giovedì 30 maggio 2013

GAVINANA

Gavinana è un grazioso paese vicino a San Marcello Pistoiese, famoso per essere stato il teatro della storica battaglia che pose fine alla Repubblica Fiorentina nell'agosto del 1530. Ad essa è legato il nome dell'eroe Francesco Ferrucci, che proprio in questa piazza, davanti a questa casa che adesso ospita un simpaticissimo museo Ferrucciano,

che il 3 agosto 1530 pronunciò la storica frase: "vile, tu uccidi un uomo morto" rivolta a Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura di origine napoletana, che pur vedendolo ferito e inerme non esitò a menare il fendente fatale che uccise l'uomo,  ma collocò il suo nome nella storia d'Italia.

Lasciò ai posteri anche il proprio nome, perchè da allora maramaldo è diventato un aggettivo dispregiativo, che definisce una persona senza scrupoli,  che infierisce sui più deboli, e che non esita a tradire se questo può essergli conveniente, o se vede che la sua vittima non può reagire.
La memoria di Francesco Ferrucci è stata ampiamente sfruttata anche in epoca risorgimentale, rappresentando l'archetipo dell'eroe del popolo - non era nobile, ma veniva da una benestante famiglia di mercanti - che con il suo valore riesce ad ottenere importanti vittorie per la sua patria.
In realtà era un soldato di ventura, arruolato nelle famose "bande nere" capeggiate da Giovanni de' Medici, ma non si può negare che abbia fatto una bella carriera: podestà di Campi Bisenzio prima, di Radda in Chianti poi e poi Commissario ad Empoli. Dopo la vittoriosa battaglia di Volterra, in cui giocò un ruolo decisivo, fu inviato sull'appennino allo scopo di tagliare i rifornimenti all'esercito imperiale. Per il tradimento di Malatesta Baglioni fu sopraffatto dalle forze preponderanti degli imperiali, rimase ferito e qui Maramaldo consegnò il suo nome alla storia comportandosi come sappiamo.
Questa stessa memoria è stata poi utilizzata e sfruttata anche nel ventennio fascista, come simbolo dell'italico uomo di azione, che non si arrende alle avversità.
Il Ferrucci appare anche nel monumento equestre nella piazza centrale di Gavinana. Inaugurato nel 1920, il monumento è unico nel suo genere, perchè  il cavallo poggia su due sole zampe...

Gavinana è anche un luogo di villeggiatura assai rinomato, famoso già dalla fine dell'ottocento.

E' citato anche nel film "Amici miei", come la località dove il Conte Mascetti parcheggia fino ad autunno inoltrato moglie e figlia, allo scopo di poter stare con i suoi amici, lasciando le povere donne ad affrontare la brutta stagione con solo qualche golfino estivo.

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venerdì 17 maggio 2013

I RIFUGI SOTTERRANEI DELLA SMI A CAMPO TIZZORO

S.M.I. è l'acronimo di Società Metallurgica Italiana, che dal 1911 al 2006 ha operato a Campo Tizzoro, frazione di San Marcello Pistoiese.
Dire che ha "operato" è estremamente riduttivo.  la S.M.I. ha "creato" Campo Tizzoro, da un altopiano dove non c'era assolutamente nulla se non qualche capanna di pastori, e la cui unica ricchezza erano i due fiumi - il Maresca e il Limestre - che hanno determinato la famiglia Orlando a costruire in solo sei mesi - da giugno 2010 a dicembre 2010 - un intero stabilimento metallurgico, esistente tutt'oggi.

