Questa strana costruzione, nella piccola piazza di Santa Elisabetta, pare sia una delle più antiche di Firenze.
Nel X° secolo c'era stata la mania dello scrivere, perchè le prime notizie che si trovano - che si tratti di costruzioni, città, fortificazioni, atti di vendita, donazioni o quel che dir si voglia - risalgono sempre a questo periodo: dal 950 in poi, si affilano le penne, si crea il primo inchiostro degno di questo nome, e si scrive.
Ma le scarne notizie che riguardano questa torre risalgono a molto prima, tra il VI e il VI secolo, e come sempre accadeva in quel periodo, per costruire si utilizzava quel che rimaneva di un edificio romano; un fatto assai raro in questa zona.
Infatti si sa che i romani, avevano fondato Florentia sulle colline - l'attuale Fiesole - zona estremamente più salubre e sicura del fondo del lago in fase di prosciugamento, che era a quei tempi l'attuale pianura dove sorgono Firenze, Prato e Pistoia.
Fatto sta che qui un'edificio romano esisteva - forse delle piccole terme, a giudicare dalla forma circolare che ricorderebbe una piscina, oppure un bastione dell'acquedotto - ed era sicuramente uno dei pochi.
Dal XII secolo, si sa che questo edificio era stato adibito a carcere femminile.
Il nome "Pagliazza" infatti starebbe ad indicare il vile materiale su cui giacevano le sventurate che qui venivano rinchiuse per espiare le loro colpe.
Sicuramente molto diverso dall'albergo a cinque stelle di cui adesso la costruzione - ironia della sorte - fa parte.
Per la sua forma circolare, fu adibito anche a campanile di una chiesetta, dedicata a Santa Elisabetta, di cui adesso rimangono poche tracce.
In seguito fu inglobata in una serie di costruzioni, dove al piano terreno sorgevano delle botteghe,ed ai piani superiori delle abitazioni.
Solo di recente le sovrastrutture sono state eliminate, allo scopo di poter rendere visibile questa antichissima costruzione.
Come succedeva spesso a queste costruzioni circolari (vedi Montelupo Fiorentino (link)) le parti più in basso erano ingombre di cocci di ceramica, quasi tutti di normale utilizzo e quindi in gran parte prive di valore artistico, ma che sono tuttavia servite per creare un piccolo museo.
Mappa
domenica 5 febbraio 2017
LA FORTEZZA DELLA VERRUCA
Proprio dietro Uliveto Terme, quindi in quel contado pisano che tanto amiamo, facilmente raggiungibile dalle cave abbandonate, si può accedere a questa fortezza, anzi, ai suoi resti.
Il nome può sembrare strano, ma il monte dove sorge, ha la caratteristica di spiccare dal panorama dei monti Pisani, proprio come una verruca - malattia della pelle un tempo molto comune, dove una protuberanza di tessuto epiteliale viene a sporgere in maniera significativa dal luogo dove sorge (di solito piedi, mani, gomiti o ginocchia).
Inoltre, essendo composta di pietra chiara, spicca visibilmente dal panorama boscoso dei monti. (stiamo parlando del monte, non della malattia della pelle...)
Su questa protuberanza, fu costruita una fortezza da una preesistente struttura del 780, anche se le infrastrutture principali risalgono al XIII secolo.
Questo era un luogo di confine, e la repubblica pisana, perennemente in lotta contro quella fiorentina, ne fece un punto di avvistamento di prim'ordine.
Perchè quello che colpisce venendo quassù è proprio il panorama a 360° che di qui si può ammirare.
Pensiamo per un attimo a quello che si poteva vedere da qui nel XIiI° secolo.
Non esisteva Uliveto Terme, e probabilmente nemmeno la cava da cui si accede. Prati e boschi a perdita d'occhio, il mare che luccica in lontananza nelle giornate terse. Nessun rumore, per cui si odono bene gli zoccoli dei cavalli, e il clangore delle armi - perchè nel nostro immaginario le armi fanno sempre rumore, anche se l'armata è in trasferimento e non si combatte - i vessilli innalzati dell'armata, splendono sotto il sole, agitati da un vento leggero.
Va bene, lo confessiamo: abbiamo rivisto da poco "Il mestiere delle armi"- anche se dalla descrizione sembrava più "l'Armata Brancaleone" - e ci siamo fatti prendere un po' la mano.
Ma siamo sicuri che avete capito che cosa intendevamo dire!
Anche adesso qui non si sente nessun rumore, se non il vento che entra tra le antiche pietre.
Come ogni antica fortezza che perde il suo ruolo storico di baluardo "a difesa di..." anche quella della Verruca, ha perso la sua funzione al momento in cui i Medici hanno eliminato tutte le guerre, unificando la Toscana sotto il loro patriziato.
E come ogni antica fortezza, è servita come materiale edile per la costruzione dei paesi vicini.
Anche se la spoliazione qui è stata particolarmente pesante, ed è ben poco quello che è rimasto visibile al momento attuale.
Infatti si fa fatica ad avvertire la sensazione di essere in una fortezza, tanto poco è rimasto delle antiche mura e quel poco è in parte soffocato dalla vegetazione.
E' possibile visitare delle stanze sotterranee e dei cunicoli, che però NON vi consigliamo di visitare, specie se siete da soli!
Le cave sottostanti, sono quelle della famosa "pietra verrucana" che costituisce il materiale di cui sono costruite molte chiese della zona.
E' una pietra bellissima, tra il verde ed il beige chiaro, che è comune in tutta la zona, ma che prende il nome proprio da questo strano monte sulla quale sorge la fortezza.
Mappa
Il nome può sembrare strano, ma il monte dove sorge, ha la caratteristica di spiccare dal panorama dei monti Pisani, proprio come una verruca - malattia della pelle un tempo molto comune, dove una protuberanza di tessuto epiteliale viene a sporgere in maniera significativa dal luogo dove sorge (di solito piedi, mani, gomiti o ginocchia).
Inoltre, essendo composta di pietra chiara, spicca visibilmente dal panorama boscoso dei monti. (stiamo parlando del monte, non della malattia della pelle...)
Su questa protuberanza, fu costruita una fortezza da una preesistente struttura del 780, anche se le infrastrutture principali risalgono al XIII secolo.
