Le avrete viste di sicuro, così come le abbiamo viste noi per tutta la vita, domandandoci - ma in maniera piuttosto distratta, oltretutto - che cosa cossero quelle piccole finestrelle, il più delle volte a forma ogivale, che vedevamo nei muri dei palazzi antichi.
Per una fortunata coincidenza siamo venuto a sapere di che cosa si tratta, e come si chiamano. Sono le buchette del vino.
Si chiamano così perchè, sostanzialmente, servivano alle famiglie nobili per vendere il vino che loro stessi producevano, in maniera discreta, in modo da non mettersi contro gli osti delle taverne - che da loro quello stesso vino lo compravano e poi lo dovevano rivendere, quindi una concorrenza sleale. Adesso si rischia un'azione legale, a quei tempi, una coltellata nella schiena - e anche perchè così non si dava troppo nell'occhio nei confronti del popolo.
Infatti queste buchette servivano per arrotondare le entrate, quando i redditi delle antiche famiglie andavano assottigliandosi.
Adesso un grande nome è un'ottima carta da giocare nel commercio, ma a quei tempi veniva considerato dequalificante. E quindi queste buchette le troverete sempre nelle strade secondarie che circondano i palazzi nobiliari.
L'incarico di vendere il vino era affidato ad un servitore.
Ci sono anche casi in cui le buchette sono in bella evidenza.
In questo caso servivano alle famiglie nobili, durante il giorno, per offrire ai poveri gli avanzi delle loro tavole.
Ma non vi sbagliate: di notte servivano comunque per vendere il vino.
In piazza del Comune, sotto le logge, abbiamo trovato una buchetta dalla forma inconfondibile.
Ci passa un fiasco preciso!
Ma altre ce ne sono in molti altri palazzi
altre, recentemente trasformate in edicole sacre
a volte con delle piccole imposte di legno.
Sappiamo che sono diffuse nello stesso modo anche a Firenze ed a Pistoia, ed è logico; siamo tutti nella stessa piana, e che ci piaccia o no, siamo parenti molto stretti, ed abbiamo usi e costumi molto simili.
Non abbiamo mai fatto caso se queste buchette esistono anche fuori zona, che so...a Lucca o a Siena, ma scommetteremmo di sì.
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domenica 5 novembre 2017
domenica 22 ottobre 2017
A UN TIRO DI SCHIOPPO: CASOLE D'ELSA
Una bella gita in un bel posto vicino.
E' quello che vi aspettate dai nostri suggerimenti.
Eccoci qua, al 100%!
Casole D'Elsa.
E' in Val'Elsa (lo dice il nome) quindi uno dei nostri luoghi preferiti.
Come tutti i borghi da queste parti, fu teatro di dispute sanguinosissime tra la Repubblica Fiorentina e Siena, finchè, dopo l'arcinota battaglia di Montaperti, nel 1260, non rientrò sotto la sfera d'influenza di Siena.
E ci rimase sino al XVI scolo, quando entrò a far parte del Granducato di Toscana, sotto il dominio dei Medici.
Poi, entrò a far parte del Regno d'Italia, che le piacesse o no.
Essendo in una zona di passaggio, come tutta la Val d'Elsa del resto, fu praticamente distrutto nel 1944, con il passaggio del fronte nel corso della seconda guerra mondiale.
Quindi, molto in sintesi, una storia che abbiamo raccontato almeno un centinaio di volte, in tutto simile a quella di molti altri borghi che abbiamo visitato e che vi spingiamo a visitare a vostra volta.
E allora che ci andiamo a fare... direte voi. Storia vista e rivista.
Prima di tutto Casole è in un luogo incantevole. Su una collina, domina un panorama a perdita d'occhio, e dove ci sono anche poche zone industriali!
E poi è uno di quei borghi senesi talmente accurati, dove persino i panni stesi ad asciugare sono in nuance tra di loro, tanto che ti domandi se la vecchietta con il grembiule a fiori seduta sulla sedia impagliata, e che fa la calza davanti a casa sua, non sia per caso pagata dalla pro-loco.
Noi ci siamo capitati durante una fiera dei fiori (si, va bene, sembra un gioco di parole, ma per una volta non ce lo siamo cercato...) e l'atmosfera era così deliziosa che non abbiamo potuto far altro che passeggiare su e giù, cercando di assorbire più serenità possibile da quel luogo incantevole.
Quando poi abbiamo cercato un posto dove poter nutrire anche il corpo, (oltre che l'anima) abbiamo trovato un ristante all'aperto con una vista a dir poco spettacolare sulla valle, i prati ed i borghi vicini.
Abbiamo mangiato bene, ma per quel che ci riguarda potevano darci da mangiare anche rape lesse: con quel panorama da ammirare non ce ne saremo accorti nemmeno.
Più in basso, un percorso pedonale conduce all'ammirazione di alcune opere di artisti contemporanei,
di cui alcuni già li conosciamo, perchè abbiamo visitato "Selva di sogno" (link) e altri invece ci hanno sorpreso per la loro forza, pensando soprattutto che si trovano in un piccolo borgo, e non in una grande città, dove sicuramente potrebbero essere visti da un maggior numero di persone.
Ma si sa che a volte le piccole realtà locali sono quelle maggiormente aperte rispetto ad altre più grandi, che possono scegliere tra molte proposte e privilegiare magari grandi nomi, e non artisti emergenti o locali.
Certo, le piccole realtà hanno anche qualche problema di censura.
Questa statua non ha senso, se non si sa che il personaggio qui ritratto stava guardandosi il pisello, e che l'amministrazione locale lo ha fatto togliere perchè era vicino ad una scuola e poteva turbare i bambini!!
Mappa
E' quello che vi aspettate dai nostri suggerimenti.
Eccoci qua, al 100%!
Casole D'Elsa.
E' in Val'Elsa (lo dice il nome) quindi uno dei nostri luoghi preferiti.
Come tutti i borghi da queste parti, fu teatro di dispute sanguinosissime tra la Repubblica Fiorentina e Siena, finchè, dopo l'arcinota battaglia di Montaperti, nel 1260, non rientrò sotto la sfera d'influenza di Siena.
E ci rimase sino al XVI scolo, quando entrò a far parte del Granducato di Toscana, sotto il dominio dei Medici.
Poi, entrò a far parte del Regno d'Italia, che le piacesse o no.
Essendo in una zona di passaggio, come tutta la Val d'Elsa del resto, fu praticamente distrutto nel 1944, con il passaggio del fronte nel corso della seconda guerra mondiale.