Intorno alla fabbrica, la famiglia Orlando ha creato il paese, con un'operazione comune all'epoca, costruendo anche le case operaie, scuole elementari e di avviamento al lavoro - ovviamente finalizzate alla creazione di operai specializzati per la propria produzione - una chiesa altrettanto ovviamente dedicata a Santa Barbara, e ha impiegato, nel periodo di massima occupazione, oltre 6.000 operai.
La fabbrica produceva pallottole di tutti i tipi e dimensioni. Era considerata altamente strategica e quindi difesa e protetta, sia dallo stato che dalla famiglia Orlando stessa, che per difendere il patrimonio costituito dalle maestranze altamente specializzate, prima della seconda guerra mondiale ha costruito una incredibile rete di bunker - gli unici costruiti da un privato in Italia - sotto lo stabilimento.
Questi bunker sono stati effettivamente utilizzati negli anni della seconda guerra mondiale, per circa 70 giorni non consecutivi, permettendo agli operai - e alle loro famiglie - di proteggersi dall'eventualità non remota, di bombardamenti e  possibili attacchi con il gas.
Si può certamente osservare che si trattava di un'operazione paternalistica: dopotutto gli operai se volevano mangiare dovevano comprare gli alimenti nello spaccio presente nel paese e  che vendeva  solo roba prodotta nelle fattorie Orlando, situate nella zona.  Quindi pagava gli operai per fare un lavoro, e loro gli rendevano quei soldi per poter mangiare e vestirsi. E' anche vero che forniva case, istruzione - finalizzata ma anche primaria - e alimenti sani prodotti in zona, oltre a un lavoro ben retribuito, sia pur pesante. Insomma, non si può criticare un'operazione del genere, perchè questa era la mentalità prebellica, e di esempi del genere l'Italia è piena: la Piaggio a Pontedera, o la Solvay a Rosignano, tanto per dirne qualcuna assai famosa.
In ogni caso, l'osservazione dei bunker fa capire quanto la fabbrica fosse importante, e quanto importanti fossero gli Orlando, a cui facevano capo anche i cantieri navali di Livorno, e che nell'Italia dell'epoca facevano parte di quella ristretta elite in cui gravitavano anche gli Agnelli e i Piaggio.
Tornando alla fabbrica, una guida giovanissima e informatissima, ci ha mostrato i macchinari di produzione delle pallottole, presenti nella palazzina dirigenziale della S.M.I., il loro campionario e la loro capacità distruttiva, i metodi di costruzione degli innesti chimici - che venivano costruiti e assemblati in delle palazzine-bunker lontane dallo stabilimento principale - i macchinari costruiti in loco,  per la gestione di un sistema qualità sulla produzione che non aveva veramente niente da invidiare a quegli odierni.

Abbiamo visitato la sala dirigenziale, dove gli esperti di marketing dell'epoca trattavano i loro affari con tutti - e intendiamo veramente tutti - i governi stranieri che acquistavano le munizioni ivi prodotte.

Veramente commovente è stata la visita ad un ufficio anni '50, quindi dopo che la fabbrica era stata parzialmente riconvertita alla produzione di tubature in rame, e di cilindri per il conio - quelli da cui si producevano poi le monete. Commovente perchè l'impressione era che mancasse qualcosa... c'era il telex, il telefono nero e ingombrante, una astrusa  macchina contabile, quella addizionatrice, carta, matita... Ecco cosa non c'era: il computer!  Adesso non possiamo pensare ad un ufficio senza computer, ma sino alla metà degli anni '80 gli uffici dotati di computer non erano così numerosi. Un'altra epoca, a noi veramente tanto vicina da averla persa definitivamente di vista.
Poi, da una delle ogive blindate che costituivano gli ingressi del bunker, siamo scesi da una delle doppie scale elicoidali - che non si incontrano mai, allo scopo di facilitare una contemporanea salita/discesa- sino ai bunker veri e propri.

Solo una parte sono stati attualmente recuperati, dalla società che gestisce il museo, e recuperata con amore e dedizione da una serie di ragazzi che lì svolgono il loro servizio civile, e a cui va tutta la nostra riconoscenza per aver scoperto e valorizzato un tale patrimonio.

I bunker erano progettati, con estrema cura,  e con la finalità di poter custodire le persone anche per diversi mesi. Addirittura era stata ipotizzato anche che i macchinari potessero essere trasportati dentro tramite una apposita apertura, in modo da poter continuare, in caso di emergenza, il lavoro.
Nei lunghissimi corridoi, c'erano ogni tanto delle rientranze dove si trovavano Posti di Pronto Soccorso,  ripostigli, locali di servizio.

Abbiamo potuto visitare l'infermeria degli uomini, mentre quella delle donne è ancora in fase di restauro.
Le panche la notte venivano tolte e venivano distese delle brandine in senso orizzontale, che permettevano alla gente di dormire normalmente senza sentirsi ammassati, perchè rimaneva comunque un passaggio per spostarsi.
Insomma, un'operazione veramente in grande stile, con tutte le soluzioni tecnologiche applicabili all'epoca.

