domenica 20 agosto 2017

ORANGINA...CHI ERA COSTEI?

Con chiunque abbiamo parlato, bambino negli anni '60 e adolescente negli anni '70, alla parola "orangina" si sono illuminati gli occhi, e il ricordo, netto e preciso, era della "bottiglietta rotonda, piccola, verde scura, con l'esterno a buccia di arancia".
Tutto vero.
Ma non si chiamava orangina, bensì aranciata Roveta. (ricordatevi di questo nome, perchè poi ne parliamo).
Pensiamo che l'equivoco sia nato perchè la bottiglia dell'Orangina, marchio francese nato nel 1935, era simile nelle dimensioni, nel colore e nel tipo di forma della bottiglia.
Il marchio Orangina è mancato dall'Italia per parecchi anni, e solo di recente è stato reimportato in Italia, da parte di un distributore dal nome che è tutto un programma (OnestiGroup).
Riteniamo quindi - ma si tratta di un 'interpretazione del tutto personale - che l'immagine della Aranciata Roveta e quella dell'Orangina si siano sovrapposte nell'immaginario collettivo, a causa delle similitudini esistenti tra i due marchi, e alimentata dal fatto che Orangina sia scomparsa dal mercato italiano per diversi anni.
Detto questo, ritorniamo alla bottiglietta verde da 0,20 lt, che si chiamava Aranciata Roveta.
Anzi, torniamo alla Sorgente Roveta.

Prendeva il nome dalla località dove sgorgava la sorgente, e che si trova nel comune di Sandicci.
Per dire la verità, l'acqua non sgorgava, come ci si immaginerebbe da una sorgente, ma trasudava dalle rocce.
Proprio questo fatto le dava delle caratteristiche chimico-fisiche di qualità e purezza uniche, oltre a darle un gusto particolare.
Questa strana fonte era nota da tempo, ma solo l'imprenditore Enrico Scotti ebbe l'intuizione di sfruttarla, nei primi anni del secolo scorso.
Tuttavia Enrico Scotti non andò oltre i canoni del suo tempo, quando lo sfruttamento di una fonte d'acqua era legato al turismo termale.
Fece costruire l'Albergo delle Fonti, dotandolo, già dal 1905. di comfort inauditi per l'epoca, il telefono, e campi da tennis.
La grossa spinta in avanti venne dal figlio di Enrico, Gino Scotti, che ereditò l'azienda dal padre nel 1929.
Gino Scotti era una persona veramente "avanti".
Potenziò la recezione alberghiera, facendone un luogo di villeggiatura di grande prestigio: nell'Albergo delle Fonti, hanno trascorso dei periodi di ritiro sia la Fiorentina, che la squadra nazionale di calcio, che vinse i mondiali nel 1934 e nel 1938.
Nel secondo dopoguerra - in un periodo quindi in cui era cosa non da poco avere l'acqua corrente in casa - intuì le potenzialità del mercato dell'acqua in bottiglia, ed in seguito anche quello delle bibite, derivate da un marchio di acque minerali.
Da vero precursore, aveva già una visione della ricerca della "naturalità", da parte del mercato, nei  prodotti industriali, e si inventò la famosa bottiglietta a forma di arancia; oltre al chinotto - che si chiamava Kinotto, con la "k" - la cedrata - un classico anni '50 - e, udite, udite, il pompelmo... che negli anni '50 era un frutto veramente esotico!
Il sig. Gino era un  vero esperto di marketing ante-litteram, ed a quei tempi la Sorgente Roveta era un'industria che dava lavoro a 80 famiglie della zona, che aveva i macchinari migliori e più all'avanguardia, con una speciale attenzione al mantenimento dei sapori naturali delle sue bibite.
Si era inventato persino un concorso a premi, legato al ritrovamento di un certo numero stampato nel tappo delle bottiglie.
Purtroppo, venne a mancare nel 1960.
Alla sua morte iniziarono le battaglie legali tra gli eredi, per il possesso dell'azienda.
Da lì iniziò il declino, perchè, priva di una guida forte che potesse continuare l'opera di aggiornamento continuo che Gino Scotti aveva intuito e realizzato, l'azienda perse il predominio sul mercato nazionale, riducendosi sempre più a realtà locale.
Nel 1966 ci fu il primo sciopero delle maestranze, che lavorava con lo stesso contratto dal 1925; poi cessò la produzione delle bibite; ed il 14 agosto 1975 gli ultimi 15 operai rimasti credevano di andare in ferie, ma lo stabilimento non fu mai più riaperto!
Anche l'Albergo delle Fonti fu chiuso; fu riaperto alcuni anni dopo con il nome Hotel Sorgente Roveta, ma è stato chiuso definitivamente nel 2008, dopo alcuni anni di gestioni a dir poco infelici.
Particolarmente spettrale è la visita al suo sito internet, tuttora esistente, ma fermo al 2004.