Questo era un luogo di confine, e la repubblica pisana, perennemente in lotta contro quella fiorentina, ne fece un punto di avvistamento di prim'ordine.
Perchè quello che colpisce venendo quassù è proprio il panorama a 360° che di qui si può ammirare.
Pensiamo per un attimo a quello che si poteva vedere da qui nel XIiI° secolo.
Non esisteva Uliveto Terme, e probabilmente nemmeno la cava da cui si accede. Prati e boschi a perdita d'occhio, il mare che luccica in lontananza nelle giornate terse. Nessun rumore, per cui si odono bene gli zoccoli dei cavalli, e il clangore delle armi - perchè nel nostro immaginario le armi fanno sempre rumore, anche se l'armata è in trasferimento e non si combatte - i vessilli innalzati dell'armata, splendono sotto il sole, agitati da un vento leggero.
Va bene, lo confessiamo: abbiamo rivisto da poco "Il mestiere delle armi"- anche se dalla descrizione sembrava più "l'Armata Brancaleone" - e ci siamo fatti prendere un po' la mano.
Ma siamo sicuri che avete capito che cosa intendevamo dire!
Anche adesso qui non si sente nessun rumore, se non il vento che entra tra le antiche pietre.
Come ogni antica fortezza che perde il suo ruolo storico di baluardo "a difesa di..." anche quella della Verruca, ha perso la sua funzione al momento in cui i Medici hanno eliminato tutte le guerre, unificando la Toscana sotto il loro patriziato.
E come ogni antica fortezza, è servita come materiale edile per la costruzione dei paesi vicini.
Anche se la spoliazione qui è stata particolarmente pesante, ed è ben poco quello che è rimasto visibile al momento attuale.
Infatti si fa fatica ad avvertire la sensazione di essere in una fortezza, tanto poco è rimasto delle antiche mura e quel poco è in parte soffocato dalla vegetazione.
E' possibile visitare delle stanze sotterranee e dei cunicoli, che però NON vi consigliamo di visitare, specie se siete da soli!
Le cave sottostanti, sono quelle della famosa "pietra verrucana" che costituisce il materiale di cui sono costruite molte chiese della zona.
E' una pietra bellissima, tra il verde ed il beige chiaro, che è comune in tutta la zona, ma che prende il nome proprio da questo strano monte sulla quale sorge la fortezza.
Mappa
domenica 29 gennaio 2017
PONTEDERA: LA CITTA' OPERAIA E IL MUSEO PIAGGIO
Per dire la verità di città operaie ne esistono tante.
Però Pontedera è veramente una città che si è sviluppata in grande stile, in seguito alla dislocazione di una fabbrica importante, che ha costruito cose veramente importanti.
Il toponimo Pontedera è autoesplicativo: vuol dire "Ponte sul fiume Era".
(non ci vuole uno scienziato per questo, vero?)
Adesso un ponte sembra una cosa banale, ma nel medioevo non lo era affatto e questo - fatto costruire dagli Upezzinghi, signori della zona intorno all'anno mille - è rimasto per molti secoli l'unico ponte che attraversava questo fiume, e rappresentava quindi l'unica possibilità di andare da Firenze a Pisa e viceversa, in questa zona.
Una bella storiellina riguarda anche il nome degli abitanti di Pontedera: noi l'abbiamo raccolta da dei nostri amici che abitano in loco - ma non c'è una scoperta clamorosa dietro, la potete trovare anche su wikipedia, con un aulico riferimento agli antichi nomi della cittadina - che si definiscono pontederesi perchè nati a Pisa da genitori di Lajatico. Quindi originari di altri paesi ma abitanti a Pontedera.
Coloro che sono nati ed hanno sempre abitato a Pontedera sono invece detti pontaderesi.
Un po' come i romani veri che tifano per per Roma, mentre quelli dei dintorni tifano Lazio...
Qui non troviamo tracce di insediamenti etruschi, nè romani: nel Medioevo, in queste che erano lande assai pericolose,dopo il ponte, fu costruito un castello fortificato - ricostruito innumerevoli volte - di cui non sono rimaste tracce, perchè alla fine dell'ottocento il poco che era rimasto dell'antico castello su fatto abbattere, per permettere alla città, a forte vocazione commerciale sin dal rinascimento, di crescere ed espandersi.
Tanto che nel 1924, un industriale genovese, Rinaldo Piaggio, rilevò una pre-esistente industria meccanica per trasferirvi parte delle industrie aereonautiche Piaggio.
La motivazione era evidente: Genova non è il posto adatto per costruire grandi capannoni industriali, a causa della difficile disposizione della città, mentre qui il terreno pianeggiante non mancava davvero!
Questo costituì la fortuna di Pontedera, che nel 1930 fu proclamata "città" con regio decreto.
Fu anche la sua sfortuna, perchè a causa delle industrie strategiche - qui si costruivano ancora aerei - dislocate nel suo territorio, fu pesantemente bombardata durante la seconda guerra mondiale.
Ma fu nel dopoguerra che nacque la vera città operaia: la Piaggio fu riconvertita in industria civile, e con la creazione della mitica Vespa dal grande ingegnere Corradino D'Ascanio nel 1946,
la città conobbe un vero boom edilizio e demografico, che ebbe il suo culmine tra la fine degli anni'70 ed i primissimi '80.
Proprio sulla Toscoromagnola, si trova infatti il Villaggio Piaggio, fatto costruire dalla Piaggio negli anni '30 per i suoi dipendenti, così come si usava spesso allora; con un concetto un po' paternalistico ma che permetteva agli operai di condurre una vita dignitosa.
La particolarità del Villaggio Piaggio è che, oltre ad avere al suo interno una piazza, una scuola, una chiesa - adesso in disuso - e varie botteghe, era completamente recintata da un muro.
In questo modo i suoi occupanti si consideravano quasi abitanti di una città a parte, tantopiù che con il tempo, le case del villaggio furono quasi tutte occupate da impiegati e capi-operai.