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giovedì 9 maggio 2013

IL VALDARNO SUPERIORE

La parte del corso dell'Arno da Arezzo alla stretta della Gonfolina si chiama Valdarno superiore.
E che è 'sta Gonfolina??
Nel comune di Lastra a Signa c'è una cava di pietra serena con un grande masso: il masso della Gonfolina, appunto.  Da qui il fiume si è scavato nel, corso dei millenni, un varco attraverso la dorsale del Montalbano, facendo sì che il grande lago che nel Pleistocene copriva la pianura dove adesso sorgono Firenze, Prato e Pistoia, si sia svuotato.
Ma dovevamo parlare del valdarno superiore, che è a  sua volta è un grande catino il cui cuore sono le cittadine di Montevarchi, San Giovanni Valdarno e Terranuova Bracciolini, guarda caso proprio i posti di cui intendiamo parlare.
Di Montevarchi si comincia a parlare intorno all'anno mille. Il pre-esitente abitato romano era razionalmente collocato in collina, perchè nei luoghi pianeggianti  la vita era dura: le piene dell'Arno erano devastanti, le truppe di passaggio razziavano  e  uccidevano  i pochi abitanti, perchè il territorio era boscoso e quasi disabitato.
Era tuttavia  alla confluenza delle principali strade che collegavano Arezzo e Firenze, ma il vero abitato   era sulle colline circostanti, dove sorgevano i Castelli protetti dalle famiglie nobili. E infatti il  Castrum Montisguardi, da cui è poi derivato il nome attuale, era feudo della famiglia Bourbon del Monte Santa Maria, signori di tutta la zona, sino a che, in epoche più recenti,  i Conti Guidi non li hanno spodestati.

Una curiosità: la mamma di Gianni Agnelli era una Bourbon del Monte di Santa Maria.
Ma torniamo ai Conti Guidi, che dotarono di robuste mura, nel XII secolo, i piccoli borghi che si erano costituiti nella pianura, dando origine al mercatale di Montevarchi, che divenne nel medioevo talmente importante da creare una propria unità di misura "lo staio di Montevarchi".
Nel settecento furono impiantati i primi cappellifici, e grande impulso ebbe la lavorazione del feltro, che divenne tipica della zona.

San Giovanni Valdarno era anticamente chiamato Castel San Giovanni. E' stata edificata intorno all'anno 1296 su incarico di Firenze per realizzare quelle "terre nuove Fiorentine" ipotizzate e progettate da Arnolfo di Cambio, che dovevano contrastare le mire di Arezzo sulla zona,  tra le quali c'era anche Castelfranco (di Sopra, visto che stiamo parlando di Valdarno Superiore. Il nome viene così distinto da Castelfranco di Sotto, che infatti si trova nel Valdarno inferiore, in provincia di Pisa).

Firenze incentivò la colonizzazione con sgravi fiscali per i contadini che intendevano stabilircisi, e costruì mura difensive e palazzi.
Il ruolo strategico di queste terre nuove cessò nel rinascimento, con il consolidarsi dell'egemonia fiorentina nella zona, per cui i paese conobbe un lento declino.  Solo con Gli Asburgo-Lorena, che bonificarono le terre e canalizzarono i fiumi, il paese conobbe una ripresa, anche demografica. Nel 1848 entrò a far parte - assai controvoglia - della provincia di Arezzo

Terranuova Bracciolini, come San Giovanni Valdarno fu fondata dalla Repubblica Fiorentina,  intorno al 1337 e venne chiamata inizialmente Castel Santa Maria, ma poi comunemente designata con il nome generico di Terra Nuova. Il suo più illustre cittadino fu Poggio Bracciolini, che è nato lì nel 1380 e a cui poi la cittadina è stata dedicata. Poggio Bracciolini fu un insigne studioso e umanista che ha avuto il merito di inventare la grafia minuscola, proprio nel periodo in cui fu inventata la stampa. E' per merito suo se adesso leggiamo con questi caratteri ben leggibili e non nel gotico in cui i tedeschi fino a poco tempo fa leggevano pure i giornali. Un'opera meritoria!

Poco prima di Terranuova Bracciolini, la strada ci porta al caratteristico borgo di Loro Ciuffenna. Il Ciuffenna è il fiume che ci scorre vicino, mentre Loro deriva da Laurus (alloro). I due nomi sono stati uniti nell'attuale denominazione solo nel 1863. Fu un importante centro in epoca romana, perchè situato sulla  strada di comunicazione tra Arezzo e Fiesole, e anche il nome del fiume è di derivazione etrusca. Già nell'alto medioevo feudo dei conti Guidi, fu ceduto agli Ubaldini intorno al mille. Nel 1293 la repubblica Fiorentina ne assunse il controllo.