Lo potete vedere a questo indirizzo http://www.sorgenteroveta.it/home.htm



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domenica 4 giugno 2017

L'UTOPIA DI TERRA DEL SOLE

Contrariamente a tutte le nostre abitudini di turismo a km zero, per fare questo giretto un po' di chilometri si devono fare.
Ma certamente vi suggeriamo un itinerario alternativo.
Quindi non percorrete l'autostrada " A1 direttissima" e nemmeno la
 "A1 panoramica".
No, qui si tratta di andare dalle parti di Forlì, per cui cosa meglio del passo del Muraglione?
Se ci potete andare in moto, avete raggiunto l'apice della perfezione.
Ma anche andare in auto va bene...
Sul versante toscano le curve sono impegnative, ma gradevoli.
Sul versante romagnolo, dopo pochi tornanti effettivamente ripidi, ci si trova presto a Portico di Romagna: da lì è tutta diritta.
Ecco, quando la SS67 Toscoromagnola (sempre di lei si tratta) è bella grande, e corre veloce in una bellissima campagna, girate per Castrocaro Terme, località famosa per le terme, per Miss Italia e per il concorso delle voci nuove.
Tutta roba anni '60, è vero, ma tutt'ora conosciuta.
Vedrete che i cartelli stradali - non tutti - riportano l'indicazione per "Castrocaro Terme- Terra del Sole", infatti adesso è una solo comune, e tra i due abitati c'è solo un chilometro di distanza.
Concentriamoci su Terra Del Sole, un bellissimo nome per una "città ideale" così come amavano immaginare i mecenati del rinascimento.
Come tutte le città di Fondazione, Terra del Sole ha una data di nascita: l'8 dicembre 1564, data in cui fu posata la prima pietra per la costruzione della città fortezza, voluta dal Granduca Cosimo I° de' Medici.
Se ci seguite - e se conoscete la storia, soprattutto - sapete che a quei tempi questa era terra toscana, quella Romagna Toscana di cui abbiamo già parlato (link) e che tale è rimasta fino al 1923, quando fu aggregata alla provincia di Forlì.
A quei tempi la città ideale era un'utopia che i grandi personaggi potevano togliersi lo sfizio di provare a costruire. 
Cosimo I° voleva accentrare in un unico luogo, una fortezza certamente, ma "a misura d'uomo", tutte le varie amministrazioni medicee, che a quei tempi erano divise tra le varie città romagnole.
E non dimentichiamo che le terre di Romagna erano considerate il granaio della Toscana medicea, e per tenere al sicuro il grano - che aveva un grande valore anche "monetario", cosa di meglio di una bella fortezza, che lo avrebbe custodito e difeso?
Terra del Sole non era ancora terminata, quando nel giugno del 1579, vi furono trasferiti tutti gli uffizi medicei, specialmente dalla vicina Castrocaro.
La città era completamente cinta da mura in laterizio, molto simili a quelle che ancora adesso si possono ammirare a Lucca; 

al suo interno ci sono  due borghi, costruiti secondo delle regole e delle proporzioni molto precise, che si chiamavano "borgo Fiorentino" quello verso l'appennino, e "borgo Romano" quello verso la pianura.
Ai quattro, lati, erano collocati degli imponenti bastioni, dei quali solo uno è ancora in piedi, ed ospita un bellissimo giardino pubblico.
Attorno alla Piazza d'arme, dove si svolgeva anche un affollato e frequentatissimo mercato, sono la chiesa dedicata a Santa Reparata 

e, proprio di fronte, il Palazzo dei Commissari - tanto per non perdere di vista la doppia anima del potere (del tempo?), religioso e civile.

