domenica 18 dicembre 2016

CERRETO GUIDI E IL PRESEPE ALL'UNCINETTO

Nel periodo natalizio sono molti i paesi che attirano turisti con le caratteristiche "vie dei presepi", dove in ogni vetrina di negozio, in ogni garage, in ogni portone, puoi trovare un presepe artigianale.
Si tratta spesso di autentici, piccoli capolavori di manualità, ma anche di inventiva.
Noi abbiamo visitato quella di Cerreto Guidi.
Cerreto Guidi è un grazioso paese vicino ad Empoli.
Per arrivarci, vi consigliamo di percorrere la provinciale di San Zio (si, può sembrare un nome strano, ma si chiama così) una strada di crinale che vi farà vedere un panorama assolutamente straordinario, sulle colline ricoperte di viti, e con il colle di San Miniato, che da queste parti, con la sua raterritistica torre, è visibile come un faro, quasi dappertutto.
Il paese antico circonda completamente la villa Medicea, che con la sua doppia scalinata (attribuita al Buontalenti, o perlomeno lo stile è il suo) domina la piazza, dalla quale si ammira un panorama altrettanto strepitoso.
Se avete tempo visitate anche la villa, dove potete ammirare la stanza da letto dove il principe Orsini fece assassinare la moglie, Isabella de Medici, oltre ad una collezione di armi da caccia (non da guerra, da caccia perchè questo è nato come casino di caccia, quindi era il posto più adatto ad esporle) unica nel suo genere.
La "via dei presepi" gira tutta intorno alle villa, e potete trovare delle cose assolutamente deliziose, un mix di inventiva, di utilizzo di quel che c'è, di abilità manuale notevole, come è per esempio questo presepe costruito da un carabiniere del posto, originario di Caserta, e che oltre alle statuine, ha costruito in polistirolo, lavorato e colorato a mano con un'abilità veramente notevole, anche tutte le abitazioni, i cui interni sono stati curati nei minimi dettagli.

Ma la cosa che ci ha veramente lasciato a bocca aperta per l'inventiva, l'abilità costruttiva e progettuale, e per la pazienza infinita che ci è voluta per la sua realizzazione è il presepe all'uncinetto, opera delle "Dame dell'Uncinetto", un gruppo formato da circa 60 signore del borgo.
Queste abilissime artigiane sono coordinate da Gessica Mancini, l'ideatrice del progetto, nonchè coordinatrice del gruppo.
In questo straordinario presepe, che riproduce in maniera fedele sia la villa Medicea  - una cosa veramente straordinaria, perchè la scalinata è tutta a mattoncini, e per riprodurla in maniera fedele,  ogni singolo mattone (sono circa 8.000) è stato lavorato separatamente, e collegato agli altri con un filato più chiaro, per riprodurre la malta che tiene insieme i mattoni - che il paese con tutte le case, le botteghe, gli orti.

La fedeltà alla vita reale è assoluta e minuziosa:
nel campo di grano, ogni singola spiga è lavorata alla perfezione, e in mezzo al campo, di un bellissimo colore dorato, si trovano tanti, tanti papaveri, oltre allo spaventapasseri, così com' è nella realtà.

Nei vasi dei fiori, piccolissimi, si possono contare i petali delle margherite, e sul pergolato, ogni minuscola rosa ed ogni fogliolina, sono riprodotti alla perfezione.
Negli orti, ogni minuscolo ortaggio è realizzato con fedeltà assoluta, persino il laghetto - con vera acqua - nel suo fondo azzurro è realizzato all'uncinetto.
Veramente meravigliosi i salici piangenti, per realizzare i quali sono stati confezionati chilometri di catenella!
Per ogni oggetto è stato scelto il materiale giusto, in modo da dare maggior verità alla riproduzione. Per esempio, per la terra arata di fresco è stato utilizzato del mohair marrone, la strada bianca - lunga decine di metri - è in cotone, mentre le pietre sono in lana, per dare un aspetto più compatto.
Insomma, un capolavoro da ammirare con un po' di tempo a disposizione, in modo da stupirsi ben bene per l'incredibile cura dei particolari.