Conserva un mulino ad acqua molto antico -  e ancora funzionante -  proprio nel centro del borgo, che è estremamente caratteristico e con angoli veramente incantevoli.


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mercoledì 1 maggio 2013

CARRARA


Sarà perchè rispetto al nostro centro di gravità rimane un po' lontana, Carrara ci era sconosciuta.
Certo, si sapeva che è l'alter ego di  Massa, che è il centro mondiale del Marmo e che è la culla del pensiero anarchico. Non molto, in verità.
Siamo andati a curiosare e abbiamo scoperto alcune cose.
Tanto per cominciare, a proposito di arredi urbani, tutto quello che siete abituati a pensare in pietra serena, tipo le panchine, o i cordoli dei marciapiedi, o delle aiuole intorno agli alberi o ai giardini, qui è di marmo. Certo non il bianco totale conosciuto dagli scultori... grigio, bianco più o meno venato, ma sempre marmo. Poi in tutte le piazze come minimo ci sono due o più statue, magari una antica e una moderna - anche perchè ci sono scuole di scultura un po' dappertutto, e i giovani artisti devono essere incoraggiati - oppure vere e proprie mostre all'aperto.

Anche le case e le costruzioni pubbliche utilizzano il marmo: gradini, stipiti, balconate: tutto di marmo. Intere pavimentazioni di piazze -  ovviamente - ma la cosa più sorprendente sono i marciapiedi!!! A lastre o a sampietrini, ma di marmo. Chissà se ci passano anche la cera... E ci siamo domandati: ma quando piove non saranno un po' scivolosi? Mah...!
Comunque si tratta pur sempre del materiale più economico per loro: le cave sono proprio dietro la schiena della città, e si tratta di cave che risalgono ai tempi di Giulio Cesare,  quando il "marmor lunensis" (marmo di luni) era il più ricercato per la costruzione di edifici, statue e dimore patrizie. Nel V secolo, con le invasioni barbariche, l'attività estrattiva subì una battuta d'arresto, ma riprese piano piano nei secoli successivi per costruire chiese, palazzi e statue, tante statue.
Abbiamo poi scoperto che Carrara è un'isola linguistica emiliana - cioè un luogo dove la popolazione parla una lingua diversa da quelle circostanti. Tanto per dire,  Piazza del Duomo viene chiamata piazza "drent", cioè dentro la prima cerchia di mura, mentre altre vengono chiamate "for d'porta", cioè fuori delle mura, e comunque la città sino al 1870 faceva parte dell'attuale Emilia.
In quanto al nome, potrebbe sia derivare dal celtico Kair, che vuol dire pietra, che dall'antico ligure "caraia" - ipotesi quest'ultima più probabile - visto che significa "cava".
Tra le tante cose belle, ci ha colpito il palazzo ducale Cybo-Malaspina, residenza stabile della dinastia dal 1448.

Due parole su questa famiglia le vogliamo fare? La dinastia nacque con il matrimonio tra Lorenzo Cybo e Ricciarda Malaspina, e il loro secondogenito Alberico divenne l'iniziatore della dinastia. E il primogenito? Ops...Giulio I° fu giustiziato perchè aveva tramato contro l'Ammiraglio Andrea Doria che, guarda caso, era anche un parente di suo suocero.
Vicino a questo palazzo c'è una bellissima piazza con un affascinate fontana dove un'enorme sfera di marmo ruota su un velo d'acqua!

Bellissimo anche il Duomo, di un bianco abbacinante,  con la statua del gigante ed un  rosone che sembra fatto di pizzo.

All'interno, uno strano organista suonava brani che di sacro avevano ben poco: peccato non poterveli far ascoltare.
Questa luminosissima piazza, dove ci siamo fermati a prendere un aperitivo, non ha davvero  nulla di Toscano!

Questo canale detto "Frigido" scorre velocissimo tra le case del centro.

In quanto all'anarchia, questa è la sede del movimento in città.