Per gli operai veri e propri, fu costruito, alla fine degli anni '60, un altro villaggio, il villaggio Gramsci che, privo di recinzione ed infrastrutture interne, e destinato fin dall'inizio ad ospitare famiglie operaie di più basso livello, fu ben presto soprannominato "villaggio degli ingnudi" proprio per indicare che qui venivano ospitate persone maggiormente svantaggiate.
Già che siamo a Pontedera, io vi consiglio vivamente di farvi un giro al museo Piaggio.
Ad accogliervi troverete una spettacolare locomotiva in acciaio inox risalente al 1936, dalla faccia un po' torva in verità, ma molto bella, che è stata realizzata in questo materiale per tagliare le spese di manutenzione.
Prima di entrare nel museo vero e proprio, troverete ad aspettarvi le vespe con le quali il compianto Giorgio Bettinelli, ha girato il mondo - non stiamo scherzando, lo ha girato per davvero - e che adesso sono qui, a dimostrare, se ce ne fosse bisogno, che con la Vespa si va dappertutto.
Entrando - l'ingresso è gratuito - vi troverete circondati da Vespe di ogni tipo, colore e dimensione.
Impressionante è questa maxi-vespa del 1977, ma se si è appassionati di questo straordinario mezzo, qui trovate veramente tutto quello che è stato prodotto, e anche qualcosa in più.
E poi i manifesti più conosciuti delle campagne pubblicitarie Piaggio, ed al piano di sopra tutta la collezione delle mitiche moto da corsa Gilera.
Non mancano i riferimenti all'attività pre-bellica, con una bella collezione di eliche e motori aereonautici veramente interessanti.
Uscendo, il classico bookshop zeppo di gadget Vespa, ai quali è veramente difficile resistere!
Mappa
Però Pontedera è veramente una città che si è sviluppata in grande stile, in seguito alla dislocazione di una fabbrica importante, che ha costruito cose veramente importanti.
Il toponimo Pontedera è autoesplicativo: vuol dire "Ponte sul fiume Era".
(non ci vuole uno scienziato per questo, vero?)
Adesso un ponte sembra una cosa banale, ma nel medioevo non lo era affatto e questo - fatto costruire dagli Upezzinghi, signori della zona intorno all'anno mille - è rimasto per molti secoli l'unico ponte che attraversava questo fiume, e rappresentava quindi l'unica possibilità di andare da Firenze a Pisa e viceversa, in questa zona.
Una bella storiellina riguarda anche il nome degli abitanti di Pontedera: noi l'abbiamo raccolta da dei nostri amici che abitano in loco - ma non c'è una scoperta clamorosa dietro, la potete trovare anche su wikipedia, con un aulico riferimento agli antichi nomi della cittadina - che si definiscono pontederesi perchè nati a Pisa da genitori di Lajatico. Quindi originari di altri paesi ma abitanti a Pontedera.
Coloro che sono nati ed hanno sempre abitato a Pontedera sono invece detti pontaderesi.
Un po' come i romani veri che tifano per per Roma, mentre quelli dei dintorni tifano Lazio...
Qui non troviamo tracce di insediamenti etruschi, nè romani: nel Medioevo, in queste che erano lande assai pericolose,dopo il ponte, fu costruito un castello fortificato - ricostruito innumerevoli volte - di cui non sono rimaste tracce, perchè alla fine dell'ottocento il poco che era rimasto dell'antico castello su fatto abbattere, per permettere alla città, a forte vocazione commerciale sin dal rinascimento, di crescere ed espandersi.
Tanto che nel 1924, un industriale genovese, Rinaldo Piaggio, rilevò una pre-esistente industria meccanica per trasferirvi parte delle industrie aereonautiche Piaggio.
La motivazione era evidente: Genova non è il posto adatto per costruire grandi capannoni industriali, a causa della difficile disposizione della città, mentre qui il terreno pianeggiante non mancava davvero!
Questo costituì la fortuna di Pontedera, che nel 1930 fu proclamata "città" con regio decreto.
Fu anche la sua sfortuna, perchè a causa delle industrie strategiche - qui si costruivano ancora aerei - dislocate nel suo territorio, fu pesantemente bombardata durante la seconda guerra mondiale.
Ma fu nel dopoguerra che nacque la vera città operaia: la Piaggio fu riconvertita in industria civile, e con la creazione della mitica Vespa dal grande ingegnere Corradino D'Ascanio nel 1946,
la città conobbe un vero boom edilizio e demografico, che ebbe il suo culmine tra la fine degli anni'70 ed i primissimi '80.
Proprio sulla Toscoromagnola, si trova infatti il Villaggio Piaggio, fatto costruire dalla Piaggio negli anni '30 per i suoi dipendenti, così come si usava spesso allora; con un concetto un po' paternalistico ma che permetteva agli operai di condurre una vita dignitosa.
La particolarità del Villaggio Piaggio è che, oltre ad avere al suo interno una piazza, una scuola, una chiesa - adesso in disuso - e varie botteghe, era completamente recintata da un muro.
In questo modo i suoi occupanti si consideravano quasi abitanti di una città a parte, tantopiù che con il tempo, le case del villaggio furono quasi tutte occupate da impiegati e capi-operai.
Per gli operai veri e propri, fu costruito, alla fine degli anni '60, un altro villaggio, il villaggio Gramsci che, privo di recinzione ed infrastrutture interne, e destinato fin dall'inizio ad ospitare famiglie operaie di più basso livello, fu ben presto soprannominato "villaggio degli ingnudi" proprio per indicare che qui venivano ospitate persone maggiormente svantaggiate.
Ad accogliervi troverete una spettacolare locomotiva in acciaio inox risalente al 1936, dalla faccia un po' torva in verità, ma molto bella, che è stata realizzata in questo materiale per tagliare le spese di manutenzione.
Prima di entrare nel museo vero e proprio, troverete ad aspettarvi le vespe con le quali il compianto Giorgio Bettinelli, ha girato il mondo - non stiamo scherzando, lo ha girato per davvero - e che adesso sono qui, a dimostrare, se ce ne fosse bisogno, che con la Vespa si va dappertutto.
Entrando - l'ingresso è gratuito - vi troverete circondati da Vespe di ogni tipo, colore e dimensione.
Impressionante è questa maxi-vespa del 1977, ma se si è appassionati di questo straordinario mezzo, qui trovate veramente tutto quello che è stato prodotto, e anche qualcosa in più.