Tanto per dirne una, sotto gli alberi ci sono i funghi porcini - ovviamente - ma anche anche l'amanita falloide, con il suo cappuccio rosso a pallini bianchi!
Insomma, andateci di corsa perchè l'esposizione finisce il 6 gennaio.

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domenica 11 dicembre 2016

TRE PARCHI URBANI

Siccome ci fanno un po' rabbia quelli che tornano da Londra e dicono che hanno visto un meraviglioso parco al centro della città (Hyde park) e ancora di più ci rimangono sulle scatole quelli che tornano da New York strombazzando a destra e a manca che lì c'è un parco bellissimo proprio nel centro (Central Park) della città, a disposizione di tutta la cittadinanza:
non contenti del fatto che abbiamo parlato del parco della Cascine di Firenze, dicendo che ha proprio le stese caratteristiche dei parchi di cui sopra; 
e anche del parco della Cascine di Tavola, che abbiamo proprio in casa.
Detto questo:
Abbiamo pensato di dare uno schiaffo morale a tutti questi esterofili, che si entusiasmano per Londra e New York, paragonando queste due metropoli nientemeno che a:
Sesto Fiorentino e San Donnino (frazione di Campi Bisenzio)
Cominciamo con Sesto Fiorentino ed il suo parco del Neto.
E' un piccolo parco, circa 8 ettari, incredibilmente collocato in una zona altamente urbanizzata, in località Settimello, al confine tra i comuni di Sesto Fiorentino e Calenzano.

E' quello che rimane della grande zona umida, che una volta ricopriva tutta la piana fiorentina; ma il fatto che sia molto a ridosso di Monte Morello, l'ha resa adatta al suo utilizzo nell'ambito di parchi ottocenteschi, di stile romantico.
Questi parchi, molto diffusi tra i grandi personaggi dell'epoca, ricercavano le paludi - ambienti "drammatici" che ben si adattavano allo spirito romantico-gotico, più diffuso nel nord Europa - e le integravano con alberi particolari.
Questo giardino ha fatto parte della proprietà del marchese di Boissy, secondo marito della contessa Teresa Gamba, amante di Lord Byron.
Più romantico di così...
Nel parco del Neto esistono molti alberi di dimensioni monumentali, ma i più belli sono i Taxodium, detti anche Cipressi di Palude, un albero originario delle Americhe, che predilige gli ambienti umidi e paludosi, e che ha la caratteristica di spogliarsi completamente in inverno, a differenza del nostro cipresso, che invece è un sempreverde.

Al Neto, tra laghetti e canali, tra alberi grandiosi e prati verdi, troverete anche una piccola colonia di coniglietti, molto socievoli e per nulla paurosi, e una gran quantità di pennuti acquatici, che vi accoglieranno con incredibile calore.(ovviamente se portate del pane...)
Passiamo da un parco romantico ad uno molto meno. Perlomeno nel nome.
Il primo parco di San Donnino di cui ci piace parlarvi si chiama molto prosaicamente: "Collettore principale delle acque basse della Viaccia"
Perchè di questo si tratta, in verità: una cassa di espansione dell'Arno.
E' collocato tra la SS66, l'autostrada A1, la zona industriale dell'Osmannoro e l'aereoporto di Peretola e attraversato dal Fosso Macinante.
ma vi consigliamo di andarci, perchè il fondo delle Casse di espansione è composto da piccoli laghetti bordati di canne, dove la "gibigianna" (cioè lo scintillio del sole riflesso sull'acqua), il vento fresco e gli uccelli che si alzano in volo tutti insieme, ti fanno sognare per un attimo di essere in mezzo alla natura, invece che in mezzo alla piana, a dieci minuti a piedi dall'antico borgo di San Donnino!