Il movimento anarchico si è sviluppato in seno al movimento operaio,laddove il sindacato aveva dato maggior coesione all'identità operaia,  ed essendo Carrara una città dove  di operai - che facevano e per la verità ancora fanno, un lavoro assai duro e pericoloso - era ovvio che fosse una delle culle italiane del movimento. 
In Carrara abbiamo sentito qualcosa  di unico: ha in tutto e per tutto l'aspetto di una città di montagna, ma nell'aria si sente l'odore del mare, che è vicinissimo. Sembra di essere in Emilia per via delle logge e delle case rosse come a Bologna o gialle come a Parma, ma si sente parlare tanto toscano.
Si ha l'impressione di essere in un posto di frontiera, ed è vero! perchè abbiamo la versilia appena di là dal passo della foce, la liguria se appena alziamo la vista e Parma solo di là dai monti.

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giovedì 25 aprile 2013

LUCCA

Parlare del fascino e delle bellezze di Lucca potrebbe sembrare pleonastico.
In realtà, parlando con le persone, abbiamo potuto notare che molti conoscono meglio Sharm- el-sheik di quanto conoscano la loro città o quelle vicine.
Quindi non ci sembra superfluo fare una rapida panoramica su - alcune - delle cose più belle che questa città può offrire.
Certo, un'esplorazione accurata potrebbe portare via molto tempo...ma limitiamoci ad un rapido giro!
Quando si parla di Lucca, si parla subito delle sue mura: lunghe poco meno di 4500 metri, sono interamente percorribili a piedi o in bicicletta, e consentono di vedere la città, al loro interno, come da un grande terrazzo panoramico;

sono altresì un piacevolissimo giardino con i suoi baluardi e i suoi prati antistanti, intersecati da graziose stradine e ponticelli che servono a passare sopra al fossato che le circonda. Quello del fossato è una particolarità, perchè se è pur vero che esistono altre città con le mura intatte in Italia (Ferrara, Grosseto e Bergamo), quella del fossato è invece una cosa assai rara.
Sono state costruite tra il 1504 e il 1645 e non sono mai state usate per scopi difensivi, ed ecco il motivo per cui sono così ben conservate:  ma hanno difeso la città dalle piene del Serchio! A proposito del Serchio... in antichità si chiamava Auser e seminava distruzione lungo tutto il suo corso, specialmente a nord di Lucca.
Il ramo iniziale del fiume, detto Auserculus - da cui deriva il nome attuale -  venne deviato e convogliato dal vescovo di Lucca, San  Frediano, intorno al 570.
Sembra Strano ma San Frediano era un esperto di idraulica, oltre a un uomo di Dio. Da allora il fiume si chiamò Serchio
Dalle mura si può vedere l'Orto Botanico - visitabile - dove sono riuniti vari alberi monumentali, tra cui un colossale cedro del Libano

e un delizioso laghetto popolato di ninfee, oltre a tante altre bellissime piante e a un orto dove sono raggruppate varie pianti odorose.
Le porte sono sei: nel periodo napoleonico,  in cui Elisa Baciocchi era principessa di Toscana, fu aperta la Porta Elisa che guarda verso Firenze: sino ad allora per ovvi motivi - erano proprio i Fiorentini quelli da cui ci si doveva difendere! - lì era tutto muro.
Nel 1910 fu aperta Porta S.Anna, detta familiarmente "il Buco" essendo appunto  priva di qualsiasi sovrastruttura: due semplici valichi carreggiabili e nient'altro.
Porta S. Jacopo è stata aperta nel 1930. E' la più recente.
Porta San Pietro, Porta Santa Maria e Porta San Donato sono invece quelle storiche.
Una piccola curiosità: Lucca è solo quella dentro le mura... quello che c'è fuori si identifica con i toponimi dei quartieri: San Filippo, Arancio, San Marco, San Vito - che sono quelli più vicini al centro -  e poi via via sempre allargandosi...un po' come gli arondissement di Parigi.
All'interno delle mura, la città che è di origine ligure e poi romana, conserva l'ortogonalità del centro storico, con il cardo (il famoso Fillungo) e il decumano formato da via Paolino e via della Santa Croce, e soprattutto per la spettacolare Piazza dell'Anfiteatro,

 una piazza perfettamente rotonda, nata sulle rovine dell'anfiteatro romano e circondata da piccoli negozi e caffè all'aperto. 
Incrocia via della Santa Croce uno strano canale, un naviglio che portava al porticciolo che si trovava dalle parti di San Concordio  che in epoca medicea  che collegava la città al mare attraverso vali canali
Notevolissimo il Duomo - Cattedrale di San Martino - , alla cui porta d'entrata troviamo questo strano labirinto con un'iscrizione che ricorda il mito di Teseo ed Arianna.

