Quando il sistema di distribuzione del sale, con l'acquisizione del monopolio da parte dello Stato Italiano, cambiò, il Magazzino del Sale conobbe un lungo periodo di degrado e di abbandono.
Da metà ottocento si deve arrivare ai giorni nostri, quando l'immobile è stato recuperato, non senza difficoltà, e nel 2010 è stato inaugurato il bellissimo museo che vi invitiamo a visitare.
E Poi la collegiata di Sant'Andrea, un piccolo, delizioso muso con opere ragguardevoli, al quale si accede tramite la Piazza Farinata degli Uberti, che però gli Empolesi conoscono come Piazza dei Leoni, a motivo degli splendidi quattro leoni in marmo che decorano la fontana al centro della piazza.
L'entrata del museo per dire la verità è  dall'attigua, piccola piazza della Propositura, e si snoda in un breve percorso a pianterreno dove si possono ammirare delle splendide sculture, tra cui una imponente fonte battesimale,


mentre al primo piano una notevole pinacoteca, con opere di grande interesse, attende solo di essere ammirata.

E questo potrebbe essere il primo capitolo su un approfondimento su Empoli.


Mappa

domenica 13 maggio 2018

BORGO SAN LORENZO: IL MUSEO CHINI A VILLA PECORI-GIRALDI

Di Borgo San Lorenzo (e del Mugello) abbiamo già parlato diverse volte.
Questa volta, vogliamo portarvi a visitare un piccolo, incantevole museo in una splendida dimora storica, all'interno di un parco fresco ed ombroso.
La dimora storica è Villa Pecori-Giraldi.

Si tratta di una costruzione dall'aspetto rinascimentale, che ricorda molto da vicino  (ma più in piccolo) la villa medicea di Cafaggiolo.
Infatti i Medici, lo sanno tutti, erano mugellani di origine...
Era lì da secoli, di proprietà dell'antica famiglia dei Giraldi. Poi nel 1748 venne in possesso del Conte Antonio Pecori, che aggiunse al proprio cognome, anche quello dei Giraldi.
E quando si decise di dar vita ad un museo che esponesse le opere più belle della Manifattura di ceramiche e vetrerie Chini, fu obbligo pensare a questa bella vitta, che il comune di Borgo San Lorenzo aveva fatto sua per donazione nel 1978, perchè i Chini l'avevano decorata negli anni, già a partire dal 1854, anche se non come ceramisti ma come pittori e decoratori.
(Quindi, oltre ai manufatti in esposizione, ci sono le decorazioni proprie della villa, che integrano un percorso quantomeno affascinante)
La Manifattura "L'Arte della Ceramica" nacque infatti nel 1896, quando i conti Ginori vendettero l'antica Manifattura di Doccia all'industriale milanese Augusto Richard.
Non si può rendere a parole il senso di tradimento che questa vendita suscitò nella popolazione a quei tempi: a tutti i livelli, il popolo si sentì tradito, e non solo chi lavorava all'interno della manifattura.
Dal più umile barrocciaio all'artista più illustre, fu grande lo scandalo per questa cessione, per aver "ceduto per denaro" un pezzo di storia del nostro paese.
Galileo Chini, che a quel tempo era un giovane di belle speranze, insieme ad altri tre giovani artisti fiorentini fonda appunto la "Manifattura Arte della Ceramica", e se non nominiamo gli altri è solo perchè alla fine era il Chini, il direttore artistico di tutta l'opera, quindi la persona che più ci interessa.
Fu sua l'intuizione di non dedicarsi alla riproduzione di ceramiche antiche, per le quali esistevano già ottime manifatture in zona, ma di dedicarsi all' "Arte nuova"
come veniva chiamata allora, quella che noi in Italia conosciamo come Liberty, ma che a livello ceramico esprime il proprio apice proprio in Francia come "Art Noveau".
Fu una bella idea, perchè i Chini ( e i loro soci) cominciarono una produzione che in Italia ancora non esisteva, e che si fece apprezzare in tutte le Grandi Esposizioni Universali, che si tenevano allora, vere grandi vetrine dell'innovazione e dell'inventiva dell'epoca.