E comunque si tratta di un luogo molto piacevole: sugli argini più alti sono stati piantati boschetti di alberi - noi ci siamo stati in autunno - che rendono tutto estremamente suggestivo, forse proprio per il contrasto tra la zona così fortemente urbanizzata, e la pace che qui regna.

Il parco è frequentatissimo da proprietari di cani, con i loro animali che qui possono correre liberi, al sicuro dai pericoli, e da ciclisti con mountain-bike, visto che il posto è veramente adatto ad una bella sgambata.
Altro parco di San Donnino.
E' uno dei molti parchi in Italia, dedicati a Chico Mendez, il raccoglitore di gomma amazzonico, ucciso a poco più di quarant'anni da alcuni latifondisti che l'avevano già minacciato di morte in passato, a causa del suo impegno sociale a favore dei "seringueiros" (che sono proprio i raccoglitori di gomma).
Ce ne sono altri a Giulianova, a Terni e vicino a Torino.
Questo però è ricavata da un'antica cava di sabbia - come i Renai di Signa, tanto per capirsi. Ah, a proposito, prima o poi parleremo anche di quello - che ha ricreato in qualche modo l'antica palude che qui era un tempo.
E' straordinario come la natura riesca sempre a tornare alle sue origini!
E' un parco molto bello, con diversi, caratteristici laghetti, popolati dall'aviofauna tipica delle zone umide.

Anche qui eravamo in autunno, e la vegetazione era un'esplosione di colori e di profumi (sempre che passiate lontano dal recinto delle caprette!!).
In estate deve essere molto frequentato dagli amanti del barbecue, visto che ci sono diverse postazioni adatte allo scopo - ovviamente con tutte le istruzioni per l'utilizzo del focolare - e tante tavole con panche per potersi poi godere il frutto delle proprie abilità culinarie.


Quindi un parco adatto alle famiglie, e a chi vuole prendersi il sole senza farsi la coda sull'autostrada, a due passi da casa propria.



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domenica 20 novembre 2016

2 GIOIELLI NASCOSTI A PISTOIA

Se la nostra "mission" è quella di trovare luoghi nascosti e poco conosciuti a portata di gita domenicale, qui abbiamo raggiunto veramente il nostro scopo.
Siamo a Pistoia - quindi ad un tiro di schioppo - e se non avevamo ricevuto una "dritta" da un addetto ai lavori, non avremmo mai trovato questi due splendidi posti.
La prima segnalazione riguarda la Chiesa del Tau, adiacente all'ex convento di Sant'Antonio Abate.
Il convento adesso è sede della fondazione Marino Marini, dove sono esposte le opere dell'artista pistoiese. La chiesa, sconsacrata nel 1787, invece è aperta al pubblico per ammirare quello che resta di una serie di affreschi, dedicati alla vita del santo.
Purtroppo bisogna dire così, quel che resta, perchè la chiesa sconsacrata, era stata adibita ad abitazione, e suddivisa in tre piani, con la conseguente apertura di finestre.
Solo nel 1962 ci si rese conto dell'obbrobrio che si stava commettendo, e la ex chiesa fu acquisita dal comune di Pistoia, che ha provveduto a restaurare quello che rimane il più bel ciclo di pittura murale gotica di tutto il circondario.

Sul soffitto gli affreschi si sono conservati meglio, e qui è ancora possibile ammirare una rarissima raffigurazione della terra dei giganti, un episodio di cui si parla anche nella genesi, ma che è poco raffigurato.