Il labirinto è un simbolo dei Templari e forse c'è qualche collegamento che a noi moderni sfugge.
All'interno c'è il Volto Santo, una enorme statua in legno acheropita - che vuol dire "non fatta da mano umana -  in realtà la statua è attribuita a San Nicodemo che però non riusciva a trovare il coraggio di scolpire il volto del Salvatore.

La leggenda vuole che un mattino, accingendosi al lavoro, l'abbia trovata già fatta in modo miracoloso. La statua, che conteneva anche altre reliquie, fu abbandonata su una nave senza equipaggio per scampare alla distruzione, e arrivò di fronte a Luni, dove gli abitanti cercarono di abbordarla, ma la nave entrò nel porto spontaneamente solo quando arrivò l'arcivescovo di Lucca. A Luni rimase - non senza accese dispute - un'ampolla con il Sangue di Cristo, tutt'ora venerata a Sarzana, e i lucchesi si portarono via il crocifisso, che da allora è custodito in un tempietto all'interno del Duomo. L'immagine è tutt'ora  veneratissima a Lucca, tanto che i suoi patroni, San Michele e San Paolino, passano in secondo piano rispetto alla grande festa dell'esaltazione della Santa Croce che si tiene a metà settembre e che coinvolge tutta la città. 
Nel Duomo è custodita anche il celeberrimo monumento funebre a Ilaria del Carretto, opera di Jacopo della Quercia terminata nel 1408.

Ilaria del Carretto era la moglie di Paolo Giunigi, signore di Lucca tra il 1400 e il 1430. Morì di parto nel 1406 a soli 25 anni e il marito volle che il sarcofago venisse posto al centro del Duomo. In realtà il corpo di Ilaria non vi è mai stato deposto, e la sua tomba è ed è sempre stata, a Villa Giunigi. Il monumento fu voluto per affermare la posizione si signore di Lucca.
E' certo tuttavia che è uno dei monumenti funebri più belli al mondo, sia per la triste storia della morte di una ragazza così giovane (per un fatto tutt'altro che infrequente all'epoca) sia per il sentimento che tuttavia l'aveva unita a suo marito, e per l'abilità dell'autore, ricordato come  uno dei più grandi scultori dell'epoca anche per quest'opera.
La statua suscita degli strani sentimenti... prima di tutto è piccolissima di statura. Poi il panneggio degli abiti è veramente medioevale, ma le mani, il volto, il cagnolino ai suoi piedi sono quelli di una statua del rinascimento. Insomma, da vedere assolutamente.
Sempre parlando della famiglia Giunigi, bellissima da vedere è anche la torre di Giunigi, con il suo giardino pensile - visitabile con fiato e gambe -.

Se si è conservato un po' di fiato salendo, se ne va guardando dall'alto della torre. La vista è davvero da urlo!
Le piazze della città sono veramente bellissime, ariose, luminose. Un'atmosfera particolare si respira in piazza Napoleone, dove troviamo il palazzo Ducale che è stato sede via via della Repubblica di Lucca e poi di tutte le autorità che si sono succedute.

L'aspetto attuale della piazza è stato realizzato ai primi dell'ottocento durante la signoria di Elisa Baciocchi. La grande piazza è stata ottenuta tramite uno sventramento - comune all'epoca - e al relativo abbattimento di molte abitazioni e anche di una chiesa, sotto la regia degli architetti Giovanni Lazzarini e Pierre-Theodore Bienimè.
Adiacente troviamo un'altra piazza ottocentesca, Piazza del Giglio, sede dell'omonimo Teatro che esiste dal '600 ma che è stato chiamato così solo nel 1817 in onore della dinastia dei Borbone il cui stemma è appunto il giglio d'oro.