E poi i manifesti più conosciuti delle campagne pubblicitarie Piaggio, ed al piano di sopra tutta la collezione delle mitiche moto da corsa Gilera.
Non mancano i riferimenti all'attività pre-bellica, con una bella collezione di eliche e motori aereonautici veramente interessanti.
Uscendo, il classico bookshop zeppo di gadget Vespa, ai quali è veramente difficile resistere!
Mappa
domenica 8 gennaio 2017
COLLODI CASTELLO ED IL GIARDINO GARZONI
Questa volta segnaliamo un itinerario solo apparentemente banale: infatti chi non è mai stato al Parco di Pinocchio a Collodi, da bambino, o accompagnando i figli prima ed i nipotini poi?
Ma noi non vogliamo portarvi al Parco di Pinocchio - che comunque è pur sempre un luogo che merita di essere visitato, specialmente se lo si guarda con gli occhi di un adulto - ma a Collodi Castello.
Per dire la verità, quando siamo andati a Collodi, volevamo parlare solo del giardino di Villa Garzoni, uno splendido giardino all'Italiana, con la famosa e scenografica scalinata, con le cascate ed i giochi d'acqua.
Ma siccome siamo arrivati troppo presto per l'apertura del parco - le scoperte si fanno anche per queste casualità - ci siamo incamminati per una stradina acciottolata, con l'indicazione "Castello".
Sicuramente le auto passano da un'altra parte. Infatti accanto all'acciottolato, partiva anche una strada asfaltata, che sicuramente seguiva un tracciato maggiormente favorevole; qui, senza essere ingegneri, e senza l'ausilio di cartelli che lo indicassero, abbiamo valutato la pendenza intorno al 18/19%.
Abbiamo quindi capito l'utilità dei corrimani in metallo, ad ausilio dei temerari che desideravano cimentarsi non tanto nella salita, ma nella conseguente discesa! Sicuramente, in inverno con un po' di ghiaccio, qui ci si allena per il salto dal trampolino olimpico!
Sorpresa: il paesino è tenuto piuttosto bene, anche se sicuramente si tratta più di seconde case, che di abitazioni permanenti.
Comunque abbiamo visto parecchie case abitate - ci siamo stati i primi di dicembre, un periodo al di sopra di ogni sospetto - e macchine parcheggiate (tutte 4x4).
Il paesaggio dalla sommità della rocca è spettacolare, e immaginiamo quanto possa essere bello in piena estate!
Da qui proveniva la madre di Carlo Lorenzini (in arte:Collodi) e sappiamo che aveva qui nonni materni ed un numero imprecisato di zii e cugini.
Sappiamo anche che ha trascorso lunghi periodi presso i nonni, e proprio qui, tra queste erte stradine, è nato il primo germoglio del libro che lo ha poi reso famoso in tutto il mondo.
Scendendo dalla rocca, si percorre una stradina che costeggia il muro di Villa Garzoni, la villa fatta costruire dalla nobile famiglia pesciatina dei Garzoni, già dal 1633 su una pre-esistente rocca medioevale.
E' una delle strade che gli abitanti della rocca utilizzavano per scendere al piano, mentre l'altra attraversa il giardino della villa padronale - è detta "il viale dei poveri" - usufruendo di una servitù, che la famiglia Garzoni aveva concesso agli abitanti.
Al momento in cui ci siamo andati noi, la villa era chiusa, anche se sappiamo che è in parte visitabile.
Con la nostra mentalità occidentale, abituata quindi alle simmetrie, ci si aspetterebbe che la villa fosse all'apice della spettacolare scalinata, costruita per poter realizzare un vero giardino all'italiana, pur nelle possibilità che offriva il territorio; anche in modo da poter pienamente dominare - con un solo colpo d'occhio - tutta la pianura sottostante.
Invece la bella villa, recentemente restaurata e dipinta in un giallo caldo, con delle finiture color crema che accentuano il suo fascino rococò, è situata sulla sinistra, rispetto all'entrata del giardino.
Un tocco di eccentricità, che colpisce subito.
Il giardino sarebbe un classico giardino all'italiana, se non fosse che è in verticale!
Ma ci sono altre particolarità.
Ma ci sono altre particolarità.
Accanto al consueto labirinto in bosso - un po' spelacchiato, perchè il bosso cresce lentamente ed è stato quasi tutto rimpiazzato a causa della malattia che qualche anno fa lo ha praticamente sterminato in tutta la Toscana - c'è un bellissimo e suggestivo bosco di bambù: attraversarlo è davvero un'esperienza.
Come in tutti i giardini all'italiana, ci sono moltissime statue, raffiguranti antichi imperatori, divinità greche e latine, e un cinghialetto che ci ha molto ricordato quello di Firenze.
Le statue erano state dipinte di rosso nel XIX secolo, allo scopo di farle sembrare di laterizio. In un recente restauro, sono state riportate tutte al loro colore originario, che era il bianco.
Ci hanno particolarmente colpito queste due scimmiette, una delle quali calzava il guantone della pallamaglio, mentre l'altra teneva il pallone.
Quindi l'antico gioco tanto popolare in Italia, fino all'inizio del XX secolo, quando le regole unificate del football, importate dalla Gran Bretagna, lo soppiantarono nel giro di pochi anni.
domenica 1 gennaio 2017
LA VIGNA DELLE VENERI
Noi promettiamo sempre piccole storie locali.
E questa è proprio una piccola, grande storia locale.
E' la storia di una vigna, che si trovava a Vaiano.
In realtà una vigna c'è ancora, ma non è quella originale; che doveva essere un po' più in su sul monte, dove adesso c'è un boschetto molto disordinato, pieno di cespugli e pruni, e che potrebbe benissimo avere ospitato in tempi passati una vigna, tanti, tanti anni fa.
Però si può vedere un artistico muretto con una lapide che risale al 1841, dove si ricorda appunto che da questa vigna, detta delle Veneri, veniva prodotto un vino che il grande Galileo apprezzava molto, già dal 1630.
La vigna è rimasta famosa proprio per questo apprezzamento da parte del grande scienziato.
Ma come è entrato in contatto Galileo con questa vigna a Vaiano?