Quindi, molto in sintesi, una storia che abbiamo raccontato almeno un centinaio di volte, in tutto simile a quella di molti altri borghi che abbiamo visitato e che vi spingiamo a visitare a vostra volta.
E allora che ci andiamo a fare... direte voi. Storia vista e rivista.
Prima di tutto Casole è in un luogo incantevole. Su una collina, domina un panorama a perdita d'occhio, e dove ci sono anche poche zone industriali!
E poi è uno di quei borghi senesi talmente accurati, dove persino i panni stesi ad asciugare sono in nuance tra di loro, tanto che ti domandi se la vecchietta con il grembiule a fiori seduta sulla sedia impagliata, e che fa la calza davanti a casa sua, non sia per caso pagata dalla pro-loco.
Noi ci siamo capitati durante una fiera dei fiori (si, va bene, sembra un gioco di parole, ma per una volta non ce lo siamo cercato...) e l'atmosfera era così deliziosa che non abbiamo potuto far altro che passeggiare su e giù, cercando di assorbire più serenità possibile da quel luogo incantevole.
Quando poi abbiamo cercato un posto dove poter nutrire anche il corpo, (oltre che l'anima) abbiamo trovato un ristante all'aperto con una vista a dir poco spettacolare sulla valle, i prati ed i borghi vicini.
Abbiamo mangiato bene, ma per quel che ci riguarda potevano darci da mangiare anche rape lesse: con quel panorama da ammirare non ce ne saremo accorti nemmeno.
Più in basso, un percorso pedonale conduce all'ammirazione di alcune opere di artisti contemporanei,
di cui alcuni già li conosciamo, perchè abbiamo visitato "Selva di sogno" (link) e altri invece ci hanno sorpreso per la loro forza, pensando soprattutto che si trovano in un piccolo borgo, e non in una grande città, dove sicuramente potrebbero essere visti da un maggior numero di persone.
Ma si sa che a volte le piccole realtà locali sono quelle maggiormente aperte rispetto ad altre più grandi, che possono scegliere tra molte proposte e privilegiare magari grandi nomi, e non artisti emergenti o locali.
Certo, le piccole realtà hanno anche qualche problema di censura.
Questa statua non ha senso, se non si sa che il personaggio qui ritratto stava guardandosi il pisello, e che l'amministrazione locale lo ha fatto togliere perchè era vicino ad una scuola e poteva turbare i bambini!!
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venerdì 20 ottobre 2017
NEL MUGELLO: LA FORTEZZA DI SAN PIERO A SIEVE E IL PONTE DI CIMABUE
Tutti sanno che i Medici sono originari della zona del Mugello.
Pochi invece sanno che a San Piero a Sieve esiste una fortezza Medicea.
Noi, per esempio, non lo sapevamo.
Ed invece è abbastanza vicina al piccolo e grazioso centro storico della cittadina, da poco unita nello stesso comune con la vicina Scarperia.
E' situata su una piccola altura, anzi, vorremmo dire che "è" la piccola altura, perchè si tratta probabilmente della più grande fortezza medicea che sia mai stata costruita, e l'esterno è quello che conosciamo bene, e che abbiamo visto in tante altre fortezze medicee della zona, tutte opera del Buontalenti, del resto: terrapieni coperti di laterizio rosso, i baluardi (noi ne abbiamo contati nove) ancora assai imponenti, due grandi portoni uno che guarda verso Firenze ed uno che guarda verso Bologna.
All'interno non è attualmente visitabile, perchè secoli di incuria sono difficili da recuperare in pochi anni di restauri; inoltre c'è una vera e propria cittadella, con caserme, depositi per le armi, mulini a vento, officine per la riparazione dei carri e per la costruzione dei costruzione dei cannoni, oltre naturalmente alle stalle, alle prigioni, ed a una cappella, per la cura delle anime dei soldati, quindi tanta roba da restaurare.
E' possibile fare una bella passeggiata tutta intorno, ed ammirare i rampicanti che, purtroppo, hanno quasi sgretolato le antiche mura. Ma che dire? ormai fanno parte di esse.
La Fortezza, dedicata a san Martino, fu fatta costruire da Cosimo I°, nel 1569 e fu dismessa da Leopoldo I° di Lorena nel 1784, giudicandola inutile (ed a quel tempo era vero), perchè erano cessati i pericoli di invasione dal nord.
La fortezza fu destinata ad uso agricolo, e molti contadini della zona si trasferirono lì per abitarci e ricoverarci gli attrezzi agricoli.
Forse è stato proprio grazie a questo utilizzo, che non è una diventata una cava a cielo aperto, e che si è abbastanza ben conservata, nonostante l'incuria di secoli.
Ci si arriva dal centro del borgo, tramite un facile sentiero sterrato.
Ci si sposta di poco, e si va a Vicchio per trovare quello che adesso si chiama il ponte della Ragnaia, ma è conosciuto da tutti come il Ponte di Cimabue.
Si tratta di un ponte rinascimentale, costruito sui resti di un ponte medioevale, sperso nella campagna mugellana: per vederlo bisogna uscire dalla SS67 tosco romagnola e fare piccola deviazione.
Ci si trova in aperta campagna ed il piccolo ponte è quello dove, secondo la leggenda, il pittore Cimabue, incontrò il giovane Giotto, nativo di quelle parti.
La storia è arcinota: Cimabue se ne andava per i fatti suoi, quando notò un pastorello, che con arte sopraffina, ritraeva una delle sue pecore su una lastra di ardesia. Lo volle a tutti i costi nella sua bottega, e aveva le sue buone ragioni: quel pastorello era Giotto di Bondone.
La leggenda è questa, e essendo tale non è mai stata provata.
Il ponte potrebbe essere questo come altri cento nella zona - anche se c'è tanto di targa scolpita nella pietra - ma il luogo vale la visita.
E' uno di quegli scorci che il Mugello è ancora capace di regalare: una campagna soave, toccata dall'uomo quel tanto da disegnarla a sua immagine, ma non da deturparla.
Non si fa fatica nè ad immaginarsi il fiero artista, che cavalcava verso l'appennino, nè il piccolo pastorello che ritraeva la sua pecorella con mezzi di fortuna, perchè certamente qui il paesaggio è cambiato di poco: certo, la strada non era asfaltata, ma il ruscello che passa sotto il ponte cantava nello stesso modo, ed era limpido e brillante cinquecento anni fa come adesso.
La casa colonica non era vistosamente imbiancata di giallo, ma scommetteremmo che era già lì, e il filare di pioppi c'era già. Sicuramente non erano gli stessi alberi che ondeggiavano argentei al vento, ma nello stesso luogo sicuramente sì.