Rimarrà capoluogo della Romagna Toscana sino al 1784, anno in cui la provincia fu abolita.
Da lì, la storia di Terra del Sole cambiò radicalmente.
La fortezza era stata disarmata qualche anno prima, e quando fu deciso che la famigerata SS67 Toscoromagnola dovesse passarle proprio nel mezzo... beh fu l'inizio della fine per le imponenti mura, che furono in parte smantellate, in parte utilizzate come cava per altre costruzioni, come del resto è successo quasi ovunque.
Terra del Sole perse nel tempo la sua importanza, a vantaggio di Castrocaro, di cui è stata considerata una frazione, sino ai tempi recenti in cui le due metà di questo comune,si sono definitivamente unite.


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domenica 14 maggio 2017

IL CONSERVATORIO DI SAN NICCOLO'

Quando si parla di un Conservatorio, si pensa ad una scuola destinata allo studio della musica, no?!
In questo caso, niente di più sbagliato.
Si chiama Conservatorio - ma i pratesi, giustamente, lo conoscono come "il collegio" - perchè era destinato a conservare (anzi, a "tenere in serbanza") le figlie delle nobili famiglie toscane.
Che le si conservasse per un fastoso matrimonio o per destinarle al Chiostro, era secondario. Prima di tutto si doveva conservare la loro virtù.
Per loro, e per i loro abiti ingombranti, era stata realizzata dall'architetto pratese Giuseppe Valentini nel 1787, la Scala Regia, che ha la caratteristica di avere una pedata molto profonda, ma un'alzata assai dolce, allo scopo di facilitare la salita.
Questa scala monumentale conduce al piano superiore, dove al giorno d'oggi sono le aule dei vari gradi di scuole- dall'asilo al liceo - che ancora oggi sono frequentate principalmente da ragazze.

Entrare all'interno di San Niccolò è un privilegio raro.
Noi abbiamo approfittato delle giornate del FAI, per entrare e visitarlo.
Era una novità anche per noi, vecchi pratesi.
Abbiamo visitato l'aula Capitolare, dove le suore si sedevano per discutere dei problemi del convento.
E' una grande stanza, arredata con semplicità, ma splendidamente affrescata.
La particolarità è che sotto di essa esiste un'altra stanza, con le stesse dimensioni e che fungeva da cimitero: le suore defunte venivano vestite e messe sedute nella stessa postazione dove sedevano in vita, a perpetuare un eterno Capitolo.
Ancora al di sotto,  un'altra stanza accoglieva le ossa, quando il corpo si era naturalmente decomposto, e per lasciare spazio ad un'altra consorella defunta.
Va da sè che in queste stanze segrete, hanno trovato rifugio molte persone, dai rastrellamenti tedeschi durante la seconda guerra mondiale.
Il chiostro è in parte chiuso da vetrate, in parte aperto e nell'ultimo lato è stato murato, in modo da ricavare altre stanze e altre aule per l'educazione delle fanciulle.
Il chiostro ha inoltre la particolarità di avere due pozzi.
Uno nel centro, rotondo ed in pietra.

L'altro, a ridosso della parte vetrata del chiostro, è molto più antico ed ha una forma particolare, essendo anche intonacato e imbiancato.
Tuttavia si coglie ancora l'antico servizio a cui era adibito, a causa della carrucola che ancora lo sovrasta.
In una piccola stanza di comunicazione tra il chiostro e il corridoio delle celle delle monache, è conservato un crocifisso miracoloso.
Pare che la statua seicentesca, fosse stata scolpita con la bocca chiusa.
In una sera tempestosa, una bambina che saliva le scale- ospite dell'educandato - fu fermata da una voce le le intimava di fermarsi.
 Lei ebbe un attimo di comprensibile smarrimento nel sentire questa voce. 
Tanto fu sufficiente però, perchè in quel momento un fulmine perforò il tetto e divelse una mattonella del pavimento,  da permettere alla bambina di salvarsi.
Da allora il crocifisso ha la bocca aperta!

E la mattonella non è più tornata al suo posto.

La mattonella mancante è nel corridoio delle celle delle monache, un grande corridoio contornato da piccole porte, che portano in piccole stanze arredate in maniera molto semplice (monacale, diremmo con una facile battuta).
Il corridoio è però bellissimo, in antico cotto consumato dagli anni e dal calpestio (è del nucleo originale del convento e risale a tra il 1323 ed il 1327) e nonostante questo, lucidissimo e dal colore veramente magnifico.
In fondo a questo corridoio abbiamo potuto visitare anche il vestibolo delle suore, una serie di armadi dove veniva conservato il vestiario sia delle suore che delle novizie, e che conserva al suo interno una cappella in legno dorato dove è custodito il sarcofago che conteneva il corpo di Santa Caterina de' Ricci, una famosa santa pratese, e che fu portato qui dopo le spoliazioni napoleoniche ai conventi.