Il figlio del Galilei, Vincenzio, aveva sposato Sestilia Bocchineri, rampolla di un'antica famiglia pratese, la cui sorella maggiore Alessandra, aveva sposato in terze nozze il proprietario della vigna, Giovanfrancesco Buonamici.
Galileo era molto amico del Buonamici, che era all'epoca ambasciatore presso la corte spagnola, a Madrid.
La moglie Alessandra, era poi una interessante figura femminile dell'epoca, che aveva avuto ben tre mariti, tutti sposati per aiutare le dissestate finanze della nobile famiglia paterna. Tra un marito ed un altro, Alessandra sosteneva la famiglia con il suo lavoro di abilissima ricamatrice.
Recatasi a Vienna al seguito di Eleonora Gonzaga, andata sposa a Ferdinando II d'Austria nel 1622, lì conobbe Giovanfranesco Buonamici, un diplomatico di altrettanto nobile - ma assai più facoltosa - famiglia pratese.
Nonostante fosse già al terzo matrimonio, Alessandra aveva solo ventitrè anni quando sposò il Buonamici; e una figlia di primo letto di nome Angelica.
Sposando il giovane e brillante diplomatico, per Alessandra terminarono le preoccupazioni materiali, ed ebbe modo di conoscere il grande scienziato, diventandone anche parente acquisita nel 1629, a causa del matrimonio tra la sorella Sestilia ed il figlio dello scienziato.
Tra i coniugi Buonamici ed il grande pisano, ebbe così inizio una buona amicizia, dovuta anche al fatto che Giovanfrancesco, pur essendosi laureato in legge a Pisa, coltivava da sempre la passione per le scienze naturali.
Il loro legame era così forte, che Buonamici testimoniò a favore di Galilei al momento in cui ci fu il famoso processo per eresia, a causa delle sue teorie sull'eliocentrismo.
Tra visite, scambio continuo di lettere, specialmente con la colta e vivace Alessandra - di cui lo scienziato era anche un pochino innamorato - e reciproco invio di doni, i buoni rapporti andarono avanti sino alla morte dello scienziato nel 1642.
Sino a quel momento, dalla Vigna delle Veneri, ogni anno arrivava allo scienziato una botte di quel vino che lui tanto apprezzava.
Solo dopo 200 anni, l'ultimo erede diretto, Ranieri Buonamici, fece questo muretto, dove fu inserita la lapide con il ricordo dell'apprezzamento del grande scienziato per la allora ricostruita vigna a Sangiovese ed Aleatico per le uve nere, e per il Trebbiano e la Malvasia per le uve bianche.
Mappa
E questa è proprio una piccola, grande storia locale.
E' la storia di una vigna, che si trovava a Vaiano.
In realtà una vigna c'è ancora, ma non è quella originale; che doveva essere un po' più in su sul monte, dove adesso c'è un boschetto molto disordinato, pieno di cespugli e pruni, e che potrebbe benissimo avere ospitato in tempi passati una vigna, tanti, tanti anni fa.
Però si può vedere un artistico muretto con una lapide che risale al 1841, dove si ricorda appunto che da questa vigna, detta delle Veneri, veniva prodotto un vino che il grande Galileo apprezzava molto, già dal 1630.
La vigna è rimasta famosa proprio per questo apprezzamento da parte del grande scienziato.
Ma come è entrato in contatto Galileo con questa vigna a Vaiano?
Il figlio del Galilei, Vincenzio, aveva sposato Sestilia Bocchineri, rampolla di un'antica famiglia pratese, la cui sorella maggiore Alessandra, aveva sposato in terze nozze il proprietario della vigna, Giovanfrancesco Buonamici.
Galileo era molto amico del Buonamici, che era all'epoca ambasciatore presso la corte spagnola, a Madrid.
La moglie Alessandra, era poi una interessante figura femminile dell'epoca, che aveva avuto ben tre mariti, tutti sposati per aiutare le dissestate finanze della nobile famiglia paterna. Tra un marito ed un altro, Alessandra sosteneva la famiglia con il suo lavoro di abilissima ricamatrice.
Recatasi a Vienna al seguito di Eleonora Gonzaga, andata sposa a Ferdinando II d'Austria nel 1622, lì conobbe Giovanfranesco Buonamici, un diplomatico di altrettanto nobile - ma assai più facoltosa - famiglia pratese.
Nonostante fosse già al terzo matrimonio, Alessandra aveva solo ventitrè anni quando sposò il Buonamici; e una figlia di primo letto di nome Angelica.
Sposando il giovane e brillante diplomatico, per Alessandra terminarono le preoccupazioni materiali, ed ebbe modo di conoscere il grande scienziato, diventandone anche parente acquisita nel 1629, a causa del matrimonio tra la sorella Sestilia ed il figlio dello scienziato.
Tra i coniugi Buonamici ed il grande pisano, ebbe così inizio una buona amicizia, dovuta anche al fatto che Giovanfrancesco, pur essendosi laureato in legge a Pisa, coltivava da sempre la passione per le scienze naturali.
Il loro legame era così forte, che Buonamici testimoniò a favore di Galilei al momento in cui ci fu il famoso processo per eresia, a causa delle sue teorie sull'eliocentrismo.
Tra visite, scambio continuo di lettere, specialmente con la colta e vivace Alessandra - di cui lo scienziato era anche un pochino innamorato - e reciproco invio di doni, i buoni rapporti andarono avanti sino alla morte dello scienziato nel 1642.
Sino a quel momento, dalla Vigna delle Veneri, ogni anno arrivava allo scienziato una botte di quel vino che lui tanto apprezzava.
Solo dopo 200 anni, l'ultimo erede diretto, Ranieri Buonamici, fece questo muretto, dove fu inserita la lapide con il ricordo dell'apprezzamento del grande scienziato per la allora ricostruita vigna a Sangiovese ed Aleatico per le uve nere, e per il Trebbiano e la Malvasia per le uve bianche.
Mappa
domenica 18 dicembre 2016
CERRETO GUIDI E IL PRESEPE ALL'UNCINETTO
Nel periodo natalizio sono molti i paesi che attirano turisti con le caratteristiche "vie dei presepi", dove in ogni vetrina di negozio, in ogni garage, in ogni portone, puoi trovare un presepe artigianale.