Ed i cavalli che pascolavano nel recinto, erano certamente dei parenti alla lontana di quelli che, cinquecento anni fa, pascolavano nello stesso recinto.
Si ha una leggera vertigine; e solamente il telecomando della macchina, facendo accendere le quattro frecce, ci riporta alla realtà.
Mappa
Pochi invece sanno che a San Piero a Sieve esiste una fortezza Medicea.
Noi, per esempio, non lo sapevamo.
Ed invece è abbastanza vicina al piccolo e grazioso centro storico della cittadina, da poco unita nello stesso comune con la vicina Scarperia.
E' situata su una piccola altura, anzi, vorremmo dire che "è" la piccola altura, perchè si tratta probabilmente della più grande fortezza medicea che sia mai stata costruita, e l'esterno è quello che conosciamo bene, e che abbiamo visto in tante altre fortezze medicee della zona, tutte opera del Buontalenti, del resto: terrapieni coperti di laterizio rosso, i baluardi (noi ne abbiamo contati nove) ancora assai imponenti, due grandi portoni uno che guarda verso Firenze ed uno che guarda verso Bologna.
All'interno non è attualmente visitabile, perchè secoli di incuria sono difficili da recuperare in pochi anni di restauri; inoltre c'è una vera e propria cittadella, con caserme, depositi per le armi, mulini a vento, officine per la riparazione dei carri e per la costruzione dei costruzione dei cannoni, oltre naturalmente alle stalle, alle prigioni, ed a una cappella, per la cura delle anime dei soldati, quindi tanta roba da restaurare.
E' possibile fare una bella passeggiata tutta intorno, ed ammirare i rampicanti che, purtroppo, hanno quasi sgretolato le antiche mura. Ma che dire? ormai fanno parte di esse.
La Fortezza, dedicata a san Martino, fu fatta costruire da Cosimo I°, nel 1569 e fu dismessa da Leopoldo I° di Lorena nel 1784, giudicandola inutile (ed a quel tempo era vero), perchè erano cessati i pericoli di invasione dal nord.
La fortezza fu destinata ad uso agricolo, e molti contadini della zona si trasferirono lì per abitarci e ricoverarci gli attrezzi agricoli.
Forse è stato proprio grazie a questo utilizzo, che non è una diventata una cava a cielo aperto, e che si è abbastanza ben conservata, nonostante l'incuria di secoli.
Ci si arriva dal centro del borgo, tramite un facile sentiero sterrato.
Ci si sposta di poco, e si va a Vicchio per trovare quello che adesso si chiama il ponte della Ragnaia, ma è conosciuto da tutti come il Ponte di Cimabue.
Si tratta di un ponte rinascimentale, costruito sui resti di un ponte medioevale, sperso nella campagna mugellana: per vederlo bisogna uscire dalla SS67 tosco romagnola e fare piccola deviazione.
Ci si trova in aperta campagna ed il piccolo ponte è quello dove, secondo la leggenda, il pittore Cimabue, incontrò il giovane Giotto, nativo di quelle parti.
La storia è arcinota: Cimabue se ne andava per i fatti suoi, quando notò un pastorello, che con arte sopraffina, ritraeva una delle sue pecore su una lastra di ardesia. Lo volle a tutti i costi nella sua bottega, e aveva le sue buone ragioni: quel pastorello era Giotto di Bondone.
La leggenda è questa, e essendo tale non è mai stata provata.
Il ponte potrebbe essere questo come altri cento nella zona - anche se c'è tanto di targa scolpita nella pietra - ma il luogo vale la visita.
E' uno di quegli scorci che il Mugello è ancora capace di regalare: una campagna soave, toccata dall'uomo quel tanto da disegnarla a sua immagine, ma non da deturparla.
Non si fa fatica nè ad immaginarsi il fiero artista, che cavalcava verso l'appennino, nè il piccolo pastorello che ritraeva la sua pecorella con mezzi di fortuna, perchè certamente qui il paesaggio è cambiato di poco: certo, la strada non era asfaltata, ma il ruscello che passa sotto il ponte cantava nello stesso modo, ed era limpido e brillante cinquecento anni fa come adesso.
La casa colonica non era vistosamente imbiancata di giallo, ma scommetteremmo che era già lì, e il filare di pioppi c'era già. Sicuramente non erano gli stessi alberi che ondeggiavano argentei al vento, ma nello stesso luogo sicuramente sì.
Ed i cavalli che pascolavano nel recinto, erano certamente dei parenti alla lontana di quelli che, cinquecento anni fa, pascolavano nello stesso recinto.
Si ha una leggera vertigine; e solamente il telecomando della macchina, facendo accendere le quattro frecce, ci riporta alla realtà.
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domenica 15 ottobre 2017
IL PARCO DI VILLA MONTALVO
Villa Ramirez de Montalvo, ecco il nome esatto dell'antica villa alle porte di Campi Bisenzio, e del cui parco vogliamo parlare.
Ecco, in due righe, abbiamo creato i presupposti per una serie di incisi, perchè non si tratta di un parco, ma di due parchi ben distinti, e Ramirez de Montalvo è solo uno dei tanti proprietari di questa avita costruzione, anche se in zona è conosciuta con questo nome.
Allora partiamo dai Ramirez de Montalvo, una nobile famiglia spagnola che arrivò a Firenze nel 1539 al seguito di Eleonora da Toledo, moglie di Cosimo I° de' Medici.
Qualche anno dopo, Don Antonio Ramirez acquistò questa villa - che era conosciuta come Villa alla Marina, per la sua vicinanza al torrente Marina, proprio alla confluenza con il fiume Bisenzio - da un componente di un ramo secondario della famiglia Medici, che a sua volta l'aveva avuta dalla famiglia Spinelli, che l'aveva acquistata dai Del Sodo, che l'avevano comprata dai Tornabuoni, che nella metà del duecento avevano fortificato una costruzione già esistente.
La villa appartenne ai Ramirez de Montalvo per circa trecento anni, senz'altro i migliori per la proprietà perchè i Montalvo la ampliarono ed abbellirono.
Poi, come succede in tutte le famiglie, ci furono personaggi che l'amarono di più ed altri che l'amarono di meno. Nel XVII secolo il vicino torrente Marina esondò più volte, provocando molti seri danni, e certamente questo non favorì i proprietari dell'epoca.