Adesso queste grandi esposizioni ci fanno un po' sorridere. Di tutto un po', affastellato senza criterio apparente, bastava che fosse nuovo. Eppure ha funzionato no? eccoci qua, figli, anzi, nipoti di quell'epoca e di quel metodo, che se non fosse esistito non ci avrebbe portato dove siamo.
All'alba del secolo scorso, i Chini si separarono dai loro soci e fecero nascere le fornaci San Lorenzo, proprio a Borgo San Lorenzo, e da qui cominciarono anche la produzione i vetrate dipinte, tipiche del Liberty.

Purtroppo poi la fabbrica fu distrutta dai tedeschi con un bombardamento nel 1943.
Nella villa potete ammirare i due caminetti, creati dai Chini per i Pecori-Giraldi, tanto che hanno dato il loro nome alle due stanze: del caminetto grande, decorato con gli stemmi dei Pecori e dei Giraldi,  e del caminetto piccolo. 
Meravigliosa è la scala elicoidale con lo stemma dei Pecori Giraldi, sempre realizzato dai Chini in ceramica.
Tra le varie sale dove si ammirano i pezzi prodotti dalle due manifatture alle quali i Chini hanno dato vita, 

noi abbiamo ammirato particolarmente la produzione del gres salato (si dice così il gres rivestito da una pellicola vetrosa trasparente ottenuta dal cloruro di sodio come reazione alla fiamma del forno in cui il gres viene cotto) con i suoi disegni blu su base neutra, che abbiamo trovato attualissimi e affascinanti.

Se voleste continuare ad ammirare i lavori della manifattura Chini, basterebbe andare al municipio di Borgo San Lorenzo, che è stato progettato, decorato ed in gran parte arredato, proprio dai Chini.
E c'è chi ci va solo a fare un certificato di residenza!

Mappa

domenica 22 aprile 2018

CHE SAPETE DELLA PASSERELLA SUL BISENZIO?!

A parte che negli anni '70 era il luogo deputato alle "forche" scolastiche?!
Mmmmm....forse questo non si doveva dire.
Però era vero. A quei tempi, complice il fatto che da quelle parti c'era l'Istituto Tecnico Commerciale "Sebastiano Nicastro" quello dove ci andavano i figli di papà, e dove comunque  - dice la leggenda - chiunque pagasse veniva via di lì con il diploma, una puntatina ai giardini della Passerella ci si faceva sempre.
E poi era divertente - testa matta di quindicenni - sfidare la tramontana rabbiosa che ci alzava letteralmente di peso, quando passavamo di corsa in pieno inverno su quell'esile ponticello in cemento, così, tanto per sperimentare il paradosso idrodinamico (anche detto Effetto Venturi), per cui in corrispondenza delle strozzature, (lo sbocco della Val di Bisenzio) è la velocità, (quella del vento, in questo caso) ad aumentare.
Se non altro, questa legge fisica, l'avevamo imparata bene!
Poi la vita ci ha portato molto lontani da questo ponte pedonale, così alto e agile che si chiama proprio e solo così "La Passerella".

Abbiamo verificato che non ha un nome, nè è dedicato ad alcuno, è solo quello che è: una passerella pedonale.
Per molto tempo si è creduto che fosse stata progettata da Pierluigi Nervi, tanto è vero che per molto tempo la si è chiamata "Passerella Nervi" anche ad alto livello.
Invece, il progettista è Giulio Kroll, un ingegnere triestino di chiarissima fama, anche se il suo nome è meno conosciuto, perchè in Italia purtroppo si tende ad avere la memoria piuttosto corta per tutto.
Quando l'ing. Kroll aveva già costruito ponti in mezzo mondo, Pierluigi Nervi era ancora agli inizi, e se si tende ad attribuire la Passerella a Nervi,  è perchè  le tecnologie disponibili negli anni '30 del secolo scorso, per costruzione di un ponte siffatto, davano come risultato un'estetica di quel tipo.