Si tratta spesso di autentici, piccoli capolavori di manualità, ma anche di inventiva.
Noi abbiamo visitato quella di Cerreto Guidi.
Cerreto Guidi è un grazioso paese vicino ad Empoli.
Per arrivarci, vi consigliamo di percorrere la provinciale di San Zio (si, può sembrare un nome strano, ma si chiama così) una strada di crinale che vi farà vedere un panorama assolutamente straordinario, sulle colline ricoperte di viti, e con il colle di San Miniato, che da queste parti, con la sua raterritistica torre, è visibile come un faro, quasi dappertutto.
Il paese antico circonda completamente la villa Medicea, che con la sua doppia scalinata (attribuita al Buontalenti, o perlomeno lo stile è il suo) domina la piazza, dalla quale si ammira un panorama altrettanto strepitoso.
Se avete tempo visitate anche la villa, dove potete ammirare la stanza da letto dove il principe Orsini fece assassinare la moglie, Isabella de Medici, oltre ad una collezione di armi da caccia (non da guerra, da caccia perchè questo è nato come casino di caccia, quindi era il posto più adatto ad esporle) unica nel suo genere.
La "via dei presepi" gira tutta intorno alle villa, e potete trovare delle cose assolutamente deliziose, un mix di inventiva, di utilizzo di quel che c'è, di abilità manuale notevole, come è per esempio questo presepe costruito da un carabiniere del posto, originario di Caserta, e che oltre alle statuine, ha costruito in polistirolo, lavorato e colorato a mano con un'abilità veramente notevole, anche tutte le abitazioni, i cui interni sono stati curati nei minimi dettagli.
Ma la cosa che ci ha veramente lasciato a bocca aperta per l'inventiva, l'abilità costruttiva e progettuale, e per la pazienza infinita che ci è voluta per la sua realizzazione è il presepe all'uncinetto, opera delle "Dame dell'Uncinetto", un gruppo formato da circa 60 signore del borgo.
Queste abilissime artigiane sono coordinate da Gessica Mancini, l'ideatrice del progetto, nonchè coordinatrice del gruppo.
In questo straordinario presepe, che riproduce in maniera fedele sia la villa Medicea - una cosa veramente straordinaria, perchè la scalinata è tutta a mattoncini, e per riprodurla in maniera fedele, ogni singolo mattone (sono circa 8.000) è stato lavorato separatamente, e collegato agli altri con un filato più chiaro, per riprodurre la malta che tiene insieme i mattoni - che il paese con tutte le case, le botteghe, gli orti.
La fedeltà alla vita reale è assoluta e minuziosa:
nel campo di grano, ogni singola spiga è lavorata alla perfezione, e in mezzo al campo, di un bellissimo colore dorato, si trovano tanti, tanti papaveri, oltre allo spaventapasseri, così com' è nella realtà.
Nei vasi dei fiori, piccolissimi, si possono contare i petali delle margherite, e sul pergolato, ogni minuscola rosa ed ogni fogliolina, sono riprodotti alla perfezione.
Negli orti, ogni minuscolo ortaggio è realizzato con fedeltà assoluta, persino il laghetto - con vera acqua - nel suo fondo azzurro è realizzato all'uncinetto.
Veramente meravigliosi i salici piangenti, per realizzare i quali sono stati confezionati chilometri di catenella!
Per ogni oggetto è stato scelto il materiale giusto, in modo da dare maggior verità alla riproduzione. Per esempio, per la terra arata di fresco è stato utilizzato del mohair marrone, la strada bianca - lunga decine di metri - è in cotone, mentre le pietre sono in lana, per dare un aspetto più compatto.
Insomma, un capolavoro da ammirare con un po' di tempo a disposizione, in modo da stupirsi ben bene per l'incredibile cura dei particolari.
Tanto per dirne una, sotto gli alberi ci sono i funghi porcini - ovviamente - ma anche anche l'amanita falloide, con il suo cappuccio rosso a pallini bianchi!
Insomma, andateci di corsa perchè l'esposizione finisce il 6 gennaio.
Mappa
Si tratta spesso di autentici, piccoli capolavori di manualità, ma anche di inventiva.
Noi abbiamo visitato quella di Cerreto Guidi.
Cerreto Guidi è un grazioso paese vicino ad Empoli.
Per arrivarci, vi consigliamo di percorrere la provinciale di San Zio (si, può sembrare un nome strano, ma si chiama così) una strada di crinale che vi farà vedere un panorama assolutamente straordinario, sulle colline ricoperte di viti, e con il colle di San Miniato, che da queste parti, con la sua raterritistica torre, è visibile come un faro, quasi dappertutto.
Il paese antico circonda completamente la villa Medicea, che con la sua doppia scalinata (attribuita al Buontalenti, o perlomeno lo stile è il suo) domina la piazza, dalla quale si ammira un panorama altrettanto strepitoso.
Se avete tempo visitate anche la villa, dove potete ammirare la stanza da letto dove il principe Orsini fece assassinare la moglie, Isabella de Medici, oltre ad una collezione di armi da caccia (non da guerra, da caccia perchè questo è nato come casino di caccia, quindi era il posto più adatto ad esporle) unica nel suo genere.
La "via dei presepi" gira tutta intorno alle villa, e potete trovare delle cose assolutamente deliziose, un mix di inventiva, di utilizzo di quel che c'è, di abilità manuale notevole, come è per esempio questo presepe costruito da un carabiniere del posto, originario di Caserta, e che oltre alle statuine, ha costruito in polistirolo, lavorato e colorato a mano con un'abilità veramente notevole, anche tutte le abitazioni, i cui interni sono stati curati nei minimi dettagli.
Ma la cosa che ci ha veramente lasciato a bocca aperta per l'inventiva, l'abilità costruttiva e progettuale, e per la pazienza infinita che ci è voluta per la sua realizzazione è il presepe all'uncinetto, opera delle "Dame dell'Uncinetto", un gruppo formato da circa 60 signore del borgo.
Queste abilissime artigiane sono coordinate da Gessica Mancini, l'ideatrice del progetto, nonchè coordinatrice del gruppo.