Tuttavia, intorno al 1760, la ereditò un certo Don Ferdinando che invece la fece restaurare ed ampliare, l'interno della villa venne ammodernato ed abbellito, ed il parco migliorato con molte piante di pregio e belle statue.
Lungo il famigerato torrente Marina è inoltre ripristinata - e anzi migliorata - una macchia boschiva che diventa una vera e propria ragnaia.
(Per chi non lo sapesse, la ragnaia era una caratteristica dei giardini all'italiana; in sostanza si trattava di un boschetto molto fitto, di solito attraversato da un ruscello, dove si potevano stendere delle reti per catturare gli uccelli, che somigliavano a delle ragnatele - da cui il nome - e che con il tempo diventarono dei luoghi dove prendere il fresco in estate)
Questa ragnaia diventò molto famosa tra i nobili dell'epoca, ed era molto ben frequentata da tutti i nobili fiorentini.
La villa rimase di proprietà dei Ramirez sino al 1838, quando l'ultima discendente della famiglia, Giulia, sposò il giovane ingegnere lucchese Felice Matteucci, inventore con Eugenio Barsanti del motore a combustione interna!
Felice Matteucci ci ha vissuto a lungo ed è sepolto qui, nella cappella interna alla villa.
Nel 1921 i suoi eredi l'hanno venduta al fattore della villa, che incrementò le attività agricole che già erano legate a questa villa (e già, sennò lui che ci stava a fare, sino a quel momento?...), ma durante il periodo bellico l'ha rivenduta ad un industriale milanese, un certo Walter Pauly, che l'ha tenuta sino ai primi anni '70, quando fu ceduta ad una multinazionale.
A questo punto era in totale rovina.
Nel 1984 fu comprata dal Comune di Campi Bisenzio, nel cui territorio comunale la villa sorge.
Nel parco della villa ci sono alcuni splendidi alberi monumentali, tra cui un gigantesco platano ultracentenario ed una magnolia, famosa in tutta la zona.
Il restauro è stato lungo e meticoloso, ed è terminato alla soglia del 2000.
Adesso la villa ospita la biblioteca comunale, l'archivio storico e dei locali, che vengono messi a disposizione per manifestazioni di vario interesse.
L'altro parco è quello chiamato "Parco Urbano di Villa Montalvo" e sorge nei terreni adiacenti la villa, nei quali si svolse una festa nazionale dell'Unità, nel 1988.
L'allora Partito Comunista Italiano, si impegnò in una sottoscrizione, detta "Compra un Parco", per cui tutti i tesserati, e tutti i partecipanti la festa, potevano acquistare delle quote con le quali si sarebbe poi provveduto all'acquisto dei terreni ed all'allestimento del parco pubblico, che il partito intendeva lasciare alla zona, quale compenso all'ospitalità ricevuta per l'organizzazione della Festa Nazionale.
Purtroppo l'acquisto delle quote non andò bene come si era immaginato, ed il Comune di Campi Bisenzio provvide ad integrare - non senza polemiche - quanto mancava per l'acquisto della zona, operazione che si concluse solo nel 1995.
La zona - compresa tra la A11, via di Limite, il torrente Marina e la circonvallazione nord di Campi Bisenzio - fu allestita con numerose piante, arredo urbano, tracciatura di vialetti, sistemazione di ponti sui ruscelli che attraversano l'area, e un'area gioco per bambini e fu terminata solo nel 2001.
Una gestazione lunga e faticosa, ma adesso il risultata appaga gli occhi e l'animo e passeggiare qui è piacevole ed interessante, perchè si è immersi nel verde ed al sicuro, ma si possono vedere partire ed atterrare gli aerei dall'aereoporto di Peretola, e le macchine che sfrecciano (se non c'è la coda, beninteso) sull'autostrada A11.
Mappa
Felice Matteucci ci ha vissuto a lungo ed è sepolto qui, nella cappella interna alla villa.
Nel 1921 i suoi eredi l'hanno venduta al fattore della villa, che incrementò le attività agricole che già erano legate a questa villa (e già, sennò lui che ci stava a fare, sino a quel momento?...), ma durante il periodo bellico l'ha rivenduta ad un industriale milanese, un certo Walter Pauly, che l'ha tenuta sino ai primi anni '70, quando fu ceduta ad una multinazionale.
A questo punto era in totale rovina.
Nel 1984 fu comprata dal Comune di Campi Bisenzio, nel cui territorio comunale la villa sorge.
Nel parco della villa ci sono alcuni splendidi alberi monumentali, tra cui un gigantesco platano ultracentenario ed una magnolia, famosa in tutta la zona.
Il restauro è stato lungo e meticoloso, ed è terminato alla soglia del 2000.
Adesso la villa ospita la biblioteca comunale, l'archivio storico e dei locali, che vengono messi a disposizione per manifestazioni di vario interesse.
L'altro parco è quello chiamato "Parco Urbano di Villa Montalvo" e sorge nei terreni adiacenti la villa, nei quali si svolse una festa nazionale dell'Unità, nel 1988.
L'allora Partito Comunista Italiano, si impegnò in una sottoscrizione, detta "Compra un Parco", per cui tutti i tesserati, e tutti i partecipanti la festa, potevano acquistare delle quote con le quali si sarebbe poi provveduto all'acquisto dei terreni ed all'allestimento del parco pubblico, che il partito intendeva lasciare alla zona, quale compenso all'ospitalità ricevuta per l'organizzazione della Festa Nazionale.
Purtroppo l'acquisto delle quote non andò bene come si era immaginato, ed il Comune di Campi Bisenzio provvide ad integrare - non senza polemiche - quanto mancava per l'acquisto della zona, operazione che si concluse solo nel 1995.
La zona - compresa tra la A11, via di Limite, il torrente Marina e la circonvallazione nord di Campi Bisenzio - fu allestita con numerose piante, arredo urbano, tracciatura di vialetti, sistemazione di ponti sui ruscelli che attraversano l'area, e un'area gioco per bambini e fu terminata solo nel 2001.
Una gestazione lunga e faticosa, ma adesso il risultata appaga gli occhi e l'animo e passeggiare qui è piacevole ed interessante, perchè si è immersi nel verde ed al sicuro, ma si possono vedere partire ed atterrare gli aerei dall'aereoporto di Peretola, e le macchine che sfrecciano (se non c'è la coda, beninteso) sull'autostrada A11.
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domenica 20 agosto 2017
ORANGINA...CHI ERA COSTEI?
Con chiunque abbiamo parlato, bambino negli anni '60 e adolescente negli anni '70, alla parola "orangina" si sono illuminati gli occhi, e il ricordo, netto e preciso, era della "bottiglietta rotonda, piccola, verde scura, con l'esterno a buccia di arancia".