L'altro è l'oratorio di San Desiderio, in un luogo un po' decentrato, rispetto al consueto giro che si può fare del delizioso centro storico di Pistoia.
E infatti è uno dei luoghi meno conosciuti della città, come ci ha confermato una sconsolata custode.
La piccola chiesa, anch'essa sconsacrata, faceva parte di un complesso monastico femminile di ispirazione francescana, ed era adibito al culto del monastero.
Nel Quattrocento viene destinato ad ospedale per i pellegrini, ed in seguito, nel settecento, venduto a dei privati che lo adibiscono a deposito di legname.
Ed infatti, non conserva affatto l'aspetto di una chiesa, non fosse che per lo spettacolare affresco che copre per intero una parete, e che raffigura  - anche in questo caso - un tema inconsueto, poco raffigurato nella pittura religiosa.
Si tratta dell'episodio del centurione Acacio, e del suo battaglione di novemila uomini che furono mandati in Armenia a combattere contro i nemici, in numero di centomila. 
La spaventosa disparità non spaventò gli impavidi eroi, che combattevano in nome della vera fede, a cui tutti erano convertiti.
Quando però l'imperatore seppe che questi eroi erano cristiani, volle farli uccidere, senza tenere conto del loro valore e della loro vittoria.
Ma i vari supplizi a cui erano sottoposti, nulla poterono contro la forza della loro fede, tanto che tra i loro torturatori, altri mille si convertirono al cristianesimo sul loro esempio.
Allora l'imperatore li fece crocifiggere, tutti e diecimila, sul monte Ararat.
L'affresco è opera di Sebastiano Vini, veronese di origine ma pistoiese di adozione, nel 1570 circa.
La particolarità dell'affresco è proprio in questa pittura - che ci dicono essere - di chiara realizzazione non toscana, con dei colori cosiddetti "nordici", perchè estranei alla pittura di quel tempo, nella nostra zona.

L'affresco, per quanto non benissimo conservato, è ancora pienamente leggibile, e starsene un quarto d'ora seduti,  ad ammirare i particolari, è un'esperienza che consigliamo.

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domenica 13 novembre 2016

IL BUNKER DI PUNTA BIANCA

Questa gita ve la consigliamo per il primo autunno, o l'inizio della primavera, perchè pensare di andarci in estate è da folli!
Le strade sono strettissime, e nonostante questo c'è l'indicazione di lasciare libera la corsia centrale per l'eventuale transito di mezzi di soccorso... così, tanto per dire.
Stiamo parlando di Montemarcello, un'incantevole località di mezza collina, da cui si domina il paesaggio straordinario di quello che viene chiamato "Golfo dei Poeti" - un po' d'ispirazione è venuta pure a noi - quindi il golfo dove c'è Bocca di Magra, oppure Lerici.
Tanto per capirsi.
Certo, se vi piace la confusione e la calca, potete andarci anche d'Agosto.
A noi non piace, per cui abbiamo preferito andarci a metà ottobre, in una splendida giornata di sole, e di sicuro qualche coraggioso ha pure fatto il bagno.
Dopo aver visitato il caratteristico paesino di Montemarcello - una frazione del comune di Ameglia, nella Val di Magra ed in provincia di La Spezia - fate questa breve passeggiata, per visitare un'incredibile bunker a picco sul mare.
Si tratta - presumibilmente - di una fortificazione facente parte del cosiddetto "Vallo Ligure", vale a dire quella serie di fortificazioni allestite dalle truppe di occupazione tedesche, lungo le coste della Liguria, allo scopo di sorvegliare e difendere le coste da un'eventuale sbarco delle truppe anglo-americane, durante la seconda Guerra Mondiale.

In realtà, la data di costruzione del fortino di Punta Bianca è piuttosto incerta, perchè alcune fonti la fanno risalire addirittura al 1915,altre ancora al 1923.
Di sicuro nacque come batteria antinave, con quattro pezzi da 152mm, con una gittata che arrivava comodamente sino a Massa!
Per eliminare questa postazione, gli anglo-americani bombardarono duramente la zona, provocando morte e distruzione nel vicino paese di Montemarcello.
In un paese senza memoria come è il nostro, e che ha affidato alla buona volontà ed alla passione dei singoli, il compito di conservare e tramandare il ricordo della linea Gotica, non meraviglia il fatto che le costruzioni del Vallo Ligure siano lasciati nel più desolato degrado.