In questo straordinario presepe, che riproduce in maniera fedele sia la villa Medicea - una cosa veramente straordinaria, perchè la scalinata è tutta a mattoncini, e per riprodurla in maniera fedele, ogni singolo mattone (sono circa 8.000) è stato lavorato separatamente, e collegato agli altri con un filato più chiaro, per riprodurre la malta che tiene insieme i mattoni - che il paese con tutte le case, le botteghe, gli orti.
La fedeltà alla vita reale è assoluta e minuziosa:
nel campo di grano, ogni singola spiga è lavorata alla perfezione, e in mezzo al campo, di un bellissimo colore dorato, si trovano tanti, tanti papaveri, oltre allo spaventapasseri, così com' è nella realtà.
Nei vasi dei fiori, piccolissimi, si possono contare i petali delle margherite, e sul pergolato, ogni minuscola rosa ed ogni fogliolina, sono riprodotti alla perfezione.
Negli orti, ogni minuscolo ortaggio è realizzato con fedeltà assoluta, persino il laghetto - con vera acqua - nel suo fondo azzurro è realizzato all'uncinetto.
Veramente meravigliosi i salici piangenti, per realizzare i quali sono stati confezionati chilometri di catenella!
Per ogni oggetto è stato scelto il materiale giusto, in modo da dare maggior verità alla riproduzione. Per esempio, per la terra arata di fresco è stato utilizzato del mohair marrone, la strada bianca - lunga decine di metri - è in cotone, mentre le pietre sono in lana, per dare un aspetto più compatto.
Insomma, un capolavoro da ammirare con un po' di tempo a disposizione, in modo da stupirsi ben bene per l'incredibile cura dei particolari.
Tanto per dirne una, sotto gli alberi ci sono i funghi porcini - ovviamente - ma anche anche l'amanita falloide, con il suo cappuccio rosso a pallini bianchi!
Insomma, andateci di corsa perchè l'esposizione finisce il 6 gennaio.
Mappa
domenica 11 dicembre 2016
TRE PARCHI URBANI
Siccome ci fanno un po' rabbia quelli che tornano da Londra e dicono che hanno visto un meraviglioso parco al centro della città (Hyde park) e ancora di più ci rimangono sulle scatole quelli che tornano da New York strombazzando a destra e a manca che lì c'è un parco bellissimo proprio nel centro (Central Park) della città, a disposizione di tutta la cittadinanza:
non contenti del fatto che abbiamo parlato del parco della Cascine di Firenze, dicendo che ha proprio le stese caratteristiche dei parchi di cui sopra;
e anche del parco della Cascine di Tavola, che abbiamo proprio in casa.
Detto questo:
Abbiamo pensato di dare uno schiaffo morale a tutti questi esterofili, che si entusiasmano per Londra e New York, paragonando queste due metropoli nientemeno che a:
Sesto Fiorentino e San Donnino (frazione di Campi Bisenzio)
Cominciamo con Sesto Fiorentino ed il suo parco del Neto.
E' un piccolo parco, circa 8 ettari, incredibilmente collocato in una zona altamente urbanizzata, in località Settimello, al confine tra i comuni di Sesto Fiorentino e Calenzano.
E' quello che rimane della grande zona umida, che una volta ricopriva tutta la piana fiorentina; ma il fatto che sia molto a ridosso di Monte Morello, l'ha resa adatta al suo utilizzo nell'ambito di parchi ottocenteschi, di stile romantico.
Questi parchi, molto diffusi tra i grandi personaggi dell'epoca, ricercavano le paludi - ambienti "drammatici" che ben si adattavano allo spirito romantico-gotico, più diffuso nel nord Europa - e le integravano con alberi particolari.
Questo giardino ha fatto parte della proprietà del marchese di Boissy, secondo marito della contessa Teresa Gamba, amante di Lord Byron.
Più romantico di così...
Nel parco del Neto esistono molti alberi di dimensioni monumentali, ma i più belli sono i Taxodium, detti anche Cipressi di Palude, un albero originario delle Americhe, che predilige gli ambienti umidi e paludosi, e che ha la caratteristica di spogliarsi completamente in inverno, a differenza del nostro cipresso, che invece è un sempreverde.
Al Neto, tra laghetti e canali, tra alberi grandiosi e prati verdi, troverete anche una piccola colonia di coniglietti, molto socievoli e per nulla paurosi, e una gran quantità di pennuti acquatici, che vi accoglieranno con incredibile calore.(ovviamente se portate del pane...)
Passiamo da un parco romantico ad uno molto meno. Perlomeno nel nome.
Il primo parco di San Donnino di cui ci piace parlarvi si chiama molto prosaicamente: "Collettore principale delle acque basse della Viaccia"
Perchè di questo si tratta, in verità: una cassa di espansione dell'Arno.
E' collocato tra la SS66, l'autostrada A1, la zona industriale dell'Osmannoro e l'aereoporto di Peretola e attraversato dal Fosso Macinante.
ma vi consigliamo di andarci, perchè il fondo delle Casse di espansione è composto da piccoli laghetti bordati di canne, dove la "gibigianna" (cioè lo scintillio del sole riflesso sull'acqua), il vento fresco e gli uccelli che si alzano in volo tutti insieme, ti fanno sognare per un attimo di essere in mezzo alla natura, invece che in mezzo alla piana, a dieci minuti a piedi dall'antico borgo di San Donnino!
E comunque si tratta di un luogo molto piacevole: sugli argini più alti sono stati piantati boschetti di alberi - noi ci siamo stati in autunno - che rendono tutto estremamente suggestivo, forse proprio per il contrasto tra la zona così fortemente urbanizzata, e la pace che qui regna.
Il parco è frequentatissimo da proprietari di cani, con i loro animali che qui possono correre liberi, al sicuro dai pericoli, e da ciclisti con mountain-bike, visto che il posto è veramente adatto ad una bella sgambata.
Altro parco di San Donnino.
E' uno dei molti parchi in Italia, dedicati a Chico Mendez, il raccoglitore di gomma amazzonico, ucciso a poco più di quarant'anni da alcuni latifondisti che l'avevano già minacciato di morte in passato, a causa del suo impegno sociale a favore dei "seringueiros" (che sono proprio i raccoglitori di gomma).