Tutto vero.
Ma non si chiamava orangina, bensì aranciata Roveta. (ricordatevi di questo nome, perchè poi ne parliamo).
Pensiamo che l'equivoco sia nato perchè la bottiglia dell'Orangina, marchio francese nato nel 1935, era simile nelle dimensioni, nel colore e nel tipo di forma della bottiglia.
Il marchio Orangina è mancato dall'Italia per parecchi anni, e solo di recente è stato reimportato in Italia, da parte di un distributore dal nome che è tutto un programma (OnestiGroup).
Riteniamo quindi - ma si tratta di un 'interpretazione del tutto personale - che l'immagine della Aranciata Roveta e quella dell'Orangina si siano sovrapposte nell'immaginario collettivo, a causa delle similitudini esistenti tra i due marchi, e alimentata dal fatto che Orangina sia scomparsa dal mercato italiano per diversi anni.
Detto questo, ritorniamo alla bottiglietta verde da 0,20 lt, che si chiamava Aranciata Roveta.
Anzi, torniamo alla Sorgente Roveta.
Prendeva il nome dalla località dove sgorgava la sorgente, e che si trova nel comune di Sandicci.
Per dire la verità, l'acqua non sgorgava, come ci si immaginerebbe da una sorgente, ma trasudava dalle rocce.
Proprio questo fatto le dava delle caratteristiche chimico-fisiche di qualità e purezza uniche, oltre a darle un gusto particolare.
Questa strana fonte era nota da tempo, ma solo l'imprenditore Enrico Scotti ebbe l'intuizione di sfruttarla, nei primi anni del secolo scorso.
Tuttavia Enrico Scotti non andò oltre i canoni del suo tempo, quando lo sfruttamento di una fonte d'acqua era legato al turismo termale.
Fece costruire l'Albergo delle Fonti, dotandolo, già dal 1905. di comfort inauditi per l'epoca, il telefono, e campi da tennis.
La grossa spinta in avanti venne dal figlio di Enrico, Gino Scotti, che ereditò l'azienda dal padre nel 1929.
Gino Scotti era una persona veramente "avanti".
Potenziò la recezione alberghiera, facendone un luogo di villeggiatura di grande prestigio: nell'Albergo delle Fonti, hanno trascorso dei periodi di ritiro sia la Fiorentina, che la squadra nazionale di calcio, che vinse i mondiali nel 1934 e nel 1938.
Nel secondo dopoguerra - in un periodo quindi in cui era cosa non da poco avere l'acqua corrente in casa - intuì le potenzialità del mercato dell'acqua in bottiglia, ed in seguito anche quello delle bibite, derivate da un marchio di acque minerali.
Da vero precursore, aveva già una visione della ricerca della "naturalità", da parte del mercato, nei prodotti industriali, e si inventò la famosa bottiglietta a forma di arancia; oltre al chinotto - che si chiamava Kinotto, con la "k" - la cedrata - un classico anni '50 - e, udite, udite, il pompelmo... che negli anni '50 era un frutto veramente esotico!
Il sig. Gino era un vero esperto di marketing ante-litteram, ed a quei tempi la Sorgente Roveta era un'industria che dava lavoro a 80 famiglie della zona, che aveva i macchinari migliori e più all'avanguardia, con una speciale attenzione al mantenimento dei sapori naturali delle sue bibite.
Si era inventato persino un concorso a premi, legato al ritrovamento di un certo numero stampato nel tappo delle bottiglie.
Purtroppo, venne a mancare nel 1960.
Alla sua morte iniziarono le battaglie legali tra gli eredi, per il possesso dell'azienda.
Da lì iniziò il declino, perchè, priva di una guida forte che potesse continuare l'opera di aggiornamento continuo che Gino Scotti aveva intuito e realizzato, l'azienda perse il predominio sul mercato nazionale, riducendosi sempre più a realtà locale.
Nel 1966 ci fu il primo sciopero delle maestranze, che lavorava con lo stesso contratto dal 1925; poi cessò la produzione delle bibite; ed il 14 agosto 1975 gli ultimi 15 operai rimasti credevano di andare in ferie, ma lo stabilimento non fu mai più riaperto!
Anche l'Albergo delle Fonti fu chiuso; fu riaperto alcuni anni dopo con il nome Hotel Sorgente Roveta, ma è stato chiuso definitivamente nel 2008, dopo alcuni anni di gestioni a dir poco infelici.
Particolarmente spettrale è la visita al suo sito internet, tuttora esistente, ma fermo al 2004.
Lo potete vedere a questo indirizzo http://www.sorgenteroveta.it/home.htm
Mappa
Tutto vero.
Ma non si chiamava orangina, bensì aranciata Roveta. (ricordatevi di questo nome, perchè poi ne parliamo).
Pensiamo che l'equivoco sia nato perchè la bottiglia dell'Orangina, marchio francese nato nel 1935, era simile nelle dimensioni, nel colore e nel tipo di forma della bottiglia.
Il marchio Orangina è mancato dall'Italia per parecchi anni, e solo di recente è stato reimportato in Italia, da parte di un distributore dal nome che è tutto un programma (OnestiGroup).
Riteniamo quindi - ma si tratta di un 'interpretazione del tutto personale - che l'immagine della Aranciata Roveta e quella dell'Orangina si siano sovrapposte nell'immaginario collettivo, a causa delle similitudini esistenti tra i due marchi, e alimentata dal fatto che Orangina sia scomparsa dal mercato italiano per diversi anni.
Detto questo, ritorniamo alla bottiglietta verde da 0,20 lt, che si chiamava Aranciata Roveta.
Anzi, torniamo alla Sorgente Roveta.
Prendeva il nome dalla località dove sgorgava la sorgente, e che si trova nel comune di Sandicci.
Per dire la verità, l'acqua non sgorgava, come ci si immaginerebbe da una sorgente, ma trasudava dalle rocce.
Proprio questo fatto le dava delle caratteristiche chimico-fisiche di qualità e purezza uniche, oltre a darle un gusto particolare.
Questa strana fonte era nota da tempo, ma solo l'imprenditore Enrico Scotti ebbe l'intuizione di sfruttarla, nei primi anni del secolo scorso.
Tuttavia Enrico Scotti non andò oltre i canoni del suo tempo, quando lo sfruttamento di una fonte d'acqua era legato al turismo termale.