Eppure il Bunker di Punta Bianca è ancora facilmente accessibile (anche se confessiamo che, per vederlo, abbiamo ignorato a bella posta un cartello di pericolo ed una staccionata...) e sappiamo che le gallerie sotterranee sono ancora percorribili, anche se niente e nessuno ci avrebbe convinto a percorrerle.
E come se non bastasse, la loro imponente architettura in cemento armato, dalle caratteristiche forme rotonde, si inseriscono in un paesaggio dalla bellezza veramente mozzafiato.

Sono a picco sul mare, immerse in una sfolgorante macchia mediterranea, con la famosa Punta Bianca a destra, che nasconde solo parzialmente  il golfo di La Spezia, e tutta la costa versiliese sulla sinistra.
Proseguendo sul sentiero che ci ha portato al fortino, si arriva sino al mare, su grandi scogli piatti, che in estate sono frequentatissimi dagli amanti del sole e del mare, che qui è subito profondo.
A poca distanza c'è un piazzale dove era piazzata la "Batteria Generale Chiodo", dove erano gli alloggi del personale ed altre costruzioni di servizio, che sono rimaste sepolte per anni sotto le loro stesse macerie, e ricoperte poi dalla vegetazione.
In anni recenti, è stata ripulita dalla terra, dalle macerie e dalla vegetazione, ma non è stata dotata di una efficiente segnalazione dei sentieri da percorrere per visitarla, perchè non siamo riusciti a trovarla!!

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domenica 23 ottobre 2016

LA BALENA BIANCA DELL'APPENNINO

Questa è davvero carina.
Vi ricordate che vi avevamo parlato dei "denti di balena" che si trovano nel Mugello e a Lastra a Signa (link).
La dimostrazione dell'esistenza di un mare primordiale nella nostra piana 
PT-PO-FI (se si parla della FI-PI-LI si capisce di che cosa si sta parlando, no? e allora perchè non si dovrebbe capire che così la piana PT-PO-FI? Oppure 
FI-PO-PT, dipende da che parte si vede...chi se ne importa, tanto noi stiamo sempre nel mezzo, ah ah!).
Ma i mari primordiali in Italia a quei tempi erano tanti, e quello della nostra conca non era nemmeno quello più grande.
Più o meno tutte le attuali pianure erano il  fondo di qualche mare. E qual'è la pianura più grande in Italia? La pianura Padana!
Ecco, anche lì c'era un mare. E siccome era parecchio più grande. loro invece di trovare qualche stecca di balena, hanno trovato una balena intera!
Megalomani!
Lo scheletro della balena di Gorgognano, nella Val di Zena - questo il luogo dove è stato trovato il fossile nel 1965 , a nemmeno venti chilometri da Bologna - adesso è esposto al museo di paleontologia di Bologna.
Nel punto esatto dove il fossile è stato trovato, è stata realizzata - dai ragazzi dell'Accademia di Belle Arti di Bologna - una scultura realizzata in scala 1:1 lunga ben nove metri, raffigurante la balenottera come doveva essere prima di "fossilizzarsi".

La scultura è realizzata in qualche materiale di un bianco abbacinate, ricollegandosi così alla famosa leggenda della balena bianca, di cui Melville ci ha parlato in "Moby Dick".
Intorno, il soave paesaggio dei colli bolognesi.
Per arrivarci c'è da affrontare uno sterrato, ma poco impegnativo, percorribile con qualsiasi tipo di autovettura.
O a piedi, così poi vi fate una bella mangiata, tanto da queste parti si casca sempre bene!