Da allora è rimasto qui, ma vuoto: le spoglie della Santa sono custodite adesso in altro luogo.
Questa è solo una minima parte dell'antico convento.
Gran parte di esso non è visitabile, ma noi siamo stati felici di avere il privilegio di poterlo fare.

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domenica 30 aprile 2017

L'OASI NATURALISTICA DI FOCOGNANO

O, più correttamente, Stagni di Focognano.
Anche questa Oasi naturalistica, che vive sotto l'Egida del WWF, si trova in un luogo assolutamente inimmaginabile.
A Campi Bisenzio, tra l'autostrada A1 e l'aeroporto di Peretola: tra l'altro, dalle sue postazioni di osservazione naturalistica, si gode un magnifico panorama della Chiesa dell'autostrada, nonchè del vicino Gate Hotel (ex motel Agip, ex Forte Hotel e chissà quanti altri nomi ha cambiato in 50 anni...).

Si tratta di un luogo a suo modo straordinario, perchè non è un pezzo dell'antica palude che è stato recuperato, bensì la palude è stata "ricreata", costruendo un luogo dove gli uccelli palustri possano vivere, e gli uccelli migratori possano utilizzare - in tutta sicurezza - per riposare nei loro lunghi viaggi.
La nostra simpatica guida ha riassunto quest'ultima concetto, definendo l'oasi come un "autogrill" per gli uccelli migratori.
Quindi, dicevamo, la palude è stata ricostruita, dopo decenni in cui l'area era stata destinata a colture intensive, che come ovunque, hanno distrutto tutto quello che era il mondo legato alla palude; quindi pesca, coltivazione delle erbe palustri, utilizzo di alcune parti per la coltivazione del riso, e via di questo passo.
Esattamente quello che è successo anche con il lago di Bientina, di cui abbiamo già parlato (link)(link) oppure con il Padule di Fucecchio (link).
In quest'area, fortemente antropizzata e con una importante vocazione industriale, non è stato possibile conservare alcune parti dell'antica palude.
Encomiabile, quindi, il progetto di ricostruire la palude.
Progetto che è tutt'ora in atto.
Infatti il WWF è riuscito ad ottenere un'ampia zona di terreno dal comune di Campi Bisenzio, e sta realizzando un nuovo lago, che si chiamerà Lago Prataccio.
Quando l'abbiamo visitato noi, i lavori erano già avanzati, e nel giro di qualche anno il nuovo lago acquisterà quell'aspetto di vera palude che ha già la parte più "vecchia" degli stagni, che dopo diciotto anni - da tanto esiste questa oasi naturalistica - ha acquisito un aspetto assolutamente naturale.
I volontari del WWF hanno lavorato con molta attenzione; hanno ricreato un paesaggio assolutamente naturale, e molto, molto bello.
Hanno coltivato le piante palustri, che hanno poi trapiantato sulle sponde lei laghetti, hanno ricreato le condizioni in cui gli anfibi possono ripopolare gli specchi d'acqua, hanno riprogettato i canneti, dove gli uccelli migratori possono riposare e mangiare.


Ci sono anche molte specie stanziali, alcune anche poco diffuse, e che hanno trovato in questa zona un buon posto dove vivere e riprodursi.
E naturalmente i punti di osservazione naturalistica, dove, rispettando il silenzio dovuto in questi casi, si possono ammirare gli animali nella loro cornice.

Le visite si svolgono in orari fissi e e con l'accompagnamento di una guida.

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domenica 23 aprile 2017

CON IL NASO IN SU'

Di solito, vi accompagniamo in posti vicini a noi, per poter vedere con altri occhi tutte quelle cose che abbiamo vicine, e proprio perchè sono vicine e le vediamo tutti i giorni, non ci incuriosiscono. 
Eppure tutto ha una storia, di tutto è possibile reperire notizie e curiosità.
Ecco, stavolta non faremo niente di tutto ciò.
Vogliamo invece farvi cambiare punto di vista.
E questo è un esercizio che può essere svolto in qualsiasi località voi abitiate, senza nemmeno prendere la macchina.
La sublimazione del turismo a km zero!
In che cosa consiste?
Beh, se ci seguite non siete di quelli che potrebbero camminare su un cadavere senza accorgersene, solo perchè hanno il naso sempre sul loro smartphone.
E questo già vi qualifica per il meglio.
D'altra parte è normale, quando si cammina per le strade della propria città, o per quelle di una città che si visita per la prima volta, guardare ad altezza d'uomo.
Ad "altezza di vetrine" potremmo dire.
Invece, provate a guardare in alto.
Troverete tutto un mondo diverso!