domenica 21 aprile 2013

LA TOMBA DI CURZIO MALAPARTE A SPAZZAVENTO

In questo post ci sono tanti collegamenti per riflessioni future: Curzio Malaparte, il Fabbricone, il Convitto Nazionale Cicognini.
Ma adesso vogliamo parlare solo della tomba del nostro illustre concittadino, lo scrittore Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Suchert.
Lo pseudonimo, usato dallo scrittore fin dal 1925,  è un'operazione umoristica fatta sul cognome Bonaparte. Curzio è invece l'italianizzazione di Kurt.
La tomba, che fa parte di un mausoleo semplice e austero, è situato sul monte Le Coste, a cavallo  tra la città di Prato e la Val di Bisenzio, che si chiama così per le formazioni rocciose, chiare e ben visibili anche dalla pianura, che lo caratterizzano.
I pratesi però lo conoscono per "Spazzavento", perchè è collocato in una posizione per cui si prende tutto il vento che viene dalla Val di Bisenzio, grande imbuto di tramontana. E vi assicuro che non è poco....
Kurt Erich Suchert nacque a Prato nel 1898, figlio di un mastro tintore tedesco venuto al seguito dei padroni della "Kossler, Mayer und Klinger" un opificio che dava lavoro a circa 2.000 famiglie di Prato e che era universalmente conosciuto come "Il Fabbricone".
In questa fabbrica si producevano panni di lana - come da tradizione pratese - e la famiglia Suchert  vi si trasferì per lavoro.
Kurt frequentò il Convitto Nazionale Statale Francesco  Cicognini di Prato,

una scuola assai conosciuta, fondata nel 1692 dai Padri Gesuiti, e che ha ospitato molti studenti famosi, specie nella sua sezione Liceo Classico.
A proposito del Convitto Nazionale: poco prima della partenza del sentiero che conduce alla tomba dello scrittore, sorge la villa Le Sacca, un antico monastero che il Granduca Leopoldo, nel 1775, dona al Convitto Cicognini, che la utilizza come luogo di villeggiatura e soggiorno estivo per i collegiali.
Oltre Malaparte, anche Gabriele D'Annunzio ha soggiornato nella villa, che è stata frequentata dagli studenti  sino all'inizio della seconda guerra mondiale. Negli anni della guerra ha invece ospitato intere famiglie di sfollati, rimanendone fortemente danneggiata, tanto che negli anni '60 il Convitto Cicognini la cede al Ministero della Pubblica Istruzione. Purtroppo da allora tutti se la dimenticano completamente,senza contare gli atti di vandalismo di cui è stata oggetto nel corso di tutti questi anni, tanto che  adesso versa in condizioni di grave abbandono.
Un vero peccato per una struttura così antica, ricca di storia e di arte.
Torniamo al mausoleo di Curzio Malaparte, voluto dalla città di Prato per onorare la memoria dello scrittore, morto per un cancro ai polmoni nel 1957, e per adempiere ad un suo desiderio che infatti è riportato su una delle lapidi del mausoleo.
L'altra è quella che ogni pratese pensa della propria città.

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lunedì 15 aprile 2013

MONTECARLO (di Lucca)




 Non è il Montecarlo della Riviera, ma ha le sue notevoli attrattive.
Sorge su un poggiolo (detto colle del Cerruglio)  alto poco più di 150 metri, ma dal quale si domina tutta la pianura circostante, dalla Valdinievole a Lucca, avendo davanti il Monte Serra (con tutte le sue antenne!)
Molto bello il suo castello, che ci porta ai tempi della sua fondazione, voluta dall'imperatore Carlo V (da cui deriva il nome), nei pressi di un  pre-esitente borgo chiamato Vivinaia che era stato distrutto dai Fiorentini in una delle numerose battaglie - con Lucca, o con Pisa... i fiorentini erano a quei tempi, persone molto litigiose - .
Siccome Vivinaia era in pianura, e aveva fatto una brutta fine,  il nuovo paese vollero costruirlo sul colle, cosa che garantiva un po' di sicurezza in più. 
Nei secoli successivi Montecarlo  divenne un luogo strategico: Castruccio Castracani ne fece una fortezza dalla quale diresse la battaglia di Altopascio nel 1325.
Anche i Medici vollero aumentare le difese e le fortificazioni, ma quando il patrimonio immobiliare dei Medici arrivò nelle mani dei Lorena, il Granduca Leopoldo puntò più a sviluppare il contado che la fortezza. Dal suo intervento a sviluppo dell'agricoltura è nato uno dei pochi vini bianchi toscani, il Montecarlo bianco, per cui il piccolo ed incantevole borgo gode di meritata fama.

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