Inoltre l'Ing. Kroll era ingegnere capo della Ferrobeton, una grossa ditta di costruzioni, fondata nel 1908 nientemeno che dal Marchese Carlo Feltrinelli, (padre di quel Giangiacomo Feltrinelli, fondatore della omonima casa editrice, e che morì nel 1972 mentre minava un traliccio dell'alta tensione) che, tanto per dire, realizzò le opere di fondazione della Metro di Milano, i bacini di carenaggio di Napoli e Genova e la Torre Velasca di Milano.
In particolare l'ing. Kroll era specializzato nella costruzione di ponti, e quando nel 1950 gli fu assegnato il compito di costruire il Ponte di Mezzo a Pisa, si ispirò proprio alla Passerella che aveva costruito nel 1935 a Prato sul fiume Bisenzio.
Intendiamoci: si tratta di una somiglianza strutturale, ingegnieristica,perchè si tratta comunque di una struttura ad arco a tre cerniere - e non domandateci altro perchè ci siamo letti accuratamente tutta la relazione tecnica con tutte le prove ed i collaudi, senza capirci un'acca - anche se una somiglianza anche estetica, in effetti, l'abbiamo riscontrata anche noi, da perfetti ignoranti quali siamo.
Abbiamo detto che la Passerella non ha un nome, ed è vero, anche se per un certo periodo il popolo l'ha chiamata "Ponte ai quattro", perchè la sua costruzione era stata fortemente spinta e voluta da quattro gerarchi che avevano casa di là dal fiume, e che erano i maggiori utilizzatori del ponte stesso.

Mappa

domenica 25 marzo 2018

UN ACQUEDOTTO PER QUATTRO FONTANE.

La distribuzione dell'acqua, nelle città antiche, era sempre un grosso problema.
E l'istituzione di fontane pubbliche, con la conseguente creazione di un acquedotto che le alimentasse, era una spesa veramente considerevole, che era molto spesso sostenuta da qualche ente benefico, o da dei privati facoltosi che volevano che il loro nome fosse ricordato negli anni a venire, per la loro generosità e benevolenza nei confronti del popolo.
Prato non costituiva certo un 'eccezione.
Nel 1644 fu inaugurato il Condotto Reale delle Fonti, realizzato dagli architetti Alfonso Parigi e Ferdinando Tacca, su progetto di Bernardino Radi.
Questo acquedotto, fu realizzato prelevando le acque, pure e gradevoli dal punto organolettico, dalle fonti di Canneto, Filettole e Carteano, e fu finanziata dai Ceppi, insieme ad alcune facoltose famiglie cittadine, che ne approfittarono per allacciarsi alla conduttura e ottenere quindi un lusso inaudito per l'epoca: l'acqua corrente in casa.
Se possiamo condividere il punto di vista delle famiglie facoltose, ci rimane però un dubbio amletico: chi cavolo erano i Ceppi?
Bene, i Ceppi, o più esattamente Pia Casa dei Ceppi, era la più antica istituzione benefica della città di Prato.
Tutto nacque nel 1282, quando l'eminente Monte Turino de' Pugliesi, fondò il "Ceppo Vecchio". In seguito, alla morte del'altrettanto eminente cittadino pratese Francesco di Marco Datini, per sua precisa volontà testamentaria, nacque il cosiddetto "Ceppo Nuovo".
(certo, anche a noi si è accesa una lampadina in testa quando abbiamo sentito questi nomi, abbinandoli ai nomi di due strade del cento di Prato!)
Nel 1545, dopo il tragico evento del Sacco di Prato, allo scopo di venire in soccorso ai superstiti della brutalità della soldataglia spagnola, i due enti benefici vennero riuniti in un'unica associazione denominata "Casa Pia dei Ceppi dei Poveri di Prato".
Per inciso, l'istituzione si è chiamata così sino al 1890, poi ha subito varie trasformazioni ed aggiustamenti, ma è tuttora esistente con il nome di Fondazione Casa Pia dei Ceppi Onlus. 
Niente male: quando venne scoperta l'America, esisteva già da 210 anni!
Ma torniamo al nostro acquedotto.
L'acquedotto partiva - anzi, parte ancora . da due passi prima della Chiesa di San Paolo a Carteano, in un luogo di incredibile ed incontaminata bellezza, se si pensa che è ad un tiro di schioppo (e di calibro piccolo, un 12 diciamo) dalla città.
Pochi passi prima, troviamo un anonima costruzione con una porticina di ferro.
Ecco, quello è l'inizio del Condotto Reale.