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domenica 16 ottobre 2016

IL MUSEO DELLA CERAMICA A MONTELUPO FIORENTINO

Quando si parla di città della ceramica, tra Firenze e provincia, si parla di Montelupo Fiorentino.
La cittadina è veramente graziosa, ma adesso non vogliamo parlarvi tanto di Montelupo, quanto del suo Museo della Ceramica.
Un posto che merita davvero vedere, anche per la strana storia che c'è a monte della sua creazione.
Negli anni '70 del secolo scorso, durante dei banalissimi lavori di ripavimentazione di una strada nella sua parte alta e più antica, fu trovato quello che fu denominato "il pozzo dei lavatoi".
Si tratta di una struttura molto antica, nata quasi certamente nel XIII secolo e adiacente al castello, e che serviva da riserva idrica per il castello stesso.
Tramite questo pozzo, scavato da un antico fiume di origine preistorica, si attingeva acqua a grande profondità, oltre 30 metri.
A metà del '300 avvenne un crollo della parete di pietra, posta a protezione del pozzo stesso, e si creò un sedimento di pietre che impedirono - di fatto - l'utilizzo del pozzo per la sua funzione, che era quella di attingere acqua.
Rimasto inutilizzato sino a metà del '400, il pozzo fu utilizzato dalle manifatture di ceramica, spina dorsale dell'economia della cittadina, per smaltire gli scarti di lavorazione: quindi i cocci di quello che rompeva e tutto ciò che non soddisfaceva gli ordinativi della committenza. In definitiva, tutto quello che era venuto male, e che non sapevano dove buttare.
In secoli di utilizzo, in questo pozzo si è trovato tanto materiale, e di tanta qualità, fa farne un museo intero!
E che museo! Due piani di notevoli dimensioni, tante stanze ognuna con la sua storia, partendo dalle origini e finendo nella quasi modernità, quando l'industria della ceramica ha perso gran parte della sua importanza - purtroppo - per la città di Montelupo.
Il percorso da seguire  guida di sala in sala, ognuna tematica, dove ci sono audiovisivi molto simpatici, interpretati da attori in costumi d'epoca, molte chiare spiegazioni, e tante, tante ceramiche da ammirare.
Quello che colpisce è che quello che vediamo sono tutti scarti!
Se quelli erano gli scarti, non osiamo pensare a quello che potevano essere i pezzi venuti bene.
a questo proposito, il pezzo più bello è questo bacile, risalente al 1509, e realizzato in "rosso di Montelupo" un colore unico al mondo, e che costituisce tutt'ora un mistero per la sua composizione chimica.
Dovrebbe trattarsi di un ossido di manganese ricco di arsenico, importato dall'Anatolia; infatti erano fiorenti i rapporti commerciali tra Montelupo e la città turca di Iznik (l'antica Nicea).
quel che è certo è che dopo di allora questo colore non è stato più prodotto, e che con il tempo il segreto della sua composizione è andato perduto.

domenica 2 ottobre 2016

L'ANTICA FERROVIA SANT'ELLERO - SALTINO

Rimettendo in ordine certe vecchie carte, ci è capitato per caso in mano una cartolina pubblicitaria di un ristorante, che ricordava la vecchia ferrovia a cremagliera che collegava San'Ellero  - a metà strada tra Reggello  e Pelago - al Saltino, poco prima di Vallombrosa.