Fece costruire l'Albergo delle Fonti, dotandolo, già dal 1905. di comfort inauditi per l'epoca, il telefono, e campi da tennis.
La grossa spinta in avanti venne dal figlio di Enrico, Gino Scotti, che ereditò l'azienda dal padre nel 1929.
Gino Scotti era una persona veramente "avanti".
Potenziò la recezione alberghiera, facendone un luogo di villeggiatura di grande prestigio: nell'Albergo delle Fonti, hanno trascorso dei periodi di ritiro sia la Fiorentina, che la squadra nazionale di calcio, che vinse i mondiali nel 1934 e nel 1938.
Nel secondo dopoguerra - in un periodo quindi in cui era cosa non da poco avere l'acqua corrente in casa - intuì le potenzialità del mercato dell'acqua in bottiglia, ed in seguito anche quello delle bibite, derivate da un marchio di acque minerali.
Da vero precursore, aveva già una visione della ricerca della "naturalità", da parte del mercato, nei prodotti industriali, e si inventò la famosa bottiglietta a forma di arancia; oltre al chinotto - che si chiamava Kinotto, con la "k" - la cedrata - un classico anni '50 - e, udite, udite, il pompelmo... che negli anni '50 era un frutto veramente esotico!
Il sig. Gino era un vero esperto di marketing ante-litteram, ed a quei tempi la Sorgente Roveta era un'industria che dava lavoro a 80 famiglie della zona, che aveva i macchinari migliori e più all'avanguardia, con una speciale attenzione al mantenimento dei sapori naturali delle sue bibite.
Si era inventato persino un concorso a premi, legato al ritrovamento di un certo numero stampato nel tappo delle bottiglie.
Purtroppo, venne a mancare nel 1960.
Alla sua morte iniziarono le battaglie legali tra gli eredi, per il possesso dell'azienda.
Da lì iniziò il declino, perchè, priva di una guida forte che potesse continuare l'opera di aggiornamento continuo che Gino Scotti aveva intuito e realizzato, l'azienda perse il predominio sul mercato nazionale, riducendosi sempre più a realtà locale.
Nel 1966 ci fu il primo sciopero delle maestranze, che lavorava con lo stesso contratto dal 1925; poi cessò la produzione delle bibite; ed il 14 agosto 1975 gli ultimi 15 operai rimasti credevano di andare in ferie, ma lo stabilimento non fu mai più riaperto!
Anche l'Albergo delle Fonti fu chiuso; fu riaperto alcuni anni dopo con il nome Hotel Sorgente Roveta, ma è stato chiuso definitivamente nel 2008, dopo alcuni anni di gestioni a dir poco infelici.
Particolarmente spettrale è la visita al suo sito internet, tuttora esistente, ma fermo al 2004.
Lo potete vedere a questo indirizzo http://www.sorgenteroveta.it/home.htm
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domenica 4 giugno 2017
L'UTOPIA DI TERRA DEL SOLE
Contrariamente a tutte le nostre abitudini di turismo a km zero, per fare questo giretto un po' di chilometri si devono fare.
Ma certamente vi suggeriamo un itinerario alternativo.
Quindi non percorrete l'autostrada " A1 direttissima" e nemmeno la
"A1 panoramica".
No, qui si tratta di andare dalle parti di Forlì, per cui cosa meglio del passo del Muraglione?
Se ci potete andare in moto, avete raggiunto l'apice della perfezione.
Ma anche andare in auto va bene...
Sul versante toscano le curve sono impegnative, ma gradevoli.
Sul versante romagnolo, dopo pochi tornanti effettivamente ripidi, ci si trova presto a Portico di Romagna: da lì è tutta diritta.
Ecco, quando la SS67 Toscoromagnola (sempre di lei si tratta) è bella grande, e corre veloce in una bellissima campagna, girate per Castrocaro Terme, località famosa per le terme, per Miss Italia e per il concorso delle voci nuove.
Tutta roba anni '60, è vero, ma tutt'ora conosciuta.
Vedrete che i cartelli stradali - non tutti - riportano l'indicazione per "Castrocaro Terme- Terra del Sole", infatti adesso è una solo comune, e tra i due abitati c'è solo un chilometro di distanza.
Concentriamoci su Terra Del Sole, un bellissimo nome per una "città ideale" così come amavano immaginare i mecenati del rinascimento.
Come tutte le città di Fondazione, Terra del Sole ha una data di nascita: l'8 dicembre 1564, data in cui fu posata la prima pietra per la costruzione della città fortezza, voluta dal Granduca Cosimo I° de' Medici.
Se ci seguite - e se conoscete la storia, soprattutto - sapete che a quei tempi questa era terra toscana, quella Romagna Toscana di cui abbiamo già parlato (link) e che tale è rimasta fino al 1923, quando fu aggregata alla provincia di Forlì.
A quei tempi la città ideale era un'utopia che i grandi personaggi potevano togliersi lo sfizio di provare a costruire.
Cosimo I° voleva accentrare in un unico luogo, una fortezza certamente, ma "a misura d'uomo", tutte le varie amministrazioni medicee, che a quei tempi erano divise tra le varie città romagnole.
E non dimentichiamo che le terre di Romagna erano considerate il granaio della Toscana medicea, e per tenere al sicuro il grano - che aveva un grande valore anche "monetario", cosa di meglio di una bella fortezza, che lo avrebbe custodito e difeso?
Terra del Sole non era ancora terminata, quando nel giugno del 1579, vi furono trasferiti tutti gli uffizi medicei, specialmente dalla vicina Castrocaro.
La città era completamente cinta da mura in laterizio, molto simili a quelle che ancora adesso si possono ammirare a Lucca;
al suo interno ci sono due borghi, costruiti secondo delle regole e delle proporzioni molto precise, che si chiamavano "borgo Fiorentino" quello verso l'appennino, e "borgo Romano" quello verso la pianura.
Ai quattro, lati, erano collocati degli imponenti bastioni, dei quali solo uno è ancora in piedi, ed ospita un bellissimo giardino pubblico.
Attorno alla Piazza d'arme, dove si svolgeva anche un affollato e frequentatissimo mercato, sono la chiesa dedicata a Santa Reparata
e, proprio di fronte, il Palazzo dei Commissari - tanto per non perdere di vista la doppia anima del potere (del tempo?), religioso e civile.
Rimarrà capoluogo della Romagna Toscana sino al 1784, anno in cui la provincia fu abolita.
Da lì, la storia di Terra del Sole cambiò radicalmente.