Quei due passi che abbiamo evitato di fare in salita verso la chiesa, facciamoli in piano, e ci troviamo davanti ad un lavatoio seicentesco, ripulito e riportato in vita dal lavoro e dalla passione del gruppo archeologico Offerente di Prato.
Il condotto Reale porta l'acqua, tra l'altro, a quattro fontane molto famose del centro di Prato.
La prima è la fontana del Pescatorello in Piazza del Duomo.


Certo, lo sappiamo, nessuno la conosce con questo nome: per tutti è "la Fontana del Papero", anche se lo scultore non ha certo raffigurato dei paperi, ma dei cigni, ma i pratesi non stanno certo a sottilizzare sul tipo di volatile.
E poi comunque sono due.
Non si sa come mai nessuno ha mai considerato il pescatore che sta in cima alla fontana, tutti guardano solo i "paperi"
Una curiosità sulla collocazione di questa fontana, che è nel centro della piazza del Duomo, dalla metà dell'ottocento, come voleva la moda di allora.
La fontana precedente, opera di Ferdinando Tacca, era invece collocata nell'attuale Largo Carducci, quindi in posizione molto più defilata, e che permetteva quindi alla piazza di venire meglio utilizzata per la vita sociale e per le riunioni di popolo.
L'altra è la fontana più famosa di Prato, la "Fontana del Bacchino", in piazza del Comune, proprio davanti al Palazzo Pretorio.

Fu realizzata tra il 1659 ed il 1665 dallo scultore pratese Ferdinando Tacca, in occasione della proclamazione di Prato a "Città", cioè un centro urbano strutturato, mentre sino ad allora era considerata "Terra", vale a dire un centro agricolo.
La figura di questo Bacco, giovane e allegro, (da cui il nome "Bacchino")  emerge dai grappoli, da cui escono zampilli d'acqua che , che scendono nella conchiglia intermedia, e di lì nella vasca ottagonale, da cui poi esce in quattro vaschette semicircolari.
Nel XIX° secolo fu inaugurato l'uso di rinfrescarci dentro dei cocomeri, da donare alla popolazione assetata nel giorno del 15 agosto.
La tradizione continua tutt'ora, anche se pare che a beneficiarne sia più che altro la comunità cinese, che notoriamente non va in ferie in agosto.
Altra fontana alimentata dal Condotto Reale è la "Fontana dei Delfini" in Piazza San Francesco.

Se la Fontana del Pescatorello è in marmo, quella del Bacchino in bronzo, (e comunque quella in piazza del Comune è una copia, perchè l'originale si trova all'interno del palazzo Pretorio) la Fontana dei Delfini è in arenaria, ed anche questa è una copia.
Ma l'originale non esiste, perchè la Fontana dei Delfini", che era stata progettata e costruita sempre dal Tacca, più o meno nel periodo di quella del Bacchino, ma con committenti molto meno forniti di denaro.
Lui infatti consigliava di fare la fontana in marmo, un materiale assai durevole, ma anche molto costoso.
Invece chi pagava aveva i soldi solo per farla in pietra arenaria, che è un materiale assai meno resistente. 
Infatti, la fontana era così malridotta nel negli anni '30 del secolo scorso fu completamente rifatta; quindi quella che vediamo adesso è una copia novecentesca. E a voler far bene ci sarebbe da rifarla di nuovo, perchè l'inquinamento ha pesantemente rovinato l'arenaria in cui era costruita la copia.
Forse, volendo rifarla adesso, si potrebbe pensare di seguire le indicazioni originali del Tacca, una buona volta!
(ma i tempi, ahimè, non sono migliorati dal 1665...)
Ultima fontana alimentata dal Condotto Reale: la "Fontana del Maghero"