Al Saltino, badate bene, e non a Vallombrosa: perchè non si poteva disturbare la quiete dei villeggianti, nè tantomeno quella dei monaci dell'abbazia... pensate alla delicatezza di questo pensiero!.
Naturalmente, abbiamo colto questa ispirazione per fare un giretto - e, si spera, per farlo fare anche a voi.
Questa ferrovia fu voluta da un personaggio straordinario, e purtroppo dimenticato: l'ingegner Giuseppe Telfener.
Nonostante il nome, era nativo di Foggia, anche se di origini austriache.
Era un grande costruttore: realizzò in Argentina la ferrovia Tucuman-Cordoba, che con i suoi 564 km è stata per molti anni la più lunga del continente.
Per i suoi meriti imprenditoriali fu creato Conte da Vittorio Emanuele II nel 1877.
In seguito volle collegare New York a Città del Messico, ma l'impresa non gli riuscì, e ne subì anche un notevole danno economico.
Nonostante questo, alla sua morte avvenuta nel 1898, a soli 62 anni, era considerato l'uomo più ricco d'Italia.
Anche la storia della ferrovia Sant'Ellero - Saltino non fu fonte di lauti guadagni.
Al suo ritorno in Italia dagli Stati Uniti, trascorse un periodo di vacanza a Vallobrosa, che a quei tempi ospitava anche l' importante "Istituto Forestale", che richiamava studiosi da tutto il mondo.
Vallombrosa era una località di villeggiatura già nota, ma era difficile da raggiungere. L'inventivo ingegnere non si perse d'animo, e progettò un ferrovia a cremagliera che permettesse ai villeggianti di raggiungere quel luogo di sogno.
Le ferrovie a cremagliera esistevano già, era un tipo di trazione ferroviaria che permetteva di superare pendenze molto elevate, tramite un sistema di ruote dentate che aiutano motrice e carrozze a superare i punti più critici del percorso. Quello da lui progettato era studiato appositamente per questo percorso, tanto che alcuni non lo riconoscono come "ferrovia a cremagliera".
Per maggior sicurezza, siccome le pendenze raggiungevano in alcuni punti il 22%, la motrice era collocata in fondo al convoglio.
Il progetto era pronto nel 1891, e fu approvato in poche settimane: la realizzazione dei poco meno di otto chilometri di ferrovia e di tutte le infrastrutture richiese - udite, udite - solo 4 mesi!! perchè il lavori iniziarono il 23 maggio 1892 e furono terminati il 20 settembre dello stesso anno. Il 23 settembre si procedette al viaggio inaugurale. Incredibile.
Telfener costruì anche alberghi e chalet, contribuendo a fare di Vallombrosa la capitale del turismo montano dell'epoca.
Infatti con la piccola ferrovia, si arrivava al Saltino in poco meno di un'ora di agevole e panoramicissimo viaggio.
Purtroppo nel 1913 l'istituto Forestale fu trasferito a Firenze, perdendo così una parte assai importante di pubblico.
Poi ci fu la prima guerra mondiale, durante la quale le villeggiature diminuirono sensibilmente.
Dopo il 1918, si ebbe un interesse politico a spingere il turismo montano verso le zone dell'Alto Adige, ritornate da poco ad essere italiane, anche la costruzione della strada rotabile - l'attuale SP 88 - e con l'inizio nel 1920 del trasporto su gomma,  contribuirono a diradare sempre di più il traffico verso questa località montana, tanto che nel 1924, la ferrovia fu dismessa definitivamente, ed il materiale rotabile smantellato.
Adesso che cosa è rimasto di questa ferrovia?
La stazione dei Sant'Ellero, sulla SS69 Aretina, che fornisce ancora il suo servizio sulla linea Firenze-Roma.

E' ancora visibile nel suo contesto la stazioncina di Filiberti

La stazione finale del Saltino invece è diventata casa di abitazione privata, ed è completamente irriconoscibile.

Noi l'abbiamo trovata perchè tutti i testi che abbiamo consultato riportano il suo nome attuale "Villa Rognetta" ed è un nome che non si dimentica!
Sotto la villa c'è ancora quello che potrebbe benissimo essere un muro di contenimento ferroviario.
Volendo, con un po' di inventiva e parecchio fiato - sono 845 metri di dislivello... - ci sono ancora dei tratti, inglobati in un sentiero montano, che è possibile percorrere a piedi. 

Ringraziamo il Blog Lettere Meridiane di Geppe Inserra per le notizie sul Conte Giuseppe Telfener



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