A cominciare dai terrazzini: fioriti, disadorni, ad angolo, a tasca, a tetto, con aeree ringhierine in metallo o solidi muri di pietra, ingombri delle cose che non vogliamo in casa, oppure tirati a lucido, con i panni stesi, con le signore affacciate.
Sorridetele! Loro forse non vi vedono, ma voi sarete più felici.
E poi ci sono targhe in marmo (dedicate a Garibaldi: una per città) che ricordano illustri cittadini, oppure altrettanto illustri visitatori.

E gli stemmi, araldici o nobiliari, e le finestrine con le tendine fatte all'uncinetto, e i vetri vecchia maniera che non sono proprio lisci, ma riflettono la luce.

Finestrine collocate in posti molto strani, scale che si intravedono, porticine improbabili.
E provate a guardare di sera.... è bellissimo vedere la vita che scorre dentro quelle finestre: uno scaffale pieno di libri, un soffitto a volte, una bicicletta attaccata al muro, un fiotto di musica che esce da una finestra socchiusa.
Strane decorazioni, imbiancature particolari, persiane colorate.
Provate, poi ci sapete dire.

lunedì 17 aprile 2017

IL PLASTICO FERROVIARIO DI SAN FILIPPO

Chi ci segue, sa che noi amiamo molto le ferrovie, i treni, le stazioni e... i plastici ferroviari.
Uno bellissimo, ricostruito con fedeltà analogica è a Prato, e riproduce in ogni minimo dettaglio, un tratto della direttissima Firenze-Bologna (link).
Questo, che abbiamo visitato nell'ultimo sabato disponibile, prima che chiudesse per una importante ristrutturazione e ampliamento, è invece una creazione di pura fantasia.

E'vero, siccome è piuttosto conosciuto e molto apprezzato, che ci sono stati dei giornali che lo hanno definito "un pezzo di valdelsa riprodotto in plastico ferroviario", ma credeteci: non è vero.
Infatti non abbiamo mai visto impianti di risalita in valdelsa - e non si capirebbe nemmeno a che cosa potrebbero servire, se ci fossero - mentre invece nel plastico, l'impianto di risalita c'è, con tanto di neve, elicottero della polizia, e cabina caduta e ambulanze, nonchè sciatori allarmati.

Se pensate che chi ha pensato a questa situazione sia un' amante dell'horror, vi sbagliate di grosso.
Si tratta invece di una vera genialata, per rimediare ad una costosissima apparecchiatura - raffigurante proprio un impianto di risalita, con cabine, doppia fune, stazione di arrivo e partenza - che nonostante le notti insonni passate da tre appassionati nel tentativo di farla funzionare, si è decisamente rifiutata di funzionare.
L'inventiva certo non manca al suo progettista ed ideatore.
Un appassionato di modellismo, niente di più, che per combattere la noia di un periodo di cassa integrazione della ditta dove lavorava, si è inventato questo progetto, partendo da un piccolo plastico per far divertire suo figlio.
Che si chiama Filippo.

Ed ecco trovata la spiegazione del nome, che non ha niente a che vedere con la Valdelsa.
Infatti il plastico si trova tra Gambassi Terme e Certaldo, presso un'abitazione provata...quella del padre di Filippo, che avendo a disposizione una grande rimessa a pianterreno, tanta passione e alcuni amici che si sono offerti di aiutarlo, ha sviluppato e ampliato il progetto sino a farlo diventare una vera e propria attrazione turistica.
Il plastico ha una "modalità giorno" e una "modalità notte", veramente molto suggestiva!
Bellissima l'idea della telecamerina su il più veloce dei treni in circolazione; da uno schermo si può seguire il viaggio del modellino, e vi assicuriamo che è molto, molto verosimile!
Non si paga per entrare, ma se uscendo si vuole dare un contributo per l'ampliamento ed il mantenimento del plastico, è bene accetto.

https://www.plasticoferroviario.com/


domenica 9 aprile 2017

UN GIRETTO TRA PRATO E PISTOIA: LA BADIA A PACCIANA E IL CAMPANILE MORESCO DI VIGNOLE

Nella piana tra Prato e Pistoia esistono molti luoghi veramente interessanti, e anche un po' dimenticati, purtroppo.
Non parliamo del settore che si avvicina alle montagne, ma in quella "terra di mezzo", dove i confini tra Prato e Pistoia sono molto labili, proprio a causa della conformazione pianeggiante del suolo.
E così scopriamo che la Badia a Pacciana è diocesi di Pistoia, anche se sembra tanto vicina a Prato.