E qui vi volevamo. 
Siamo convinti che quasi nessuno la conosce con il suo nome, e quindi è difficile collocarla. Ma vi risparmieremo un mal di testa, dicendovi subito che si trova sul Mercatale, alla congiunzione tra via de' Saponai e via Garibaldi.
A vederla ha un'aria molto dimessa, per decenni non buttava più acqua.
L'avevano riparata, ma adesso è di nuovo spenta.
Sembra più un abbeveratoio per animali che una fontana, ed infatti solo nel 1966 sono state tolte le inferriate che impedivano ai cavalli o agli asini di avvicinarsi e di bere (povere bestie, e perchè poi?)
In realtà era una fontana molto importante, anche questa costruita "in economia" e quindi in quella pietra arenaria che con i secoli si è talmente corrosa da far sparire qualsiasi decorazione.
Dello stemma che appare in alto, sappiamo che riportava lo stemma di Prato, solo perchè lo abbiamo visto su dei disegni che la rappresentavano, e a quanto pare, almeno lo stemma era stato rifatto almeno una volta.



Mappa




domenica 18 marzo 2018

LE COLLINE SOPRA PONTASSIEVE: UN CASTELLO E DUE SANTI

Ne abbiamo già parlato: le colline sopra Pontassieve sono un posto splendido, oltre che carico di storia praticamente in ogni ciottolo che si trova lungo la strada.
E quindi fanno proprio al caso nostro: turismo a chilometri zero, luoghi interessanti che abbiamo vicini e che non conosciamo.
Insomma, il nostro motto.
Sopra Pontassieve c'è il castello del Trebbio: ci dobbiamo passare per andare a Santa Brigida, per cui non spendiamo niente a fermarci a dare un'occhiatina.
Adesso e' in parte agriturismo/ristorante, e in parte abitazione privata.

Una gran bella abitazione, vorremmo dire.
Ma quello che ci interessa è la sua storia, perchè questo antico castello, fatto erigere dai Conti Guidi nel XII° secolo in questa località, detta Monte Croce, fu acquistato tra il XIII° ed il XIV°, insieme a tutte le terre circostanti, dalla nobile famiglia fiorentina dei Pazzi, che ne fece il proprio quartier generale.
Fu nelle sale di questo castello che fu ordita la famosa congiura, quella dove, la domenica di Pasqua del 1478, Giuliano de' Medici fu ucciso nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, mentre suo fratello Lorenzo riuscì a scampare alla morte.
A seguito di questo fatto di sangue, il castello, insieme a molti altri beni dei Pazzi, fu confiscato. La famiglia ne rientrò in possesso solo molti anni più tardi, e rimase di loro proprietà sino al secolo XVIII°.
Ripartiamo verso Santa Brigida, frazione del comune di Pontassieve.
La Santa Brigida di cui parliamo, non è la Santa Brigida di Svezia, nè la Santa Brigida patrona d'Irlanda, anche se era irlandese anche lei.
(anche se tutti i documenti la danno proveniente dalla "Scotia", bisogna ricordare che questo era il nome dell'Irlanda, nel medioevo).
Dunque, era irlandese, ed era sorella di quel sant'Andrea che aveva vissuto in quel luogo una santa vita da eremita.
La sua cella la possiamo ancora vedere nella cripta del Santuario della Madonna delle Grazie al Sasso (link), infatti in quel luogo il sant'uomo aveva eretto un piccolo tabernacolo venerato dal popolo,  dove poi apparve la Vergine Maria alle pastorelle, e dove poi sorse prima una chiusa e poi il santuario che conosciamo.
Ma torniamo ad Andrea di Scotia che, gravemente malato, esprime il desiderio di rivedere l'amata sorella prima di morire.
Brigida, che era in Irlanda a farsi gli affari suoi, si trovò improvvisamente trasportata dagli angeli al capezzale del fratello malato, vicino a Fiesole.
Lo assistette amorevolmente per tutta la durata della sua malattia, e quando morì fece voto di rimanere tutta la vita vicina alla sua tomba.
Si rifugiò in una piccola grotta e lì visse, svolgendo opere caritatevoli e facendosi amare molto dal popolo, sino alla bella età di 103 anni.
La grotta, un po' risistemata, esiste ancora. Pochi scalini, dalla piazza del grazioso paesino, portano a quella che dovrebbe essere stata la grotta in cui la santa passò la sua esistenza di penitenza e carità.