La fortezza era stata disarmata qualche anno prima, e quando fu deciso che la famigerata SS67 Toscoromagnola dovesse passarle proprio nel mezzo... beh fu l'inizio della fine per le imponenti mura, che furono in parte smantellate, in parte utilizzate come cava per altre costruzioni, come del resto è successo quasi ovunque.
Terra del Sole perse nel tempo la sua importanza, a vantaggio di Castrocaro, di cui è stata considerata una frazione, sino ai tempi recenti in cui le due metà di questo comune,si sono definitivamente unite.
Mappa
Ma certamente vi suggeriamo un itinerario alternativo.
Quindi non percorrete l'autostrada " A1 direttissima" e nemmeno la
"A1 panoramica".
No, qui si tratta di andare dalle parti di Forlì, per cui cosa meglio del passo del Muraglione?
Se ci potete andare in moto, avete raggiunto l'apice della perfezione.
Ma anche andare in auto va bene...
Sul versante toscano le curve sono impegnative, ma gradevoli.
Sul versante romagnolo, dopo pochi tornanti effettivamente ripidi, ci si trova presto a Portico di Romagna: da lì è tutta diritta.
Ecco, quando la SS67 Toscoromagnola (sempre di lei si tratta) è bella grande, e corre veloce in una bellissima campagna, girate per Castrocaro Terme, località famosa per le terme, per Miss Italia e per il concorso delle voci nuove.
Tutta roba anni '60, è vero, ma tutt'ora conosciuta.
Vedrete che i cartelli stradali - non tutti - riportano l'indicazione per "Castrocaro Terme- Terra del Sole", infatti adesso è una solo comune, e tra i due abitati c'è solo un chilometro di distanza.
Concentriamoci su Terra Del Sole, un bellissimo nome per una "città ideale" così come amavano immaginare i mecenati del rinascimento.
Come tutte le città di Fondazione, Terra del Sole ha una data di nascita: l'8 dicembre 1564, data in cui fu posata la prima pietra per la costruzione della città fortezza, voluta dal Granduca Cosimo I° de' Medici.
Se ci seguite - e se conoscete la storia, soprattutto - sapete che a quei tempi questa era terra toscana, quella Romagna Toscana di cui abbiamo già parlato (link) e che tale è rimasta fino al 1923, quando fu aggregata alla provincia di Forlì.
A quei tempi la città ideale era un'utopia che i grandi personaggi potevano togliersi lo sfizio di provare a costruire.
Cosimo I° voleva accentrare in un unico luogo, una fortezza certamente, ma "a misura d'uomo", tutte le varie amministrazioni medicee, che a quei tempi erano divise tra le varie città romagnole.
E non dimentichiamo che le terre di Romagna erano considerate il granaio della Toscana medicea, e per tenere al sicuro il grano - che aveva un grande valore anche "monetario", cosa di meglio di una bella fortezza, che lo avrebbe custodito e difeso?
Terra del Sole non era ancora terminata, quando nel giugno del 1579, vi furono trasferiti tutti gli uffizi medicei, specialmente dalla vicina Castrocaro.
La città era completamente cinta da mura in laterizio, molto simili a quelle che ancora adesso si possono ammirare a Lucca;
al suo interno ci sono due borghi, costruiti secondo delle regole e delle proporzioni molto precise, che si chiamavano "borgo Fiorentino" quello verso l'appennino, e "borgo Romano" quello verso la pianura.
Ai quattro, lati, erano collocati degli imponenti bastioni, dei quali solo uno è ancora in piedi, ed ospita un bellissimo giardino pubblico.
Attorno alla Piazza d'arme, dove si svolgeva anche un affollato e frequentatissimo mercato, sono la chiesa dedicata a Santa Reparata
e, proprio di fronte, il Palazzo dei Commissari - tanto per non perdere di vista la doppia anima del potere (del tempo?), religioso e civile.
Rimarrà capoluogo della Romagna Toscana sino al 1784, anno in cui la provincia fu abolita.
Da lì, la storia di Terra del Sole cambiò radicalmente.
La fortezza era stata disarmata qualche anno prima, e quando fu deciso che la famigerata SS67 Toscoromagnola dovesse passarle proprio nel mezzo... beh fu l'inizio della fine per le imponenti mura, che furono in parte smantellate, in parte utilizzate come cava per altre costruzioni, come del resto è successo quasi ovunque.
Terra del Sole perse nel tempo la sua importanza, a vantaggio di Castrocaro, di cui è stata considerata una frazione, sino ai tempi recenti in cui le due metà di questo comune,si sono definitivamente unite.
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domenica 14 maggio 2017
IL CONSERVATORIO DI SAN NICCOLO'
Quando si parla di un Conservatorio, si pensa ad una scuola destinata allo studio della musica, no?!
In questo caso, niente di più sbagliato.
Si chiama Conservatorio - ma i pratesi, giustamente, lo conoscono come "il collegio" - perchè era destinato a conservare (anzi, a "tenere in serbanza") le figlie delle nobili famiglie toscane.
Che le si conservasse per un fastoso matrimonio o per destinarle al Chiostro, era secondario. Prima di tutto si doveva conservare la loro virtù.
Per loro, e per i loro abiti ingombranti, era stata realizzata dall'architetto pratese Giuseppe Valentini nel 1787, la Scala Regia, che ha la caratteristica di avere una pedata molto profonda, ma un'alzata assai dolce, allo scopo di facilitare la salita.
Questa scala monumentale conduce al piano superiore, dove al giorno d'oggi sono le aule dei vari gradi di scuole- dall'asilo al liceo - che ancora oggi sono frequentate principalmente da ragazze.
Entrare all'interno di San Niccolò è un privilegio raro.
Noi abbiamo approfittato delle giornate del FAI, per entrare e visitarlo.
Era una novità anche per noi, vecchi pratesi.
Abbiamo visitato l'aula Capitolare, dove le suore si sedevano per discutere dei problemi del convento.
E' una grande stanza, arredata con semplicità, ma splendidamente affrescata.
La particolarità è che sotto di essa esiste un'altra stanza, con le stesse dimensioni e che fungeva da cimitero: le suore defunte venivano vestite e messe sedute nella stessa postazione dove sedevano in vita, a perpetuare un eterno Capitolo.
Ancora al di sotto, un'altra stanza accoglieva le ossa, quando il corpo si era naturalmente decomposto, e per lasciare spazio ad un'altra consorella defunta.
Va da sè che in queste stanze segrete, hanno trovato rifugio molte persone, dai rastrellamenti tedeschi durante la seconda guerra mondiale.