Ce ne sono altri a Giulianova, a Terni e vicino a Torino.
Questo però è ricavata da un'antica cava di sabbia - come i Renai di Signa, tanto per capirsi. Ah, a proposito, prima o poi parleremo anche di quello - che ha ricreato in qualche modo l'antica palude che qui era un tempo.
E' straordinario come la natura riesca sempre a tornare alle sue origini!
E' un parco molto bello, con diversi, caratteristici laghetti, popolati dall'aviofauna tipica delle zone umide.
Anche qui eravamo in autunno, e la vegetazione era un'esplosione di colori e di profumi (sempre che passiate lontano dal recinto delle caprette!!).
In estate deve essere molto frequentato dagli amanti del barbecue, visto che ci sono diverse postazioni adatte allo scopo - ovviamente con tutte le istruzioni per l'utilizzo del focolare - e tante tavole con panche per potersi poi godere il frutto delle proprie abilità culinarie.
Quindi un parco adatto alle famiglie, e a chi vuole prendersi il sole senza farsi la coda sull'autostrada, a due passi da casa propria.
Mappa
non contenti del fatto che abbiamo parlato del parco della Cascine di Firenze, dicendo che ha proprio le stese caratteristiche dei parchi di cui sopra;
e anche del parco della Cascine di Tavola, che abbiamo proprio in casa.
Detto questo:
Abbiamo pensato di dare uno schiaffo morale a tutti questi esterofili, che si entusiasmano per Londra e New York, paragonando queste due metropoli nientemeno che a:
Sesto Fiorentino e San Donnino (frazione di Campi Bisenzio)
Cominciamo con Sesto Fiorentino ed il suo parco del Neto.
E' un piccolo parco, circa 8 ettari, incredibilmente collocato in una zona altamente urbanizzata, in località Settimello, al confine tra i comuni di Sesto Fiorentino e Calenzano.
E' quello che rimane della grande zona umida, che una volta ricopriva tutta la piana fiorentina; ma il fatto che sia molto a ridosso di Monte Morello, l'ha resa adatta al suo utilizzo nell'ambito di parchi ottocenteschi, di stile romantico.
Questi parchi, molto diffusi tra i grandi personaggi dell'epoca, ricercavano le paludi - ambienti "drammatici" che ben si adattavano allo spirito romantico-gotico, più diffuso nel nord Europa - e le integravano con alberi particolari.
Questo giardino ha fatto parte della proprietà del marchese di Boissy, secondo marito della contessa Teresa Gamba, amante di Lord Byron.
Più romantico di così...
Nel parco del Neto esistono molti alberi di dimensioni monumentali, ma i più belli sono i Taxodium, detti anche Cipressi di Palude, un albero originario delle Americhe, che predilige gli ambienti umidi e paludosi, e che ha la caratteristica di spogliarsi completamente in inverno, a differenza del nostro cipresso, che invece è un sempreverde.
Al Neto, tra laghetti e canali, tra alberi grandiosi e prati verdi, troverete anche una piccola colonia di coniglietti, molto socievoli e per nulla paurosi, e una gran quantità di pennuti acquatici, che vi accoglieranno con incredibile calore.(ovviamente se portate del pane...)
Passiamo da un parco romantico ad uno molto meno. Perlomeno nel nome.
Il primo parco di San Donnino di cui ci piace parlarvi si chiama molto prosaicamente: "Collettore principale delle acque basse della Viaccia"
Perchè di questo si tratta, in verità: una cassa di espansione dell'Arno.
E' collocato tra la SS66, l'autostrada A1, la zona industriale dell'Osmannoro e l'aereoporto di Peretola e attraversato dal Fosso Macinante.
ma vi consigliamo di andarci, perchè il fondo delle Casse di espansione è composto da piccoli laghetti bordati di canne, dove la "gibigianna" (cioè lo scintillio del sole riflesso sull'acqua), il vento fresco e gli uccelli che si alzano in volo tutti insieme, ti fanno sognare per un attimo di essere in mezzo alla natura, invece che in mezzo alla piana, a dieci minuti a piedi dall'antico borgo di San Donnino!
E comunque si tratta di un luogo molto piacevole: sugli argini più alti sono stati piantati boschetti di alberi - noi ci siamo stati in autunno - che rendono tutto estremamente suggestivo, forse proprio per il contrasto tra la zona così fortemente urbanizzata, e la pace che qui regna.
Il parco è frequentatissimo da proprietari di cani, con i loro animali che qui possono correre liberi, al sicuro dai pericoli, e da ciclisti con mountain-bike, visto che il posto è veramente adatto ad una bella sgambata.
Altro parco di San Donnino.
E' uno dei molti parchi in Italia, dedicati a Chico Mendez, il raccoglitore di gomma amazzonico, ucciso a poco più di quarant'anni da alcuni latifondisti che l'avevano già minacciato di morte in passato, a causa del suo impegno sociale a favore dei "seringueiros" (che sono proprio i raccoglitori di gomma).
Ce ne sono altri a Giulianova, a Terni e vicino a Torino.
Questo però è ricavata da un'antica cava di sabbia - come i Renai di Signa, tanto per capirsi. Ah, a proposito, prima o poi parleremo anche di quello - che ha ricreato in qualche modo l'antica palude che qui era un tempo.
E' straordinario come la natura riesca sempre a tornare alle sue origini!
E' un parco molto bello, con diversi, caratteristici laghetti, popolati dall'aviofauna tipica delle zone umide.
Anche qui eravamo in autunno, e la vegetazione era un'esplosione di colori e di profumi (sempre che passiate lontano dal recinto delle caprette!!).
In estate deve essere molto frequentato dagli amanti del barbecue, visto che ci sono diverse postazioni adatte allo scopo - ovviamente con tutte le istruzioni per l'utilizzo del focolare - e tante tavole con panche per potersi poi godere il frutto delle proprie abilità culinarie.
Quindi un parco adatto alle famiglie, e a chi vuole prendersi il sole senza farsi la coda sull'autostrada, a due passi da casa propria.
Mappa
Iscriviti a:
Post (Atom)


