Sopra la grotta è stata costruita la chiesa, a lei intitolata.
Nella piazza antistante la chiesa, da cui si ammira un panorama a dir poco grandioso, una statua in bronzo di una suora giovane e bella - che potrebbe essere chiunque - è dedicata sempre alla santa irlandese.

Per il santo successivo, in linea d'aria bisognerebbe spostarsi di poco, ma non c'è una strada che metta in comunicazione Santa Brigida con il Mugello, anche se non possiamo escludere che non esista un sentiero percorribile a piedi, che unisce le due località.
Bisogna quindi rassegnarsi a fare un po' di chilometri e spostarsi verso Borgo San Lorenzo, verso la Pieve di San Cresci in Valcava.
Una piccola curiosità: San Cresci in Valcava fu comune autonomo per un brevissimo periodo, tra il 1808, quando lo creò l'amministrazione francese, ed il 1815, quando il Granduca, tornato al suo posto, lo riaccorpò  al comune di Borgo San Lorenzo.

Ma torniamo a San Cresci, che è stato il prima martire del Mugello.
Era originario della Germania, era venuto in Italia per visitare le tombe dei martiri, e sentendo parlare di un eremita, Miniato, si unì a lui nei boschi delle colline intorno Firenze.
Quando vennero catturati dai soldati dell'imperatore Decio, Miniato fu martirizzato, Cresci invece fu imprigionato. Uno dei suoi carcerieri aveva una bambina ammalata e lui la guarì. Allora lo fece fuggire, unendosi a lui.
Trovarono rifugio in Valcava, dove Cresci fece alcune guarigioni miracolose, tra cui il figlio della povera donna che aveva ospitato i fuggitivi.
La fama della sua santità cresceva, e molti venivano battezzati, tanto che alla fine anche i soldati di Decio li trovarono.
Uccisero i suoi compagni e poi tagliarono la testa anche a lui. Infilzarono la testa su una lancia con l'intenzione di portarla a Florentia, al prefetto. Ma la testa era diventata così pesante che era diventata impossibile da trasportare.
La testa cadde dalla lancia e non fu più possibile spostarla da lì di un centimetro.
Allora i superstiti seppellirono Cresci e i suoi compagni in quel punto, ed in seguito lì sopra fu costruita una piccola chiesa.
Questo luogo, di rara pace e bellezza, è quindi sacro fin dall'anno del martirio di Cresci, il 250 D.C.
Da lì la chiesa si ingrandì - non di molto - ma i frequenti terremoti che hanno colpito queste zone, l'ultimo dei quali nel 1919 l'ha quasi distrutta, ed infatti all'interno non troverete grandi opere d'arte, proprio per questo motivo.
Ha sùbito vari rifacimenti, sino ad arrivare ai giorni nostri, così come la vedete adesso.

Qui accanto sorge un convento? non sembra, c'è una targa che parla dei padri passionisti, e sicuramente in un luogo che parla così tanto allo spirito, almeno un riferimento ad un ordine religioso doveva esserci.

Mappa