Il chiostro è in parte chiuso da vetrate, in parte aperto e nell'ultimo lato è stato murato, in modo da ricavare altre stanze e altre aule per l'educazione delle fanciulle.
Il chiostro ha inoltre la particolarità di avere due pozzi.
Uno nel centro, rotondo ed in pietra.
L'altro, a ridosso della parte vetrata del chiostro, è molto più antico ed ha una forma particolare, essendo anche intonacato e imbiancato.
Tuttavia si coglie ancora l'antico servizio a cui era adibito, a causa della carrucola che ancora lo sovrasta.
In una piccola stanza di comunicazione tra il chiostro e il corridoio delle celle delle monache, è conservato un crocifisso miracoloso.
Pare che la statua seicentesca, fosse stata scolpita con la bocca chiusa.
In una sera tempestosa, una bambina che saliva le scale- ospite dell'educandato - fu fermata da una voce le le intimava di fermarsi.
Lei ebbe un attimo di comprensibile smarrimento nel sentire questa voce.
Tanto fu sufficiente però, perchè in quel momento un fulmine perforò il tetto e divelse una mattonella del pavimento, da permettere alla bambina di salvarsi.
Da allora il crocifisso ha la bocca aperta!
E la mattonella non è più tornata al suo posto.
La mattonella mancante è nel corridoio delle celle delle monache, un grande corridoio contornato da piccole porte, che portano in piccole stanze arredate in maniera molto semplice (monacale, diremmo con una facile battuta).
Il corridoio è però bellissimo, in antico cotto consumato dagli anni e dal calpestio (è del nucleo originale del convento e risale a tra il 1323 ed il 1327) e nonostante questo, lucidissimo e dal colore veramente magnifico.
In fondo a questo corridoio abbiamo potuto visitare anche il vestibolo delle suore, una serie di armadi dove veniva conservato il vestiario sia delle suore che delle novizie, e che conserva al suo interno una cappella in legno dorato dove è custodito il sarcofago che conteneva il corpo di Santa Caterina de' Ricci, una famosa santa pratese, e che fu portato qui dopo le spoliazioni napoleoniche ai conventi.
Da allora è rimasto qui, ma vuoto: le spoglie della Santa sono custodite adesso in altro luogo.
Questa è solo una minima parte dell'antico convento.
Gran parte di esso non è visitabile, ma noi siamo stati felici di avere il privilegio di poterlo fare.
Mappa
In questo caso, niente di più sbagliato.
Si chiama Conservatorio - ma i pratesi, giustamente, lo conoscono come "il collegio" - perchè era destinato a conservare (anzi, a "tenere in serbanza") le figlie delle nobili famiglie toscane.
Che le si conservasse per un fastoso matrimonio o per destinarle al Chiostro, era secondario. Prima di tutto si doveva conservare la loro virtù.
Per loro, e per i loro abiti ingombranti, era stata realizzata dall'architetto pratese Giuseppe Valentini nel 1787, la Scala Regia, che ha la caratteristica di avere una pedata molto profonda, ma un'alzata assai dolce, allo scopo di facilitare la salita.
Questa scala monumentale conduce al piano superiore, dove al giorno d'oggi sono le aule dei vari gradi di scuole- dall'asilo al liceo - che ancora oggi sono frequentate principalmente da ragazze.
Entrare all'interno di San Niccolò è un privilegio raro.
Noi abbiamo approfittato delle giornate del FAI, per entrare e visitarlo.
Era una novità anche per noi, vecchi pratesi.
Abbiamo visitato l'aula Capitolare, dove le suore si sedevano per discutere dei problemi del convento.
E' una grande stanza, arredata con semplicità, ma splendidamente affrescata.
La particolarità è che sotto di essa esiste un'altra stanza, con le stesse dimensioni e che fungeva da cimitero: le suore defunte venivano vestite e messe sedute nella stessa postazione dove sedevano in vita, a perpetuare un eterno Capitolo.
Ancora al di sotto, un'altra stanza accoglieva le ossa, quando il corpo si era naturalmente decomposto, e per lasciare spazio ad un'altra consorella defunta.
Va da sè che in queste stanze segrete, hanno trovato rifugio molte persone, dai rastrellamenti tedeschi durante la seconda guerra mondiale.
Il chiostro è in parte chiuso da vetrate, in parte aperto e nell'ultimo lato è stato murato, in modo da ricavare altre stanze e altre aule per l'educazione delle fanciulle.
Il chiostro ha inoltre la particolarità di avere due pozzi.
Uno nel centro, rotondo ed in pietra.
L'altro, a ridosso della parte vetrata del chiostro, è molto più antico ed ha una forma particolare, essendo anche intonacato e imbiancato.
Tuttavia si coglie ancora l'antico servizio a cui era adibito, a causa della carrucola che ancora lo sovrasta.
In una piccola stanza di comunicazione tra il chiostro e il corridoio delle celle delle monache, è conservato un crocifisso miracoloso.
Pare che la statua seicentesca, fosse stata scolpita con la bocca chiusa.
In una sera tempestosa, una bambina che saliva le scale- ospite dell'educandato - fu fermata da una voce le le intimava di fermarsi.
Lei ebbe un attimo di comprensibile smarrimento nel sentire questa voce.
Tanto fu sufficiente però, perchè in quel momento un fulmine perforò il tetto e divelse una mattonella del pavimento, da permettere alla bambina di salvarsi.
Da allora il crocifisso ha la bocca aperta!
E la mattonella non è più tornata al suo posto.
La mattonella mancante è nel corridoio delle celle delle monache, un grande corridoio contornato da piccole porte, che portano in piccole stanze arredate in maniera molto semplice (monacale, diremmo con una facile battuta).
Il corridoio è però bellissimo, in antico cotto consumato dagli anni e dal calpestio (è del nucleo originale del convento e risale a tra il 1323 ed il 1327) e nonostante questo, lucidissimo e dal colore veramente magnifico.
In fondo a questo corridoio abbiamo potuto visitare anche il vestibolo delle suore, una serie di armadi dove veniva conservato il vestiario sia delle suore che delle novizie, e che conserva al suo interno una cappella in legno dorato dove è custodito il sarcofago che conteneva il corpo di Santa Caterina de' Ricci, una famosa santa pratese, e che fu portato qui dopo le spoliazioni napoleoniche ai conventi.
Da allora è rimasto qui, ma vuoto: le spoglie della Santa sono custodite adesso in altro luogo.
Questa è solo una minima parte dell'antico convento.
Gran parte di esso non è visitabile, ma noi siamo stati felici di avere il privilegio di poterlo fare.
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