Questa abbazia benedettina risale all'anno mille, ed è dedicata a Santa Maria Assunta; con gli anni intorno a questa abbazia con annesso monastero, si è creato un paese, che si chiama appunto Badia a Pacciana.
A quei tempi il terreno era paludoso e malsano perchè i torrenti Brana e Ombrone qui perdevano il loro corso, e si impaludavano.
I monaci benedettini, venuti da Norcia, ricrearono il corso dei fiumi, e bonificarono una zona che nei tempi recenti sarebbe diventata estremamente produttiva per il vivaismo.
Nel 1322, fu abate di questo monastero, un personaggio eminente di Pistoia Ermanno Tedici che ne fu signore di Pistoia per un alcuni anni. Sotto la sua signoria, cessarono le guerre che devastavano la zona, e Pistoia divenne comune autonomo.
Si sa che gli amici si scelgono, ed i parenti invece li manda Dio. 
Perchè se Ermanno Tedici avesse potuto scegliersi i parenti, avrebbe sicuramente fatto volentieri a meno di suo nipote Filippo, che non esitò a vendere - per soldi - la città a Castruccio Castracani, che già che c'era distrusse anche l'abbazia.
Quel che ne rimase venne utilizzato dai contadini della zona come rimessa agricola, fino al 1515 quando Leone X° (un papa Medici...) la unì al capitolo fiorentino.
Ma il fatto di trovarsi nella "terra di mezzo" a cui abbiamo accennato prima,non le giovò affatto nel 1537, quando fu campo di battaglia tra due famiglie pistoiesi (pro e contro i Medici) e da questi distrutta e incendiata.
Nei secoli successivi la chiesa fu ricostruita e ampliata diverse volte, sino alla forma neoclassica di impianto ottocentesco, così come la vediamo ancora oggi.
Tra l'altro, ci ha molto colpito il fatto che la chiesa abbia un vestibolo (detto anche pronao), cosa veramente poco comune nelle chiese della zona.

Il resto del monastero invece fu venduto a privati e trasformato in abitazioni, sino a quando, alla metà degli anni settanta del secolo scorso, la curia di Pistoia l'ha ricomprata e restaurata, avvalendosi tra l'altro del contributo in denaro delle famiglie che abitano il paese, che si erano tassate perchè la badia venisse riportata alle sue origini.
Se invece ci dirigiamo verso Vignole, noterete che dietro la vecchia chiesa (adesso chiusa al culto) c'è uno strana torre dall'aspetto arabeggiante.
E' il Campanile della chiesa di San Michele Arcangelo.

Risale al secolo XV, ed è costruito interamente in mattoni.
Chi ha pensato questa strana costruzione, tutta in laterizio - e già questo non è comunissimo nella piana - voleva solo sostituire il campanile della chiesa, che era diroccato e stava crollando.
Con un intervento molto moderno, pensarono di abbatterlo e costruirlo ex-novo, ispirandosi alle costruzioni tardo-medioevali della loro epoca.
E' quindi tutto un trionfo di bifore ad arco acuto, intervallati da cornici di archetti pensili, che terminano con una cupoletta molto rialzata e ricoperta di scaglie.
E' questa a dare al campanile quell'aspetto "moresco", perchè somiglia molto alle cupole delle moschee: ma chi l'ha costruita non pensava minimamente alle moschee, anzi, probabilmente non sapeva nemmeno cosa fossero, figurarsi farne una simile!
No, sono i nostri occhi di persone del XXI° secolo che la vedono così, che colgono una somiglianza che non esiste.
Noi la vediamo somigliante a migliaia di cupole arabe, che abbiamo visto sui libri, alla televisione, o magari anche dal vivo!
Ma chi l'ha costruita e pensata, ha solo esagerato un po', su delle caratteristiche comuni all'epoca, come la cupola di mattoni.

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